Siciliani «irreligiosi»? Disputa su Sciascia | Avvenire

Il dibattito


Giuseppe Matarazzo giovedì 5 novembre 2015

Una candela al santo, una al serpente. Leonardo Sciascia riprende un’espressione di Montaigne per descrivere il rapporto dei siciliani con la religione o più esattamente, con la religiosità. Un rapporto, in realtà, «assolutamente irreligioso» che affonda le radici in «un profondo materialismo, in una totale refrattarietà a tutto ciò che è mistero, invisibile rivelazione, metafisica».

Dei siciliani si potrebbe dire – per restare attorno al filosofo francese – «quel che Sainte-Beuve diceva di Montaigne: che poteva benissimo essere apparso come un buonissimo cattolico, ma il fatto è che non era per niente cristiano». Nonostante «gli alti prelati proclamano cattolicissima la Sicilia», per Sciascia «la Sicilia non può dirsi cristiana». Al massimo, lo appare. In «quelle esplosioni propriamente pagane» tollerate dalla Chiesa.

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Gli incappucciati a Enna il Venerdì Santo fotografati da Ferdinando Scianna. Era il 1965 e lo scrittore di Racalmuto scomparso nel 1989, affrontava il tema nel saggio introduttivo al volume Feste religiose in Sicilia (Edizioni Leonardo da Vinci, Bari) con le testimonianze fotografiche del giovane Ferdinando Scianna.

Il fotografo di Bagheria, che poi è diventato uno dei grandi maestri internazionali, presentava una ricerca documentaristica compiuta fra il 1961 e il 1964: sant’Alfio a Lentini con ’a cursa i nuri (la corsa dei nudi), l’Assunta di Aspra, san Rocco e il serpente a Butera, san Giuseppe a Misilmeri e poi i riti della Settimana Santa, da L’abballu di li diavuli di Prizzi ai giudei di San Fratello fino alla processione degli incappucciati di Enna; ci sono poi le foto dei bambini svestiti presentati ai santi e le offerte in denaro attaccate alla vara; le penitenze e gli ex voto.

L’occhio di Scianna – per usare le parole di Sciascia – «non cade sugli aspetti “storici” di un fatto, ma sul sentimento umano che ne partecipa. E queste immagini dell’uomo siciliano colto nel suo rapporto con la divinità, con le divinità, declinano il modo di essere della Sicilia con immediata precisione e profondità».Leonardo-Sciascia

Le feste patronali per Sciascia hanno in Sicilia «il crudo carattere di un patto tra l’uomo e il suo patrono celeste: un patto in cui l’uomo si impegna ad atti di umiliazione o addirittura di abiezione, oltre ad elargizioni e spese; e il Santo a preservarlo o guarirlo dalle malattie, a liberarlo dal bisogno, ad agevolarne i propositi di migliorare stato e condizioni».

Sciascia. Il libro fece discutere, sollevando grandi polemiche. Sembrava una “sfida” alla Chiesa e alla sacralità di quella secolare devozione popolare.

Al punto da meritarsi una stroncatura dall’Osservatore Romano, con un pezzo, in terza pagina, intitolato «Sciascia e i siciliani» nell’edizione del 2 aprile 1965, a firma di un altro grande intellettuale siciliano, Fortunato Pasqualino (scomparso nel 2008).

Due Sicilie, due visioni di Sicilia che si “scontravano”. Il filosofo cattolico non fu tenero con Sciascia: «Non esita – lo attaccò – a servirsi di elementi puramente folcloristici e di colore per “dimostrare” la sua tesi, ripetendo così l’errore di quanti vedono dall’esterno, appunto dal lato del folclore e delle tradizioni popolari, la Sicilia. Nessuno sforzo, viene da lui compiuto, di penetrare, di entrare nel vivo di quella umanità, di quei volti e di quelle espressioni che l’obbiettivo fotografico coglie da una posizione quasi turistica o giornalistica e documentaristica». Sciascia, confondendo il cristianesimo con la morale, dimostra – secondo Pasqualino – di avere di religione, Vangelo e metafisica «cognizioni piuttosto semplicistiche», finendo per bollare i siciliani tutti di «immoralità» e «inciviltà».

Fortunato-PasqualinoPasqualino. Cos’è allora una festa religiosa in Sicilia? «Sarebbe facile rispondere – scrive Sciascia – che è tutto, tranne una festa religiosa. È innanzi tutto una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es. Perché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super-io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città».

Pasqualino non nega che ci siano «feste popolari della Sicilia o degli altri paesi che hanno poco di religioso e anzi sembrano obbedire a bisogni di sfogo pagano e idolatrico».

«Di ciò – continua – i vescovi e i sacerdoti sono ben consapevoli. Frequentemente essi sono intervenuti e intervengono per dare disciplina religiosa e civile a certe manifestazioni e ricorrenze festive del popolo. Con ciò non si è autorizzati a negare il senso religioso e cristiano di un popolo come il nostro».

Il cuore delle feste religiose in Sicilia è la Settimana Santa, forse l’unico momento per Sciascia che c’è o «parrebbe» esserci «un vero momento di afflato religioso».

Nel dramma della Passione di Cristo ci sono «il tradimento, l’assassinio, il dolore di una madre». Ed è proprio «la figura di Maria Addolorata che colpisce e commuove. Cristo, dal momento della cattura, è già nella morte. La madre è viva: dolente, chiusa nel nero manto della pena, trafitta, gemente, immagine e simbolo di tutte le madri. Il vero dramma è suo: terreno, carnale».

È «una contemplazione della morte quale può esprimere un mondo assolutamente refrattario alla trascendenza», conclude Sciascia. «Anche qui niente religiosità – replica Pasqualino – avendo egli deciso che il mondo siciliano è “assolutamente refrattario alla trascendenza”». E forse anche alla speranza. E per questo, chissà, anche dal punto civile e politico, la Sicilia di Sciascia sarà «irredimibile».

Source: Siciliani «irreligiosi»? Disputa su Sciascia


Il teologo. Naro: «Era una lettura più politica. Ma quelle provocazioni furono e sono importanti» | Avvenire

Giuseppe Matarazzo giovedì 5 novembre 2015

«Sciascia interpreta la religiosità popolare siciliana, seppur dal di dentro – essendo lui stesso siciliano e vivendo in Sicilia – mantenendosene mentalmente distaccato, lontano: applica, infatti, al fenomeno siciliano delle chiavi di lettura culturalmente aliene rispetto ad esso».

don-massimo-naroIl teologo don Massimo Naro lo denuncia subito: è una lettura etico-politica, più che propriamente religioso-spirituale. E portava Sciascia a concludere che «un popolo che non fa rivoluzioni religiose difficilmente farà mai una vera rivoluzione civile».

È un livello che non va comunque trascurato, per don Naro: «Interrogarsi sulla tenuta etica e sulle implicazioni socio-politiche della religiosità popolare, in una terra come la Sicilia, da questo punto di vista “disastrata”, è molto importante».

Anche se rischia di «rimanere parziale e di indurre a un fraintendimento della religiosità popolare, quasi fosse una tara storica del progresso civile e civico».

Una lettura esclusivamente “sociologica” del fenomeno-religiosità, «rischia di condurre, a lungo andare, a una considerazione della religiosità stessa entro i confini della “ragion sociale pura”, se mi è permesso di parafrasare così Kant», continua.

Cosa comporta questo? Che persino ai nostri giorni, «si può assistere al paradosso di un disinteresse de facto dei responsabili della vita ecclesiale e della prassi pastorale verso le varie espressioni della religiosità popolare che si perpetuano senza alcun adattamento e aggiornamento, diventando mero folklore strumentalizzabile in varie direzioni (dalle pro-loco per fini economici, alle famiglie mafiose di quartiere per fini di visibilità sociale), a fronte di un interessamento de jure da parte della magistratura e degli organi di polizia: si pensi al divieto di fare gli “inchini” durante le processioni, o al divieto di feste, anche quelle “battesimali” ed “esequiali”, come accaduto a Catania e a Roma coi Casamonica».

Per questo «il contributo di Sciascia fu e rimane importantissimo, se non altro per le provocazioni che alla teologia e alla pastorale riuscì a dare tra le sue righe».

Riflessione teologica e organizzazione pastorale devono quindi «tornare a occuparsi della religiosità popolare interpretandola non solo come fatto sociale ormai “anacronistico”, bensì come fatto interno alla vita della comunità credente, in cui la religiosità è più precisamente “pietà” popolare, volano di quello che il Concilio, in Lg 12, chiamava sensus fidei».

E citando papa Francesco e l’Evangelii gaudium – viverla come “esperienza mistica comunitaria” e come “riserva di valori” da custodire e incrementare per un “umanesimo cristiano”.


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