La caccia ai Poveri | S. Annibale Maria Di Francia

s-annibale-maria-di-franciaAnnibale Maria Di Francia, Epistolario (1873-1900). SCRITTI, Volume VII, Ed. Rogate, Roma 2016, pp. 462-466:

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Ai Direttori di giornali

APR 560 – C2, 6/20
stamp. orig.; 2 ff. (mm. 205×300) – 4 facc. scritte; edito.
Messina, 30.08.1899
Lettera circolare a stampa tipografica indirizzata ai Direttori di giornali con la quale padre Annibale prende le difese dei poveri che venivano arrestati per la falsa interpretazione della legge Crispi [del 17 luglio 1890, n. 6972] che proibiva l’accattonaggio. È una lettera coraggiosa che rivela il suo illimitato amore per i poveri e il particolare trasporto di carità verso gli emarginati e gli indifesi.

* Messina li 30 agosto 1899

La caccia ai Poveri

Stimatissimo Signor Direttore del Giornale…

La Signorìa Vostra nel suo Giornale ha richiamato qualche volta l’attenzione della Questura contro i poveri mendicanti, che talora si vedono per le vie della Città ad accattare l’obolo. lo stesso hanno fatto quasi tutti gli altri Giornali di Messina.
Il risultato di questa campagna è stato purtroppo funesto ai poveri infelici mendicanti.

Da un anno assistiamo ad una specie di caccia ai poveri. Inesorabili questurini spiano i passi di questi miseri, siano pure vecchi storpi, cadenti, infermi, inabili al lavoro, e appena uno ne vedono che svolta un cantone, o traversa una strada, lo acchiappano, e lo traducono in Pretura; il Giudice lo trova reo di lesa pace cittadina, e lo condanna alla carcerazione da uno a sei mesi. Quell’infelice, reo di esser povero, si vede chiuso in carcere come un malfattore, espìa due o tre mesi di condanna, ed esce in libertà. Allora gli sta dinanzi un terribile dilemma: o morir di inèdia ad un angolo di strada, o tornare a mendicare.
Morire d’inèdia è troppo duro: la natura si ribella, reclama un alimento. Mendicare? Ma, e la prigione? I questurini? La condanna?

In questo contrasto il potente istinto della conservazione prevale, e il povero è costretto a stendere nuovamente la mano per chiedere l’obolo. Ecco che il questurino lo capita in flagranza e lo presenta di nuovo al Pretore, che come recidivo gli applica una pena maggiore. Così rientra in carcere, e ne esce per rientrarvi di nuovo, a meno che non si abitui a vivere senza mangiare, o non si appicchi ad un cappio per finirla una volta.
So dei poveri che escono e rientrano in carcere alternativamente.
Un Pretore di mandamento in questi giorni mi assicurava di averne spedito alle carceri fino a sessanta!

Ora non vi è chi non veda che questo crudele modo di agire contro dei poveri, è una vera ingiustizia sociale!
Si dirà che è la Legge che li condanna.
Adagio; la legge condanna la questua fatta con modi vessatori, e in persona di giovani accattoni che al lavoro preferiscono vessare il pubblico, e forse anche scroccarlo.
Ma è tutt’altro il presentarsi di un povero vecchio cadente, il quale con voce pietosa stende la mano e domanda un tozzo [di pane], per non morire d’inèdia come un cane!
Quest’infelice è un uomo come noi; egli sente come noi i bisogni della vita; egli ha battuto inutilmente la porta degli ospizi di Beneficenza: gli è stato detto che non vi è posto, che vi sono molte domande, e l’infelice implora la pubblica carità.
Dove sono qui i modi vessatori? Quale legge può colpire questo derelitto? ma, è forse un delitto la povertà? So che la povertà si rèputa come una sventura, come una infelicità, come una grave tribolazione; ma non si è detto mai che l’esser povero è una delinquenza!

Se la povertà fosse un delitto, se il povero fosse lo stesso che un malfattore, perché Colui che venne al mondo per insegnarci ad amarci gli uni gli altri come fratelli [cfr. Gv 13, 34; 15, 17], volle abbracciare la povertà e protesse i poveri, e dichiarò come fatto a se stesso ciò che si fa ai poverelli abbandonati? [cfr. Mt 25, 40].
Ma, diranno taluni, non è un vantaggio per il povero essere tradotto in carcere, e quivi essere alloggiato ed alimentato?
A chi fa questa obiezione si potrebbe dire: se voi foste nella posizione di quel povero, preferireste di essere condotto ad un tribunale e condannato a sei mesi di carcere, anziché godere della personale libertà? e certo che al povero chiuso in prigione non si dà né un lauto pranzo, né un soffice letto. Si tratta di dargli quel po’ di minestra e quel tozzo di pane nero che si buscherebbe con l’elemosina.
In tal caso lasciate che questo tozzo di pane se lo mangi senza l’incubo delle sbarre e della porta di ferro, lasciate che dorma tranquillo sul suo misero pagliariccio, senza lo spettro di sei mesi di condanna, e di un fosco avvenire che gli si presenta!

Il povero è privo di tante e tante cose, ma almeno lasciategli godere il libero sole, la libera aria, il libero orizzonte della natura, oggi che vi è tanta libertà per tutti!
Più si considera questa grave ingiustizia sociale, e più appare raccapricciante.
Da molti anni io vivo in mezzo ai poveri, e potrei qui corroborare la mia tesi con fatti, prove ed episodi.

Per esempio: nel mio Istituto maschile ho ricoverato un povero. Costui fece lo spazzino tutta la sua vita con tale assiduità e disimpegno da meritarsi ammirazione. Oggi è un vecchietto tremulo e acciaccato. Siccome il mio Asilo è per i bambini e non per i vecchi, e siccome le finanze dei miei Istituti son ben ristrette, questo povero vecchio non può ricevere altro che alloggio e vitto.

Ma l’uomo per vivere non ha di bisogno solamente del cibo. Quel vecchietto ha dei benefattori che taluni giorni della settimana gli danno un soldo per carità. Egli va a trovarli nei giorni designati. Con quei soldi deve provvedersi di qualche camicia, di qualche paio di ciabatte e di qualche po’ di tabacco.
Un mese fa usciva dal portone di uno dei suoi benefattori; un questurino lo prese e lo condusse al Pretore. Fu inutile il piangere, il protestare, fu condannato ad un mese di carcere.
Ma di grazia, qual è il delitto di questo infelice? Si può senza nessunissima colpa applicare una pena? Esiste in nazione alcuna questo codice penale? Ah, che non intende questo la legge!

Se per il povero è delitto chiedere l’elemosina, allora è del pari un complice chi la fa, a cominciare da me, dal Questore, e dai Giudici, i quali tutti, essendo uomini, abbiamo dovuto sentire più volte nella nostra vita la compassione per i poverelli, e abbiamo dovuto soccorrerli con qualche obolo. ma voi potete imprigionare tutti i poveri del mondo, potete accalappiarli come i cani e farli morire annegati, voi non potrete mai distruggere il sentimento della carità, che spinge a dare un soccorso agl’infelici. Vi saranno sempre cuori benèfici, che vogliono dare a mangiare agli affamati, che vogliono vestire i nudi, che vogliono considerare i poveri cadenti ed abbandonati come propri fratelli, che vogliono sentire la dolce consolazione di far loro del bene, siano pure mendìchi dispersi tra le pubbliche vie, dove spesso ne abbiamo veduti prossimi a morire di fame!

Né potrete distruggere i poveri, perché la condizione della vita umana e l’organizzazione della società è tale, che i poveri non possono interamente eliminarsi. O che si apprestino prigioni o che si processino, o qualunque altro mezzo si usi, si avvererà sempre la parola del Vangelo: Páuperes semper vobíscum habétis. I poveri li avrete sempre con voi! [Mt 26, 11; Mc 14, 7].
Invece di incrudelire contro i miseri mendicanti, invece di aggravare le finanze dello Stato o della Provincia per mantenere tanti poveri nelle carceri, si pensi piuttosto ad aprire in Messina un nuovo ospizio per ricoverare questi infelici. Ma è doloroso il dire, che le opere di carità in Messina non molto si comprendono!

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Quanto prima verrà l’inverno, tanto gravoso per i poverelli. Che dovranno fare questi infelici, se nemmeno possono chiedere un obolo? Il bello è che vi erano in Messina due dormitori pubblici, in cui erano alloggiati più di ottanta poveri tra uomini e donne; questi dormitori vennero chiusi. I poveri che dormivano in essi hanno passato le notti dell’estate all’aria aperta. Dovranno fare lo stesso nelle notti d’inverno quando cade la neve? Se nel giorno domanderanno un paio di soldi per dormire al fondaco, saranno presi, giudicati e condannati!

Stimatissimo Signore, nonostante la differenza di princìpi religiosi che forse ci separano nel campo della Fede, io ritengo che la Signorìa Vostra si abbia un cuore inclinato alla compassione verso i derelitti.

Io faccio dunque appello ai suoi sentimenti umanitari, e la prego che voglia, per mezzo del suo Giornale, definire il giusto concetto della repressione delle questue illecite e anche dei modi vessatori, e voglia metter fuori dell’applicazione rigorosa della legge i poveri infelici vecchi, cadenti, inabili al lavoro, o offesi della persona, e che non trovano ricovero nei pubblici Ospizi, nonostante le reiterate insistenze che fanno molti di questi poveri, per come a me consta, e presso l’ospizio di Collereale, e presso le Piccole Sorelle dei Poveri, e presso la Casa Pia.
Sembrami che tutti costoro siano degni di compassione e di aiuto, e non d’inquisizione poliziesca, e di carceri.

I poveri miseri derelitti non possono da sé stessi farsi ragione, non hanno avvocati che prendano energicamente la loro difesa, non hanno giornali che si occupino di loro e ne procurino i vantaggi; essi sono oggi il rifiuto della società, e non sono creduti degni neanche di vivere!
Valga questa considerazione a maggiormente muovere l’animo bennato della Signorìa Vostra per prendere a cuore la causa di questi deboli ed oppressi, ed esercitare così la nobile virtù della carità, per la quale si avrà le benedizioni di Dio e degli uomini!
Accetti, egregio Signor Direttore, le espressioni del mio più sincero rispetto, e mi creda:

Suo Devotissimo Servo
Canonico Annibale Di Francia

God bless you!

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