Profili di Preti: MONS. EVASIO COLLI | Diocesi di Parma

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Profili di preti è una sezione dedicata alla memoria grata di presbiteri defunti, sezione costruita sui testi scritti da don Domenico Magri in alcuni libri.

MONS. EVASIO COLLI
9 maggio 1883 –  13 marzo 1971

Mons. Colli è stato un grande vescovo per Parma, quando per Parma era necessario avere un vescovo grande. La stagione drammatica coincisa con gli anni del suo episcopato a Parma esigeva proprio un vescovo così. E lo abbiamo avuto!
Mons. Evasio Colli era arrivato a Parma nel 1932, dopo cinque anni di episcopato ad Acireale, accolto con entusiasmo dalla popolazione, come dicono le cronache del tempo, ma con l’impegnativa missione di succedere al santo vescovo Guido Maria Conforti. Tra il serio e il faceto diceva spesso che per lui era un’impresa troppo ardua essere il successore di un vescovo santo come mons. Conforti.

  • nato a Lu di Casale Monferrato il 9 maggio 1883
  • laureato a Roma in diritto canonico e civile, in teologia e filosofia
  • ordinato sacerdote il 5 novembre 1905
  • insegnante nel seminario di Casale Monferrato
  • parroco di Occimiano dal 1915 al 1927
  • vescovo di Acireale dal 1927 al 1932
  • vescovo di Parma dal 1932 al 1971
  • nel 1939 direttore generale dell’Azione Cattolica Italiana
  • deceduto a Parma il 13 marzo 1971

Intervento al Convegno su mons. Evasio Colli, palazzo del Vescovado 14 marzo 2011
Mons. Colli è stato un grande vescovo per Parma, quando per Parma era necessario avere un vescovo grande. La stagione drammatica coincisa con gli anni del suo episcopato a Parma esigeva proprio un vescovo così. E lo abbiamo avuto! mons. Evasio Colli era arrivato a Parma nel 1932, dopo cinque anni di episcopato ad Acireale, accolto con entusiasmo dalla popolazione, come dicono le cronache del tempo, ma con l’impegnativa missione di succedere al santo vescovo Guido Maria Conforti. Tra il serio e il faceto diceva spesso che per lui era un’impresa troppo ardua essere il successore di un vescovo santo come mons. Conforti.

Ho ricevuto la Cresima da lui a Calestano, mio paese natale: ma di questo evento sacramentale non conservo nessun ricordo, se non la mia foto di bambino di sei-sette anni, vestito da mia mamma alla marinara, come usava allora.
Invece ho cominciato a ricordare tutto di lui da quando sono entrato in Seminario nell’ottobre 1941.
Quando c’erano in Cattedrale le celebrazioni con il vescovo, le classi dei seminaristi del Minore partivano a piedi da via Solferino per riempire il transetto destro: che impressione e che suggestione per me, piccolo seminarista venuto da Calestano, l’ambiente sacro che a me sembrava immenso e la solennità dei riti, con un vescovo così maestoso e solenne!
L’ho visto da vicino per la prima volta in seminario Minore il giorno di Ognissanti 1941. Era arrivato scuro in volto a rendersi conto dell’incidente occorso ai seminaristi di V ginnasio, per fortuna e miracolosamente senza conseguenze gravi per le persone: il pavimento davanti al camerone, appena tornati dal Duomo, era crollato sotto i loro piedi e si erano ritrovati sul pavimento sottostante!

Io non sono in grado di raccontare tutte le ansie del vescovo Colli per i preti e per la popolazione della Diocesi durante la guerra. So che sono stati tanti i suoi interventi, almeno per limitare i danni: bombardamenti (seminario Maggiore colpito nel lato sud), rastrellamenti tedeschi e deportazioni in Germania di intere popolazioni maschili dei paesi, lotta partigiana con tante inevitabili vittime negli scontri armati e feroci rappresaglie dei tedeschi fra la popolazione civile. Il vescovo ovviamente è stato particolarmente vicino ai suoi preti e seminaristi adulti, ottenendone il rilascio quando venivano essi pure presi per essere deportati in Germania o in pericolo di essere fucilati perchè accusati di favorire la lotta partigiana.
Ricordo con precisione una celebrazione in Duomo a guerra avanzata. Il vescovo, parlando “con il cuore in mano”, aveva confidato con tono drammatico di aver convinto il Papa Pio XII a lasciarlo a Parma.
Era direttore generale dell’Azione Cattolica Italiana e il Papa desiderava avvicinarlo a Roma (mi pare come vescovo di Perugia) in previsione degli sviluppi della guerra. Ancora oggi ricordo benissimo il tono commosso con il quale il vescovo mons. Colli ha detto che non se la sentiva di abbandonare la Diocesi, a lui tanto cara, in momenti così difficili e turbolenti. La sua commozione aveva contagiato tutti i fedeli presenti, stupiti per questa “confessione” pubblica del loro vescovo.

Nell’arco di tempo del suo episcopato a Parma, mons. Colli ha saputo mettere in opera tutta la sua forza propulsiva di guida pastorale della Diocesi.
Si può applicare a mons. Colli la frase ben nota che recita così: “un uomo solo al comando”? Penso di sì. Ma allora non era ancora maturato quello spirito di collegialità conciliare, che stenta perfino oggi ad affermarsi compiutamente. E poi la sua forte personalità, la sua superiore intelligenza e visione delle cose spiega un po’ la sua tendenza a decidere da solo.

Mons. Colli ha saputo tenere sotto pressione tutta la Diocesi nelle scelte pastorali che gli stavano particolarmente a cuore. Basta citare l’Azione Cattolica in ogni Parrocchia; l’istruzione religiosa; il Seminario sostenuto da una rete di numerosi iscritti all’OVE (Opera Vocazioni Ecclesiastiche); le Visite pastorali fin dall’inizio e in tutto il tempo del suo episcopato finchè le forze lo hanno sorretto: assieme alle Missioni popolari, cui erano quasi sempre abbinate, le Visite pastorali sono state uno dei pilastri portanti della sua missione episcopale.
Da rimarcare inoltre ben 9 dei 10 Congressi Eucaristici Diocesani celebrati in tutto dalla Chiesa di Parma: dal 1935 a Traversetolo fino al 1962 in Città. Neglianni
Questa proliferazione di Congressi Eucaristici la dice lunga sulla centralità che il vescovo Colli ha suputo dare alla Eucaristia. Il decimo e ultimo Congresso Eucaristico Diocesano è stato celebrato da mons. Pasini a Langhirano nell’ormai lontano 1980. Poi più nulla!

Mons. Colli ha lasciato la documentazione preziosa della sua straordinaria intelligenza e capacità di interpretare i segni dei tempi nelle Lettere Pastorali che allora i parroci leggevano al posto dell’omelia durante le Messe della Quaresima, secondo una prassi che oggi farebbe a pugni con il più elementare spirito liturgico.
Penso invece che non ci siano molte tracce di tanti suoi discorsi, saggi ed elevati al pari degli scritti, per la mancanza allora di una adeguata tecnologia di registrazione. Ogni anno era atteso il suo discorso davanti al Duomo al termine della processione del Corpus Domini: sapeva fare vibrare la Piazza gremita di fedeli, con le sue parole forti e le denunce coraggiose contro le distorsioni morali del tempo.
Non può essere taciuto il rapporto di mons. Colli con il Concilio: un rapporto molto sofferto. La sua età anagrafica e la sua ormai datata formazione culturale e spirituale, difficilmente potevano trasformarlo in un vescovo entusiasta di partecipare alle sessioni conciliari, cui peraltro è sempre stato fedelmente presente. Nei suoi ritorni a Parma lasciava facilmente trasparire nelle conversazioni le sue difficoltà ad accettare il nuovo corso della Chiesa. Il testimone della missione per applicare il Concilio in Diocesi è stato trasmesso da mons. Colli al vescovo mons. Pasini, prima come Amministratore Apostolico “sede plena” e poi come successore: noi tutti sappiamo l’impegno che mons. Pasini ha profuso.
Come era il suo atteggiamento e il suo modo di trattare i sacerdoti? Non sono in grado di dare una risposta precisa, perchè so di atteggiamenti abbastanza severi, ma anche di attenzioni premurose. Secondo le norme giuridiche e la mentalità del tempo, bisogna riconoscere che mons. Colli era indubbiamente esigente verso i comportamenti personali e pastorali dei preti.

Aveva certo molta capacità di intuire anche a prima vista le caratteristiche dei suoi preti: tutti eravamo d’accordo nell’affermare che aveva molto occhio clinico in questo senso. Noi seminaristi avevamo perfino l’impressione che ci osservasse bene a uno a uno dal suo seggio episcopale durante le celebrazioni.
Ha dimostrato nelle sue scelte di avere molta fiducia verso i preti giovani, affidando loro incarichi delicati e parrocchie impegnative.
Mi ha nominato parroco di Ognissanti, la parrocchia allora più popolosa della Diocesi (11mila abitanti), quando avevo appena 26 anni, dopo che ero stato per poco più di tre anni cappellano a Fornovo Taro. Se ci penso, mi chiedo ancora come avrà fatto a compiere un gesto così temerario: mi sentivo ed ero in realtà ancora così immaturo!
Non per nulla quel mattino del 2 marzo 1958 il vescovo mi ha presentato alla Parrocchia di Ognissanti evidenziando con molta franchezza il mio limite dovuto alla mia giovane età, rassicurando però subito dopo con la sua solita arguzia che da questo difetto si guarisce giorno per giorno.

Mi è stato molto vicino nella costruzione della nuova Chiesa di S. Maria del Rosario in via Isola: come dimenticare la benedizione e la posa della prima pietra il 4 ottobre 1959 e la solenne consacrazione il 30 settembre 1962, pochi giorni prima di partire per il Concilio?
C’è un gesto di generosità che devo segnalare per dovere di riconoscenza e perchè esprime la sensibilià di mons. Colli nel provvedere, anche di persona, alle necessità della Diocesi. Per acquistare un terreno di fianco alla nuova Chiesa mi occorrevano sei milioni: lui me li ha dati suoi personali e quando andavo da lui per restituire i soldi a rate, mi faceva sempre una ricevuta ben superiore alla somma che gli portavo: alla fine gli ho restituito solo 4 milioni!
Non posso non rievocare un episodio simpatico e per me indimenticabile. Avevamo allora come parrocchia anche la cura pastorale del quartiere Baganza, dove in alcuni palazzi popolari erano appena state sistemate le famiglie, venute via dai cosidetti “capannoni” della Navetta e del Cornocchio, che erano poco più che baracche, poco dignitose per quella gente emarginata.
E così gli abitanti trasferiti in questi nuovi palazzi, a motivo della provenienza, si erano portati dietro l’appellativo per niente elegante di “capannoni”. Gente non certo abituata a frequentare la Chiesa, molto schietta nel linguaggio, ma ricca di sentimenti e capace di affezionarsi anche al prete. Infatti erano stati precedentemente oggetto di frequentazione assidua e di assistenza piena di amore da parte del “mitico” don Erminio Lambertini, che era chiamato appunto “il prete dei capannoni”.
Avevamo preso in affitto un seminterrato vicino al palazzo di sei scale, in Via Colla, abitato da queste famiglie. Alla domenica si celebrava la Messa per il quartiere e durante la settimana si faceva catechismo. Una domenica è venuto il vescovo a celebrare. Al termine l’ho invitato a fare due passi con me sotto le finestre del palazzo: non voleva venire, perchè aveva timore di non essere gradito, ma io ho insistito ed è venuto. Una donna alla finestra lo ha visto tutto vestito di rosso e si è messa a gridare in dialetto: “C’è il nostro vescovo, evviva il vescovo!” Allora tutti si sono affacciati alle finestre e ai balconi a salutare rumorosamente il vescovo con una esultanza incredibile: è stata una vera festa. Il vescovo si è commosso profondamente.

Era una bella esperienza andarlo a trovare negli ultimi anni della sua vita quando non aveva più le preoccupazioni del governo della Diocesi. Forse si sentiva solo, aveva bisogno di compagnia e rievocava volentieri la sua vita passata. Anche a me, nelle visite che gli facevo, ha raccontato alcuni episodi.
Questo vorrei riferire. Era parroco di Occimiano (diocesi di Casale Monferrato). Era andato in bicicletta a portare la Comunione a una persona ammalata distante dalla Chiesa. E’ arrivato il Sagrestano tutto trafelato con un telegramma. C’era la sua nomina a vescovo. Ebbene, si è sentito improvvisamente e talmente compreso della sua dignità episcopale, che non ha avuto il coraggio di riprendere la bicicletta ed è tornato a piedi in Canonica. Ha incominciato così a fare il vescovo.
Quando mons. Colli nelle grandi feste entrava solennemente in Cattedrale preceduto da una lunga fila di seminaristi e dai Canonici, il coro diretto da mons. Mario Dellapina eseguiva il mottetto polifonico del Maestro don Furlotti, molto suggestivo, che cominciava così: “Ecce sacerdos magnus qui in diebus suis placuit Deo (Ecco il grande sacerdote che nei giorni della sua vita è paciuto a Dio)”.
Penso veramente si possa dire che mons. Evasio Colli è stato un vero “SACERDOS MAGNUS”: nei giorni del suo episcopato è piaciuto a Dio e alla gente di Parma.

 

 (da “VESCOVIPRETISUOREAMICI”   don Domenico Magri  Ed. Likecube -2012)

God bless you!

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