La musica è una luce che fa scavare anche quando è buio | L’Osservatore romano

lucio-dallaLucio Dalla e la sua continua ricerca del senso di ogni vicenda umana, a sette anni dalla morte


Era un formidabile autore di racconti brevi
che per comodità abbiamo chiamato canzoni
Cechov diceva che il vero cuore di ogni storia
sono «lui e lei» e tale assunto riecheggia
in quel capolavoro intitolato «Anna e Marco»


di CRISTIANO GOVERNA – pagina 4 – L’OSSERVATORE ROMANO domenica 3 marzo 2019

«Cosa sarà… che dobbiamo cercare?» chiedeva Lucio Dalla. E ancora insiste nelle nostre vite, con questa domanda.

Sono passati quarant’anni dall’uscita di Lucio Dalla, uno dei dischi più importanti non solo della carriera di Lucio ma anche della cosiddetta “musica leggera” italiana (com’era bello chiamare “leggera” una cosa importante). A Bologna, fra il primo e il 4 marzo, la Fondazione Dalla dà vita ad una serie di iniziative che culmineranno, la sera del 4 (al Teatro Comunale) in un concerto omaggio
proprio all’LP che portava il suo nome.

Lucio Dalla è un lavoro musicalmente strepitoso che però mette definitivamente in rilievo anche la grande capacità narrativa dell’autore bolognese, il talento per individuare in due sconosciuti che passano per strada l’attimo nel quale anche noi siamo stati uno di quei due.

C’è un’intervista televisiva nella quale Lucio pranza da Cesari, a pochi passi da casa sua, ed è vicino alla vetrata. Vede due ragazzi passare, s’interrompe nel rispondere alla domanda che gli era stata fatta e dice «Ecco, prendi questi due che sono appena passati, dove staranno andando, che cosa succederà loro oggi pomeriggio»…

Questa domanda è stata più forte di quella alla quale stava rispondendo: è la vita che regna sulle interviste. Questa che Lucio si pone non è una domanda meramente da musicista. Quel suo inseguire col pensiero la misteriosa vicenda umana di due sconosciuti è un “c ru c c i o ” che avrebbe potuto porsi Raymond Carver, o il giovane Holden Caulfield di J. D. Salinger.

Il poeta irlandese Seamus Heaney diceva «Ho una penna fra le mani, scaverò con quella», anche Lucio scava con le sue parole e la musica è la luce necessaria per continuare a scavare anche col buio.

Che ne sarà delle vite che abbiamo appena intravisto? Porsi questa domanda, e lui sapeva farlo, era un formidabile autore di racconti brevi che per comodità abbiamo chiamato “canzoni”.

Cechov diceva «Il nucleo centrale, il vero cuore di ogni storia sono lui e lei». Cos’altro è un brano come Anna e Marco se non l’inconscio recepire quella fondamentale lezione? Ogni short story dev’essere una porta che sbatte, una finestra improvvisamente spalancata da un colpo di vento, e quel colpo di vento è l’attimo che hai per raccontare una vita.

«Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano. Qualcuno li ha visti tornare, tenendosi per mano» scrive Lucio. La sapreste raccontare in un attimo, meglio di così, l’eterna lotta degli amori di periferia fra il nulla che il futuro ci offre e il tutto di cui sono padroni due ragazzi che si vogliono bene in un bar?

La cosa bella di quando un disco diventa fondamentale è pensare alle cose piccole e sciocche che facevi tu allora, quando uscì, mentre lo ascoltavi.

In questo sfregarsi fra le tua quotidianità e l’immortalità che ha assunto, quarant’anni dopo, la colonna sonora di quella tua quotidianità c’è qualcosa che chiama, quello che secondo Lucio «dobbiamo cercare». La pietà parte dagli occhi. Molto spesso Lucio ci ricorda di tenere gli occhi aperti, in un bar (come per Anna e Marco), in mezzo alla strada (La signora), su un treno (Tango), gli altri sono tutti preziosi e qualcosa (quello che dobbiamo cercare?) li custodisce, li spinge avanti come una specie di vento.

«La signora è in lacrime, e si ferma ad ascoltare: attraversa e si blocca a metà della strada, un colpo di vento la fa continuare …».

La signora è una canzone che non racconta un mestiere (quello più vecchio del mondo) o le sue notti, bensì la solitaria salita dei suoi giorni, quando c’è luce, e nonostante questo «la signora va al cinema da sola, ma ha paura ad entrare». 

Tango è un brano che per mostrarci la guerra non usa i corpi al suolo senza più vita ma le anime speranzose su un treno che, all’improvviso, si ferma e non ripartirà. E così la pace diventa un «treno con tanta gente che parte davvero». «… Ma il treno si è fermato lì e non si è piu’ mosso. Hai più preso il treno, ci siamo spinti senza avere fretta. Ci siamo urlati nell’orecchio senza darci retta. Mentre il tango si perdeva in un mare lontano. Dov’è la tua testa da accarezzare? Dov’è la tua mano? Ora ci mostrano i denti e i coltelli, ci bucano gli occhi. Non ci sono tanghi da ballare Bisogna fare in fretta per ricominciare … Per la tua donna da portare in campagna a ballare. Per un treno con tanta gente che parte davvero. Per un tango da ballare tutti insieme ad occhi aperti senza mistero».

Filtrata dallo sguardo di Lucio, la guerra non si rivela attraverso macerie, bensì nella quieta disperazione delle gare di ballo rimaste inevase, delle fidanzate che suonano, in attesa dei treni che non arriveranno mai. E sabato è domani.

«… Morena è lontana e aspetta, Suona il suo violino ed è felice. Nel sole è ancora più bella e non ha fretta, e sabato è domani. Cosa sarà questo strano coraggio, paura che ci prende, che spinge ad ascoltare la notte che scende» domanda Lucio.

Cosa sarà è la canzone che più di tutte esplicita la tensione di Dalla, il suo cercare il misterioso senso che muove gli ingranaggi di una vita. Potergli dare un nome, un volto.

«Quello che dobbiamo cercare» è ciò che al contempo infonde paura e coraggio a quell’uomo che «si è sentito solo e come un uccello che in volo si ferma e guarda giù».

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Un’allegoria dai mille significati

«Se esistesse un podio delle migliori canzoni d’amore mai scritte in Italia — scrive Giulia Cavaliere nel suo ultimo libro — Cara sarebbe lì. Non saprei dire in quale dei tre posti ma da lì proprio non si schioderebbe. Sulla sua storia, sul suo significato, su cosa esattamente racconti si sono spese discussioni infinite ma Cara resta lassù: magica, intoccabile, misteriosa» conclude l’autrice di Romantic Italia. Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore (Roma, Minimum fax, 2018, pagine 283, euro 16), un appassionato invito all’ascolto e alla comprensione di quella musica leggera spesso snobbata dalla critica, ma che ormai fa parte dell’immaginario collettivo.

Il testo di Cara, ad esempio, ha fatto nascere una ridda di ipotesi sembra raccontare la storia di uomo che si innamora di una ragazza più giovane, oppure parla semplicemente di un amore che non potrà mai diventare una relazione stabile. Per questo Cara viene vista talvolta come un’allegoria della vocazione alla verginità, che implica una povertà radicale, un totale “non possesso” della persona amata, e viene cantata durante le feste che seguono a un’ordinazione sacerdotale o una professione religiosa. «Buonanotte, anima mia — canta Dalla — Adesso spengo la luce e così sia». (silvia guidi)

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