I “pretini” di Giacomelli. Una nevicata cambiò tutto | CAMERA CON VISTA (Gaetano Vallini)

In mostra a Roma alcune opere del  fotografo marchigiano. Ma lo scatto più amato, il provino di stampa che teneva sempre con sé — racconta il figlio Simone — non è stato mai pubblicato

di Gaetano Vallini

Sono famose le foto dei “pretini” che giocano nella neve. Mario Giacomelli  le scattò tra il 1962 e il 1963 a Senigallia, sua città natale. I protagonisti erano giovani seminaristi. Il fotografo aveva chiesto e ottenuto, non senza difficoltà, di poter trascorrere un anno con loro. Voleva mostrare come vivevano i ragazzi in un luogo chiuso, lontano dalle attrattive del mondo esterno, affrontando tante rinunce. «Non c’era da stupirsi: papà — ci racconta il figlio Simone — era un tragico. Tuttavia  le foto che scattava non lo soddisfacevano. Ma un giorno una nevicata cambiò tutto. Vide i ragazzi giocare felici con la neve. In quell’immagine colse quella realtà  in un modo diverso da come l’immaginava. Comprese che ci si può realizzare credendo fortemente in qualcosa, anche a costo di rinunce. Per lui, che si confrontava quotidianamente con un mondo in cui stava perdendo fiducia, fu un sollievo».

 Così, pur non rispondendo a pieno alle sue aspettative, le foto dei “pretini” costituiscono uno dei lavori più importanti dell’opera di Giacomelli. E non a caso sono presenti in parte tra le novanta immagini che il Museo di Roma in Trastevere ha deciso di esporre in una mostra dedicata all’artista, curata da Walter Liva, che raccoglie anche tredici lettere e documenti provenienti, come le foto, dall’archivio di Luigi Crocenzi. 

 Eppure lo scatto di quella serie a cui il fotografo si affezionò di più, il suo preferito e che teneva sempre con sé (in realtà un semplice provino di stampa), non è stato mai pubblicato.  «Ritraeva uno dei piccoli seminaristi — confida Simone Giacomelli — durante la prima visita del padre alcuni giorni dopo l’arrivo. Il ragazzo era in lacrime, disperato; non capiva perché fosse stato mandato lì e  implorava il genitore di riportarlo a casa. Ma l’uomo, probabilmente un contadino, un poveraccio che come tanti aveva pensato di mettere il figlio in seminario per sottrarlo alla miseria e assicurargli un futuro diverso, rimaneva impassibile, lo sguardo duro, senza un segno di amorevole compassione. Quella scena scioccò mio padre. Probabilmente la foto che scattò era quella che davvero esprimeva quanto avrebbe voluto dire. Ma alla fine non ebbe il coraggio di stamparla. Forse perché troppo intima, per rispetto verso quelle due persone in una situazione così drammatica. Chissà se quel ragazzo è poi diventato sacerdote».

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Dalla serie La terra (1955-68)

Tuttavia, attraverso il racconto di questo scatto inedito, e destinato a rimanere tale, si comprende  meglio quell’Io non ho mani che mi accarezzino il viso che Giacomelli scelse come  titolo della serie di fotografie.  E in parte vi si coglie anche il rapporto che aveva con il sacro. «Un rapporto sanguigno — lo definisce il figlio —  e pieno di dubbi. Non a caso amava padre Turoldo, che aveva avuto un cammino molto travagliato. Papà andava a messa tutte le domeniche e aveva una fede profonda, anche se non lo dava a vedere. Orgoglioso di essere nato povero da una famiglia contadina, viveva il sacro come qualcosa che pone domande sulla vita. E lui le risposte le cercava attraverso la vita di tutti i giorni, anche nei soggetti delle sue foto».

Si trattava di persone semplici, colte nella quotidianità del lavoro o dello svago, o, ancora, di paesaggi in cui il più delle volte si evidenzia l’operosità dell’uomo che dalla terra trae di che vivere, con fatica.

La visione e l’itinerario artistico di Giacomelli sono ben rappresentati dalle foto che il  Centro di ricerca e di archiviazione della fotografia ha selezionato con Liva per la mostra romana tra il materiale acquisito nel 1955 dall’archivio di Lorenzo Crocenzi, intellettuale al quale  l’artista marchigiano, scomparso nel 2000, fu legato da un profondo rapporto di amicizia che si tradusse anche nella collaborazione alla sceneggiatura di Un uomo una donna un amore nel 1961 e di A Silvia nel 1963.

 Alcuni scatti di queste serie sono presentati nell’esposizione, che nella prima parte mostra le immagini degli anni Cinquanta, dagli inizi un po’ acerbi di Prime fotografieMarePaesaggiPugliaGente dei campi, fino all’elaborazione di una narrazione  più definita dal punto di vista formale, come in Lourdes  e Scanno  — opera quest’ultima che gli diede fama mondiale quando il prestigioso Moma di New York decise di acquisirla per la sua collezione —  e che prosegue nella parte dedicata agli anni della maturità artistica. Sono gli anni Sessanta e Settanta, quelli dei “pretini”, delle serie MattatoioLa buona terra, del completamento, nel 1966, di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, iniziata nel 1955 e dedicata agli anziani ospiti di un ospizio, fino a Motivo suggerito da taglio d’alberoCaroline Branson  e  Studenti  del 1977.

 Per chi non conosce ancora l’opera di Giacomelli, la mostra romana — aperta fino al 20 gennaio 2013 — è un concentrato di immagini significative, tra quelle che hanno  contribuito a scrivere la storia della fotografia, non soltanto italiana. Quanti, invece, già conoscono e apprezzano l’opera del maestro  potranno approfittare per ammirarne una volta di più la capacità espressiva. Nelle immagini avranno modo di cogliere l’intimità dello sguardo,  il segno poetico e potente di quell’espressionismo fotografico che esaspera l’aspetto emotivo della realtà sottolineato dai contrasti, dalle tinte forti, persino dalla ruvidità della stampa; una sorta di neorealismo per immagini che si esprime spesso nella mancanza di inutili dettagli,  tanto nei racconti che nei paesaggi, questi davvero caratteristici per il tratto inconfondibile e nei quali l’autore sostiene di ritrarre «i segni e la memoria dell’esistenza».

Apprezzato da critica e pubblico, Giacomelli per tutta la vita ha continuato a definirsi un tipografo (maggiore di tre fratelli, orfano di padre, aveva iniziato tredicenne a lavorare alla Tipografia Marchigiana). Ma per molti resta il più grande fotografo italiano del Novecento, di quell’Italia perennemente in bianco e nero, della dura rinascita dalla guerra, delle scarpe risuolate e i vestiti rivoltati, della brillantina tra i capelli e delle sigarette fatte con i mozziconi raccolti da terra, che si ritrovava la domenica mattina in chiesa, a casa per il pranzo rigorosamente in famiglia e il pomeriggio al bar, incollata alla radiolina per l’immancabile rito della partita di calcio. Un maestro capace di raccontare l’essenziale e la complessità della vita in un semplice scatto, di fermarsi a guardare l’altro e di riconoscervi una parte di sé. E che nella sua parabola artistica ha cercato di rispondere a quanto scrisse nel 1967: «Trovi la speranza dove c’è il dolore e quella che par gioia lascia la bocca amara. Forse la vita vera è là, dove il dolore di ognuno è tanto grande grande che non basta la vita del mondo a viverlo tutto».

(©L’Osservatore Romano –  17 novembre 2012)

Source: I “pretini” di Giacomelli. Una nevicata cambiò tutto | CAMERA CON VISTA

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