La nuova vita della Cattedrale di Agrigento: un romanzo scritto “a più mani” | AgenSIR


don Carmelo Petrone – direttoreL’Amico del Popolo (Agrigento) – 22 febbraio 2019


LAVORI SICUREZZA

card-francesco-montenegroIl tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, che va sempre avanti e non torna mai indietro. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuova vitalità nella società e che coinvolgono altre persone e gruppi, chiamati a portarle avanti, finché queste giungeranno – un giorno – a portare importanti frutti nella storia. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci. Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede un lungo cammino e processi possibili, tenendo sempre presente l’orizzonte. Quell’orizzonte che si scorge dalla Cattedra di san Gerlando: la comunione dei santi, che unisce la terra al cielo e che ci proietta verso la pienezza, oltre il limite di ogni spazio


card-francesco-montenegroHo avuto il privilegio di entrare in cattedrale al termine dello smontaggio completo delle impalcature che, per 2.920 giorni (8 anni), hanno nascosto il volto bello della “mamma” a fedeli e turisti. La sensazione è stata di immensa gioia. Rivedere la cattedrale restituita alla sua maestosità e bellezza, mi ha commosso, anche ripensando a tutti i momenti significativi della mia vita che ho vissuto lì dentro, come l’ordinazione presbiterale, come quelli della città e dell’arcidiocesi di Agrigento. Per un attimo, chiudendo gli occhi ho avuto la sensazione di sentire riecheggiare il suono dell’organo e l’assemblea intonare quella specie di “colonna sonora” che accompagnava l’ingresso del vescovo e dei ministri in occasione delle celebrazioni: “Popolo regale, assemblea santa, stirpe sacerdotale, popolo di Dio, canta al tuo Signor…”.

E ripercorrendo il perimetro interno delle cappelle e delle absidi, finalmente sgomberato da impalcature, sentivo riecheggiare in me, come una guida, la voce di mons. Domenico De Gregorio quando, nei ritagli di tempo, mi parlava dei personaggi, degli emblemi, dei monumenti custoditi in cattedrale, frutto di quasi mille anni di costruzioni, rifacimenti, ampliamenti, restauri e consolidamenti, che ne hanno fatto un edificio unico. Unicità non solo per la sua imponenza ed eleganza ma anche per la varietà degli stili e la ricchezza delle opere d’arte in essa contenute.

Oggi si presenta come un’ampia costruzione a tre navate, a croce latina, dal transetto poco allungato dove è possibile scorgere – come un romanzo scritto “a più mani”, dove ogni autore riprende qualcosa del precedente – diverse testimonianze artistiche: arabo-normanno, gotico chiaramontano, rinascimentale e barocco.

card-francesco-montenegroE, mentre guardo il rosone del transetto, mi sembra ancora di sentire la voce di mons. De Gregorio che mi racconta come la cattedrale, nel suo primo nucleo – e, mentre parlava, gli occhi gli si illuminavano – fu fondata da Ruggero I (1060-1101), che affidò la diocesi di Agrigento, a Gerlando di Besançon (1088). Secondo quanto riportato nel “Libellus de successione pontificum Agrigenti”, un documento del XIII secolo che mons. De Gregorio mi mostrò in una delle visite all’archivio capitolare custodito nella torre, Gerlando di Besançon completò la costruzione della cattedrale in sei anni con l’episcopio (1093-1099).

Davanti all’affresco di S. Gerlando che predica agli agrigentini, collocato nell’abside, mons. De Gregorio ricordava a tutti, anche ai turisti che nel mentre si univano alla nostra visita, che san Gerlando fu il primo vescovo di Agrigento (1088-1100) dopo la liberazione dal dominio islamico, rievangelizzatore della diocesi. E ancora, davanti all’altro affresco di S. Giacomo (il Matamoros) che scaccia i Mori, ci ricordava come la cattedrale fosse stata dedicata da san Gerlando alla Beata Maria Vergine Assunta, a san Giacomo Maggiore (perché Agrigento era tornata cristiana il 25 luglio 1086) e a tutti gli altri apostoli. Solo nel 1305 venne dedicata anche a san Gerlando.

card-francesco-montenegroDinnanzi ai segni del dissesto della navata nord, mons. De Gregorio teneva a precisare come le alterne vicende della cattedrale fossero legate sia ad eventi naturali (frane e smottamenti) sia a vicende storiche, e aggiungeva che, quasi tutti i vescovi che si sono succeduti sulla cattedra di Gerlando, hanno dovuto mettere mano al portafogli per ricostruire, rinforzare, consolidare, ma anche per ampliare, abbellire e decorare la chiesa Madre di tutte le chiese della diocesi.

Tappa obbligata della visita era la sosta davanti la statua di san Gerlando, custodita nella omonima cappella fatta costruire da mons. Traina, anche questa ormai sgombra oggi di impalcature. Davanti alla statua del Jacopelli, il monsignore si inchinava, si toglieva il berretto e recitava una breve preghiera: “S. Gerlando proteggi noi e la Chiesa agrigentina”.

card-francesco-montenegroE avviandoci verso l’altare maggiore, raccontava come sotto il vescovo Giovanni Horozco de Leyva de Covarruvias (1594,1606) la cattedrale chiaramontana fosse stata allungata verso Oriente con l’aggiunta delle colonne rotonde di stucco, dopo il primo arco trionfale, e poi chiusa con un muro cui erano addossati i tre altari – quello della Madonna, l’altar maggiore e quello del Santissimo Sacramento – e come successivamente il vescovo Francesco Gisulfo (1658-1664) l’avesse prolungata nella stessa direzione orientale includendovi l’attuale transetto. Secondo mons. De Gregorio questo doveva coincidere con l’antica chiesa costruita da san Gerlando.

La visita alle cappelle laterali absidali – della Madonna, a sinistra, la maggiore, e del Sacramento a destra – era un tuffo nella storia, nell’arte e nella teologia. Passava in rassegna, uno ad uno, gli emblemi che ci faceva ammirare fin nei minimi particolari con un binocolo che teneva sempre in tasca e che tirava fuori per l’occasione.

Proseguendo il giro, davanti alla cappella De Marinis ci spiegava come agli inizi del ‘900 fu il vescovo Bartolomeo Lagumina (1899-1931) a riportare la cattedrale, seguendo la sensibilità culturale del tempo, all’aspetto medievale. Fu liberando le pareti laterali dagli altari che vi erano addossati e da cornici, tribune e timpani barocchi che le ornavano – ricordava mons. De Gregorio – che venne alla luce l’elegantissimo sacello chiaramontano, dove – fino alla chiusura al culto del 2011 – sono state conservate, in una cassa reliquiaria d’argento, le reliquie del Santo.

Davanti al maestoso organo a canne non mancava mai un ricordo per mons. Peruzzo, il vescovo che lo aveva fatto realizzare e che lo aveva consacrato presbitero.

La visita alla navata nord, dove sono custoditi i monumenti sepolcrali dei vescovi agrigentini era una rilettura della storia della nostra Chiesa, con eventi, aneddoti, imprese, riconducibili ad ogni singolo vescovo, Gisulfo, Gioeni, Lucchesi Palli, fondatore della biblioteca Lucchesiana…
La cattedrale, che oggi (22 febbraio 2019) viene riconsegnata alla città come luogo di memoria e del futuro, è un vero e proprio scrigno d’arte, di fede e cultura, incastonato in uno scrigno più grande, il centro storico di Agrigento.

card-francesco-montenegroUscendo dal portone della cattedrale, oggi finalmente spalancato, è possibile scorgere da un lato il mare e dall’altro il monte Cammarata. Ed anche possibile vedere sorgere il sole da un lato e dall’altro tramontare, cogliendo così il valore del tempo.

Credo che la vicenda dello cattedrale, “spazio chiuso” per così tanto tempo, sia un invito alla conversione, che il Signore fa alla nostra Chiesa.

Papa Francesco in Evangelii Gaudium (n. 222) afferma: “Il tempo è superiore allo spazio. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo”.
Rientrare oggi, dopo più di 8 anni, nello spazio della cattedrale, non distolga la nostra Chiesa dal dare priorità al tempo, cioè ad “occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi”.

Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, che va sempre avanti e non torna mai indietro. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuova vitalità nella società e che coinvolgono altre persone e gruppi, chiamati a portarle avanti, finché queste giungeranno – un giorno – a portare importanti frutti nella storia.

Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci. Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede un lungo cammino e processi possibili, tenendo sempre presente l’orizzonte.

Quell’orizzonte che si scorge dalla Cattedra di san Gerlando: la comunione dei santi, che unisce la terra al cielo e che ci proietta verso la pienezza, oltre il limite di ogni spazio.

Sorgente: La nuova vita della Cattedrale di Agrigento: un romanzo scritto “a più mani” | AgenSIR


Dopo 8 anni riapre cattedrale Agrigento


VIDEO | Riapertura Cattedrale di Agrigento, l’omelia del cardinale Montenegro

Source: VIDEO | Riapertura Cattedrale di Agrigento, l’omelia del cardinale Montenegro  

 Omelia del Cardinale Francesco Montenegro durante la messa per la riapertura della Cattedrale di Agrigento 

“Un saluto cordiale e carico di gioia assieme al grazie per la presenza va a tutti voi fedeli della Chiesa agrigentina, accompagnati dai vostri presbiteri e diaconi- finalmente ritorniamo nella nostra Cattedrale -, grazie ai confratelli Vescovi che ci fanno sentire la vicinanza, anzi la comunione, delle altre chiese, e alle autorità tutte, civili e militari, regionali, provinciali e cittadine che, con la loro presenza, arricchiscono questa as-semblea. «La gloria del Signore riempiva il tempio» (Ez 43, 5). Mi piace iniziare con le parole del profeta Ezechiele e porle come cornice a questa solenne celebrazione di ringraziamento e di lode al Signore per la riapertura della chiesa Cattedrale. Rientriamo finalmente nel nostro tempio, in questa nostra casa, prezioso per noi perché da qui sono passati nel corso dei secoli tanta preghiera, tanto magistero e tanta santità.

La nostra Cattedrale, purtroppo, resta ancora una mamma malata, ci auguriamo che, riaverla significa che almeno sia uscita in maniera definitiva dal coma. In questi anni siamo stati sostenuti dalla speranza, anche se, devo confessarlo, a tratti, sembrava sbiadirsi e addirittura spegnersi a motivo di atteg-giamenti non sempre interpretabili, delle molte deludenti e in-sincere parole e delle tante vuote e finte promesse. I lavori non sono completati, c’è ancora tanto da fare. Si deve completare la messa in sicurezza dell’edificio, poi dovrebbe iniziare il rin-saldamento della collina e infine ci vorrà il restauro finale dell’ edificio. Quel che conta, però, è che, dopo tanti lunghi anni, siamo oggi qui, per pregare e ritrovarci come chiesa santa di Dio. È stato un momento fortemente desiderato, non tanto perché c’era l’urgenza di riaprire una chiesa, ma perché volevamo questa chiesa, la nostra cattedrale. La fede si sostiene ed è ricca di segni. Uno di questi è la Cattedrale che simboleggia l’unità, nel nostro caso, della Chiesa Agrigentina. Rientrarvi, pregare e celebrare l’Eucaristia, signi-fica risentirci concretamente dentro la storia cristiana della no-stra terra, storia santificata dalla fede dei credenti, dei santi e dal sangue dei martiri che ci hanno preceduto. È importante questo tempio per riandare alle radici della nostra fede e della nostra storia. Qui siamo identificati per la nostra fede, qui si comprendono meglio e diventano nostre le parole di Pietro: ”Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Questo tempio ricorda e ripropone la storia religiosa, ma anche quella civile del nostro territorio e del nostro popolo. Potreste dirmi: ma questo non vale per tutte le chiese? Sì, però le altre chiese della diocesi sono la continuità di questa chiesa; esse non ci sarebbero se non fossero in comunione con questa. E questa Chiesa Madre, a sua volta, è strettamente legata alla Cattedra di Pietro, di cui oggi la Chiesa fa memoria. Questa coincidenza è stato il motivo per cui abbiamo scelto questa giornata per riaprila. Sentiamo perciò l’orgoglio e la gioia di ritrovarci nella nostra Cattedrale: sentiamoci fieri, riconoscenti e gioiosi di essere tutti noi protagonisti di una lunga storia di fede; orgogliosi e con-sapevoli della nostra identità, delle nostre radici e del fatto che dalla Provvidenza ci viene affidata la storia odierna perché continui nel tempo. Ci tocca consegnarla ai nostri ragazzi e ai nostri giovani – è una bella storia, ecclesiale e civile – perché camminino fiduciosi verso il futuro. Guardiamola la nostra cattedrale, anche se ferita, e lasciamoci prendere dallo stesso stupore di Salomone: «Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?».

Mi piacerebbe che oggi tutta la città il territorio agrigentino si sentano in festa. Non si riapre solamente un’interessante e an-tica opera architettonica; questo tempio è molto di più di un museo o di un contenitore di belle opere. Il card. Montini ebbe a dire: «Il segreto della cattedrale è che essa non è semplice-mente un interessante monumento d’architettura, un venerabile edificio storico, un ampio museo di belle arti, né è un solenne salone di conferenze, o un auditorium di musica sacra. Essa è per noi una casa viva, un luogo privilegiato di abitazione divina. È l’aula di Cristo Maestro, è il Tempio di Cristo Sacerdote, è il luogo di Cristo Pastore». Sì, qui Cristo continua a ripetere da secoli: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». E noi gli abbiamo risposto con le parole del Salmo: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». Questo antico edificio, posto in mezzo alle nostre case, ne è il cuore o, poiché svetta in cima al colle, è come la vedetta che, mentre vigila e protegge chi abita questa terra, invita a guardare il cielo perché possiamo desiderare sempre ciò che vale ed è grande in modo da abitarla con stile umano e familiare. Le nostre radici sono in cielo. Non sono le case e i palazzi a ren-dere vivibile una città ma le persone e le relazioni che loro in-tessono.

Qui, noi credenti viviamo momenti particolari di preghiera, di comunione e di amicizia che assicurano una vita sociale più solidale e più pacifica. I valori della vita cristiana, an-che e soprattutto in tempi non facili come i correnti, restano at-tuali e decisivi; da credenti che viviamo in una città non pos-siamo non avvertire la responsabilità di aiutare la comunità ci-vile a sentire sempre il bisogno dell’unità e della concordia. Giorgio La Pira proponeva di “rigenerare in Cristo la società ci-vile; riparare, nella grazia, l’ordine umano collettivo; rifare le cattedrali e le chiese centro della città; ridare al culto collettivo della Chiesa il posto che gli spetta». È un’utopia che può di-ventare realtà se tutte le nostre comunità ecclesiali s’ impe-gnano non solo nella ricerca della Gerusalemme celeste ma anche nell’edificazione della città degli uomini “attorno all’antica fontana della grazia e della verità” (come diceva Giovanni XXIII), che è la Chiesa. Da questa cattedra Cristo, l’unico vero maestro, continua a in-segnare, a rivelarci il Padre, ad annunziare il Regno di Dio, a diffondere la legge rivoluzionaria della carità. Il pensiero grato va in questo momento a tutti i Vescovi che hanno rappresentato nella Chiesa agrigentina il «Principe dei pastori» – come lo chiama Pietro -, sempre presente tra noi, sempre identico a sé, ieri e oggi e nei secoli (cfr. Eb 13,8).

Questo maestoso tempio materiale ci rimanda all’altro tempio, più prezioso, quello spirituale, cementato della carità, fatto di “pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1 Pt 2,5). – «Voi siete il tempio del Dio vivente» (2 Cor 6,6) – questo significa vivere in comunione di convinzioni e di intenti per su-perare ogni frammentazione e desiderare di camminare insieme. La comunione non è solo il frutto della buona volontà o delle strategie pastorali, ma è obbedienza dovuta al Signore. Ignazio di Antiochia definisce i cristiani: «pietre del tempio, preparate in anticipo per l’edificio di Dio Padre, sollevate in alto dalla macchina di Gesù Cristo, che è la croce, usando per corda lo Spirito Santo» (Ef 9,1). È Cristo la pietra angolare del tempio spirituale, se fondati e costruiti saldamente su di Lui si genera e alimenta la comunione tra noi cristiani. Non dimentichiamo le parole dell’apostolo: «voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio » (1 Pt 2,10). La comunione ecclesiale è dono, è il frutto dell’amore di Dio che non ci fa perdere la speranza e la fiducia nonostante le diversità e le divisioni. La comunione, però, dipende anche da noi. Dice Paolo: «Se c’è qualche consolazione in Cristo, … se ci sono sentimenti di amore e di compassione … Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,1.5).

Che il Signore faccia di noi «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32). Ci doni di vivere una comunione più convinta e più operosa nella collaborazione e nella corresponsabilità. Non è facile, come non lo è costruire o restaurare una chiesa, c’è sempre dell’altro da fare. L’importante è provarci. Senza dimenticare infine che il frutto della comunione è la missione. Continuiamo a costruire la nostra Chiesa, lasciamoci coinvolgere dal suo dinamismo missionario, obbedendo al mandato: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Ogni pietra, in questo edificio, non importa se piccola o grande, se visibile o no, ha la sua impor-tanza e un suo ruolo; nella Chiesa, fatta di pietre vive, tutti, ciascuno secondo la propria vocazione, siamo chiamati a essere annunciatori, testimoni, missionari. Questo tempio, nonostante i lavori continuino, si presenta a noi con un volto rinnovato. L’importante è che questo restauro sia accompagnato da quello delle nostre anime e da una sincera e permanente conversione.

Approfitto per dire il mio grazie a quanti hanno partecipato in varia maniera alla riapertura, credendoci, finanziando, progettando, seguendo ed eseguendo manualmente i lavori. Non faccio l’elenco, scusatemi, perché sono certo che dimenticherei qualcuno. Chiudo con le parole di Paolo VI: «A Cristo ogni Cattedrale appartiene. Questa Chiesa è sua. Per Lui qui è innalzata una cattedra, sulla quale il suo Apostolo, in sua vece, parlerà; per Lui un trono, sul quale chi tiene il suo posto, siederà; per Lui un altare, dal quale chi lo rivive farà salire al Padre il suo stesso sacrificio; per Lui qui è riunito il popolo col suo Vescovo, e a Lui innalza il suo inno di gloria e la sua gemente preghiera; e da Lui, questo tempio acquista la sua misteriosa maestà». Affidiamo la Chiesa agrigentina a Maria Assunta e a S. Giacomo, ai quali questo tempio è dedicato, ai nostri santi Libertino, Gerlando e Calogero, e chiediamo la loro intercessione per essa, per tutta questa terra e per questa nostra città”.


 
CRONACA 22 FEB 2019

Agrigento, riapre la cattedrale

Il Duomo di San Gerlando, danneggiato dalle frane, riapre le porte a fedeli e turisti dopo otto anni. Nel pomeriggio la messa pontificale celebrata dal cardinale Montenegro
di Ernesto Oliva
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