I miei santi in paradiso | L’OSSERVATORE ROMANO

mercoledì 16 gennaio 2019 L’OSSERVATORE ROMANO pagina 9

di LEONARDO SAPIENZA e ROBERTO ROTONDO

Nel centenario della nascita di Giulio Andreotti

mons-leonardo-sapienzaDa sempre si è romanzato sui segreti, veri o presunti, di Giulio Andreotti. Con una dose della sua proverbiale ironia, ma soprattutto negli ultimi anni con una certa cristiana rassegnazione, lui stesso ripeteva che «a parte le guerre puniche mi viene attribuito di tutto». Uno scotto forse obbligato da pagare per un uomo politico e di governo così longevo, inevitabilmente calamita e bersaglio di ta nti veleni.

Parimenti si è sempre saputo, e anche in questo caso non si è lesinato con l’inchiostro, della sua profonda conoscenza del Vaticano e del forte legame con i romani pontefici, da Pio XII a Benedetto XVI.

Adesso, quando ormai sono trascorsi quasi sei anni dalla sua scomparsa, e mentre anche per impulso della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, sono in corso le celebrazioni per il centenario della nascita — due mostre fotografiche sono state inaugurate in questi giorni a Roma — si accendono i riflettori su un altro aspetto della sua lunga esperienza politica: il rapporto, la frequentazione, di più, l’amicizia con numerose personalità cattoliche del novecento che sono venerate (o sono in predicato per  esserlo) sugli altari.

Non che fosse un mistero, ovviamente, la sua frequentazione o anche solo il legame spirituale, con persone tanto amate dal popolo cristiano: Carlo Gnocchi, Giorgio La Pira, Zeno Saltini, Madre Teresa, padre Pio, Josemaría Escrivá de Balaguer, Paolo VI, Giovanni Paolo II, per dirne alcuni.

Adesso è però possibile andare alle fonti, alzare il sipario, conoscere fin nel dettaglio, attraverso i documenti originali, la trama di rapporti che hanno dato concretezza al tentativo ideale di interpretare la vita politica come una forma eminente di carità.

Ad accendere questa nuova luce è il libro I miei santi in paradiso. L’amicizia di Giulio Andreotti  con le figure più note del cattolicesimo del Novecento (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2018, pagine 264, euro 18) di cui pubblichiamo uno stralcio.

Firmato da monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia, e da Roberto Rotondo, già vicedirettore responsabile di «30 Giorni nella Chiesa e nel mondo», la rivista internazionale che Andreotti ha diretto dal 1993 al 2012, il volume nel pomeriggio di mercoledì 16 viene presentato in Senato, con l’introduzione di Angelo Chiorazzo, dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, e da Gianni Letta, del comitato per il centenario. Il lavoro dei curatori è stato quello di scandagliare la mole di documenti, per lo più provenienti dallo sterminato archivio dello statista democristiano custodito presso l’istituto Sturzo, e rinvenire quelle “orme indelebili” che ne hanno punteggiato la vita.

«Questo omaggio — puntualizzano gli autori — non è certo un tentativo di beatificarlo né, soprattutto, di controbilanciare, usando uno stuolo di santi che lo stimavano, le accuse infamanti che gli furono mosse in vita e l’immagine che ne dà una certa storiografia, che si ostina a dipingerlo come il simbolo del potere cinico e spregiudicato. Non l’ha fatto lui in vita, non l’avrebbe voluto da altri».

Più interessante appare invece il tentativo di rivalutare il ruolo di quel cattolicesimo popolare, che tanta parte ha avuto nella ricostruzione e che si è posto sempre a presidio di ogni facile deriva, illiberale o populista. Così, per esempio, ripercorrere con puntualità i rapporti che negli anni della Fuci, tra il 1937 e il 1944, il giovane Andreotti stabilisce con Montini, La Pira, Pacelli, Mazzolari, De Gasperi, non significa solo ricostruire un percorso di maturazione umana e spirituale ma, suggeriscono gli autori, «equivale ad affacciarsi su un mondo che già alla fine degli anni Trenta pensava a come ricucire in modo più giusto e democratico il tessuto sociale del Paese, una volta che il regime fascista fosse caduto».

Una storia tutta da leggere. E forse una lezione valida anche oggi, per una nuova generazione di giovani volenterosi di dare una mano al bene di tutti. (fabrizio contessa)


La politica della concretezza

madre-teresa-calcutta-giovanni-paolo-iiL’amicizia tra Madre Teresa di Calcutta e Giulio Andreotti ha una data di inizio precisa, il 3 novembre 1984. Andreotti, ministro degli Esteri è in partenza per New Delhi per rappresentare l’Italia ai funerali del primo ministro indiano Indira Gandhi, uccisa tre giorni prima da due sue guardie del corpo. All’aeroporto viene a sapere che Madre Teresa di Calcutta, anche lei diretta a New Delhi per partecipare ai funerali e rendersi utile in un momento di tensione altissimo per l’India, ha perso il suo volo.

Andreotti si offre di ospitare lei e una sua suora sul volo di Stato. Ecco come Andreotti lo racconta in un articolo dell’ottobre 2003 su «30Giorni»:

«Stavo imbarcandomi con la delegazione italiana sull’aereo militare quando mi avvertirono e fu una gioia invitarla a venire con noi, insieme a un’altra suora. Furono ore indimenticabili, ma ancor più mi commosse l’arrivo. Allo scalo la gente — anche militari in divisa — la salutava con affettuosa deferenza. E andammo per una breve sosta nella nostra ambasciata di New Delhi. Madre Teresa mi prese per un braccio e mi portò in giardino a recitare il rosario. Un momento di paradiso. Non rientrò con noi perché vi erano gravi sommosse nel popolo indiano e fu pregata di restare a esercitare il suo fascino moderatore».

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1986. L’abbraccio con Madre Teresa di Calcutta (foto Ansa)

Il 13 novembre 1984 Madre Teresa scrisse una lettera ad Andreotti nella quale lo ringraziava per «l’ospitalità nella triste occasione che ci ha visti uniti nel partecipare al grave lutto che ha colpito l’India». Madre Teresa concludeva la sua lettera con una preghiera:

«Possa il Signore volgere il suo sguardo misericordioso sul nobile popolo dell’India così provato e illuminare i potenti della terra sui problemi che gravano sull’umanità intera e in particolare su quello della fame».

È la prima lettera di un consistente carteggio composto da lettere, biglietti, appunti tra Madre Teresa e Andreotti, conservato nell’archivio personale dello statista. Un carteggio che permette di conoscere meglio l’amicizia e la devozione che Andreotti nutriva per la suora albanese, che egli considerava già santa quando era in vita. Scrisse nel già citato articolo su «30Giorni», in occasione della beatificazione:

«Di Madre Teresa ho stupendi ricordi nella partecipazione alla Messa della sua comunità durante le sue non infrequenti soste romane».

Nelle lettere emerge come Andreotti seguisse l’attività di Madre Teresa e delle sue suore missionarie della carità in tutto il mondo. Nel 1985, ad esempio, Madre Teresa è in Etiopia, dove già operano le sue missionarie. È molto famosa, non solo per il Nobel per la pace ricevuto nel 1979, e viene ricevuta anche da Menghistu.

Il 2 agosto, al ritorno dal viaggio, scrive una lettera a Andreotti che è ancora ministro degli Esteri. La lettera, scritta di suo pugno in inglese è quasi come tutte le altre su fogli di bloc notes a righe, con in testa un timbro delle Suore della Carità e c’è scritto:

«Caro signor Andreotti, desidero ringraziarla per quanto lei e il popolo italiano hanno fatto per i poveri dell’Etiopia. È meraviglioso vedere l’acqua fluire attraverso i tubi posti nei campi; meraviglioso è anche il team degli operatori sanitari. Ho visitato questi posti e ho visto la gioia sui volti dei bambini. C’è minor pena e ansietà nei volti del popolo. Grazie di tutto quello che lei ha fatto per la maggior gloria di Dio e il bene dei poveri. Una cosa le chiedo. Di continuare ad aiutare perché c’è ancora tantissimo bisogno».

Andreotti risponde a Madre Teresa il 21 agosto:

«Mi ha fatto molto piacere ricevere la lettera del 3 agosto con la quale mi riferisce la sua visita all’ospedale di Makallé in Etiopia. Le sue parole ci sono di incoraggiamento a perseguire una strada certamente non facile e obbiettivi il cui raggiungimento richiede oltre a stanziamenti di denaro, anche l’impegno personale di tutti gli operatori responsabili».

Nel maggio del 1986 Madre Teresa torna a scrivere ad Andreotti: stavolta c’è il problema di cento bambini indiani abbandonati in attesa di essere adottati in Italia che non possono partire perché il ministero di Grazia e giustizia non riconosce alle Missionarie della Carità il grado di organizzazione internazionale per le adozioni. Le suore avevano fornito alle autorità italiane tutte le rassicurazioni in merito ma la situazione era comunque bloccata. Ci sono altre lettere così, ma in alcuni casi sono solo lettere di ringraziamento e di aggiornamento sui tanti viaggi che Madre Teresa effettua.

Come la lettera da Kampala del 28 novembre 1988:

«Caro signor Andreotti, sarà sorpreso di vedere che scrivo da Kampala, dove sono venuta con quattro sorelle ad aprire una nuova casa in terra d’Uganda. Speravo di vederla durante la mia ultima visita a Roma ma non è stato possibile. Preghi per me come io faccio per lei».

Quando Madre Teresa è a Roma, infatti, Andreotti non manca mai di incontrarla. Scrive Madre Teresa il 27 febbraio del 1991:

«Caro signor Andreotti, siamo stati tutti così felici di averla avuta con noi nella nostra cappella con Gesù. Mi sono dimenticata di mostrarle le condizioni in cui versano i nostri poveri. Per favore, Le sarei così grata se potesse aiutarmi a trovare un posto per loro proprio davanti a noi. Sulla strada di fronte c’è una casa disabitata, La prego, cerchi di farmela avere per i nostri poveri. Dio la benedica».

Source: La politica della concretezza | L’OSSERVATORE ROMANO pagina 9

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