Monsignor Bommarito con il Papa in visita a Catania. (foto G. Giuliani).

Il documento
di LUIGI BOMMARITO

La lettera che l’arcivescovo di Catania ha inviato alle comunità in attesa di un giudizio dalla Santa Sede.

Ai fratelli e alle sorelle delle comunità neocatecumenali della Chiesa che è in Catania. Per conoscenza ai presbiteri dell’arcidiocesi. Carissimi nel Signore Gesù, lungo il mio servizio episcopale svolto per circa quattordici anni nella santa Chiesa di Dio che è in Catania, non ho mai cessato di ringraziare il Signore per la ricchezza, la varietà e la vivacità pastorale incontrate non solo nelle comunità parrocchiali e nella vita religiosa ma anche nelle associazioni, nei movimenti e nelle varie aggregazioni ecclesiali di cui è ricca la nostra diocesi catanese. In sintonia con il Santo Padre Giovanni Paolo II e con l’episcopato italiano, reputo un grande «dono di Dio», una vera e propria «ondata di grazia» le varie forme di aggregazione di fedeli, da quelle più antiche a quelle più recenti, che nella loro molteplicità sono segni «della ricchezza e della versatilità delle risorse che lo Spirito del Signore Gesù alimenta nel tessuto ecclesiale» (Christifideles laici, 20), tanto da essere «accolte con gratitudine e responsabilmente valorizzate», come sottolinea la nota pastorale della Cei Le aggregazioni laicali nella Chiesa (nell’introduzione).

In verità, in questo prezioso contesto di grazia, come pastore di tutto il gregge affidatomi da Dio, quando mi è stato possibile, sono stato gioiosamente presente per incoraggiare, benedire, stimolare e promuovere, ma contemporaneamente – come era ed è mio preciso dovere – anche per correggere quegli aspetti che, a volte, nelle loro espressioni si sono manifestati in maniera piuttosto “problematica”, ora per difetto ora per eccesso.

È stato, ed è, anche il caso delle comunità neocatecumenali che ho seguito con stima, affetto e con alcune perplessità. Ho avuto modo di discuterne con responsabili del “Cammino” dentro e fuori la nostra diocesi. Posso confermare che le mie perplessità di tipo teologico-pastorale che sto per comunicarvi hanno incontrato dappertutto – a partire da molti miei confratelli vescovi – una perfetta consonanza sia sul piano delle idee come su quello delle esperienze concrete vissute con una certa sofferenza nell’ambito di molte Chiese locali italiane e non solo italiane. Mi sono chiesto tante volte, e nel contempo lo chiedo anche a voi, se non sia opportuno far luce e dare precise risposte a delle richieste di chiarimento che fino a oggi purtroppo sono rimaste inevase, col rischio che si possano continuare a fomentare ancora di più perplessità e insofferenze varie in mezzo al popolo di Dio.

Credo opportuno, pertanto, elencare alcuni aspetti del vostro “Cammino” che mi sembrano bisognosi di necessarie, pertinenti e urgenti chiarificazioni. Se non l’ho fatto prima – mai
però ho nascosto le mie perplessità anche se unite a sentimenti di ammirazione – è perché ho atteso l’approvazione del “Cammino” da parte del Santo Padre. Ritardando ancora tale approvazione, vi confido le ragioni che, da sempre, cioè da quando, a Monreale, da sacerdote ho frequentato la catechesi del “Cammino”, mi lasciano perplesso.

1) Si nota che in molte comunità neocatecumenali al presbitero viene di solito riconosciuta o quasi “concessa” solo la dimensione cultuale e funzionale dell’ordine sacro, mortificandolo se non addirittura privandolo della sua connaturale dimensione giurisdizionale che – come si sa – è parte integrante e costitutiva dell’Ordine stesso. Spesso, infatti, è il catechista che si appropria indebitamente della potestà giurisdizionale propria del sacerdozio ministeriale. Ci si chiede: quale consonanza c’è col n. 28 della Lumen gentium la quale precisa che «nelle singole comunità locali i sacerdoti rendono, per così dire, presente il vescovo, … santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata»? Un presbitero, a me carissimo, mi ha confidato che dopo oltre 20 anni non
ha chiaro ancora il suo ruolo nell’équipe dei catechisti.

2) Lungo l’iter catechetico del “Cammino” viene rigidamente e pesantemente sviluppata la situazione della nullità dell’uomo, anche se battezzato, e quindi l’incapacità dello stesso cristiano di aprirsi – senza l’apporto della comunità neocatecumenale – alla grazia redentiva di Cristo, come se l’evento storico della Risurrezione non avesse risolto e provocato i benefici dell’alleanza di tutti e di ciascuno con Dio. In altre parole: come se la virtù teologale della speranza – virtù infusa dallo Spirito in ciascun battezzato col battesimo – rimasta impoverita e defenestrata, non avesse più nessuna voce in capitolo. Ma la fede cristiana corredata dalla preghiera e dai sacramenti non è già in sé stessa portatrice di luce, di pace, di forza, di gioia, di vittoria sul male? A cosa si riduce il cristianesimo se viene a mancare la teologia della speranza?

3) Con molti vescovi di mia conoscenza – di cui accludo interventi e testimonianze che fanno molto pensare –, faccio osservare che va provocando confusione, malumori e disagi pastorali, il fatto che, ancora da parte delle comunità neocatecumenali, si continua a celebrare in forma riservata e privata l’eucaristia del sabato sera e addirittura la veglia della Pasqua del Signore, evento strepitoso dell’amore di Dio teso per natura sua a radunare insieme tutto il popolo di Dio in un’unica grande famiglia. Si divide il popolo di Dio in due, come blocchi composti in classi e categorie diverse, l’uno di serie A e l’altro di serie B, come fossero cioè schieramenti separati e contrapposti, incapaci di riconoscersi tutti fratelli. Hanno proprio torto coloro che pensano che le comunità neocatecumenali costituiscono una Chiesa parallela? Non dobbiamo accogliere in un’unica comunità anche i più poveri e i più deboli, i meno catechisticamente preparati che spesso, senza volerlo né saperlo, sono ritenuti fuori del recinto o forse sono rimasti “fuori” per colpa di noi stessi che ci riteniamo i più vicini, più praticanti e osservanti? Qualcuno può pensare: ma il sacramento non agisce proficuamente già ex opere operato? Perché allora dare tanta importanza solamente alla partecipazione del gruppo dei più qualificati? Forse che l’ex opere operantis (inteso anche come azione di comunità di prescelti) per merito della sua modalità di “Cammino”, e solo perché diversa da altri “cammini”, riesca a rendere più meritevole ed efficace il sacramento?

4) Sappiamo da san Paolo che lo Spirito affida i suoi carismi ai singoli battezzati – e di conseguenza anche ai singoli gruppi ecclesiali – per il bene comune (cf 1Cor 12,7), per esempio per il bene comune dell’intero popolo di Dio presente in ogni parrocchia. La comunità neocatecumenale, come pure qualche altro movimento ecclesiale, impongono invece esattamente il percorso inverso, comportandosi in modo tale da strumentalizzare il bene comune per garantire il loro proprio carisma, assolutizzando le loro scelte e imponendo il loro metodo come fosse insuperabile, unico rispetto a tutti gli altri e, per qualcuno addirittura, l’unico salvifico.

5) Di conseguenza, non di rado capita di constatare che, nelle parrocchie ove sono presenti in maniera consistente le comunità neocatecumenali, non sempre è facile la convivenza, né tanto meno la collaborazione con le altre realtà ecclesiali operanti in loco. Con coloro che mi hanno accompagnato, durante la visita pastorale, in una parrocchia, ne abbiamo fatto amara constatazione. Penso che una maggiore sintonizzazione con il piano e gli indirizzi pastorali del pastore della diocesi potrebbe ridimensionare la presunta convinzione che il proprio metodo sia il più perfetto, fino ad avere la precedenza su tutti gli altri, come se avesse l’imprimatur dello Spirito.

6) Sappiamo dal Vangelo che il messaggio di Gesù procede dolcemente sul versante libero e liberante del «Si vis…» (se vuoi…) e si evidenzia fino a svilupparsi chiaramente e amichevolmente su di un piano di amore la cui espressione emblematica è la “parabola del figliol prodigo”: un padre che attende il figlio perduto, gli va incontro, lo abbraccia, lo perdona per lo sbaglio commesso, lo riveste, gli mette l’anello al dito, fa festa, lo scusa persino di fronte al fratello maggiore che non la pensa come lui!… Il cammino neocatecumenale a volte sembra invece camminare sul versante intransigente del «tu devi», sul filo di un «imperativo categorico» di kantiana memoria, col rischio molto facile di cadere in una sorta di fondamentalismo integralista destinato, come purtroppo accade, a fomentare divisioni e separatismi vari, creando inevitabilmente piccoli ghetti o pericolose “chiesuole” nell’ambito della stessa Chiesa di Dio, nata invece per essere un’unica grande famiglia del Padre.

7) Non vorrei parlare degli scrutini che, spesso, scarnificano le coscienze con domande che nessun confessore farebbe. Ma come può essere permesso ciò a un laico, sia pure catechista? Non vorrei parlare neppure delle confessioni pubbliche… Ma chi può autorizzare uno stile che la Chiesa, nella sua saggezza e materna prudenza, ha abolito da secoli?

8) Ho letto con attenzione e interesse la lettera che recentemente (Roma, 5.4.2001) il Santo Padre ha rivolto al cardinale Francis Stafford, presidente del Pontificio Consiglio per i laici: una lettera molto significativa e oltremodo importante. Il Sommo Pontefice chiede un giudizio definitivo sul “Cammino neocatecumenale” proponendo un attento e accurato discernimento da parte dello stesso Consiglio pontificio alla luce degli indirizzi teologico-pastorali del Magistero. In realtà, non essendoci stata fino a ora – dopo decenni di presenza delle vostre comunità in vari Paesi del mondo – una vera e ufficiale approvazione dello Statuto alla luce delle norme emanate dalla Santa Sede e dalla Cei, i giudizi sulla bontà del vostro “Cammino” non sono sempre concordi perché di fatto variano di diocesi in diocesi e di parrocchia in parrocchia, in base a comportamenti ed esperienze locali. Vi si chiede pertanto molta riflessione prima di continuare il cammino in maniera sicura e definitiva. La sottomissione al giudizio della Chiesa è il biglietto di presentazione più credibile, valido e decisivo.

Carissimi, come vedete le parole che vi scrivo invocano semplicemente chiarezza su alcuni punti rimasti ancora in zona d’ombra e di conseguenza attendono adeguati cambiamenti di prassi pastorale, per il bene delle nostre comunità parrocchiali. Sono certo che l’amore che vi lega all’ascolto della Parola, all’eucaristia, al servizio della carità e al giudizio della Chiesa, riuscirà a modificare ciò che è modificabile e a correggere ciò che è opportuno e urgente correggere, allo scopo di vivere serenamente, insieme a tutti i fedeli delle nostre parrocchie, quell’unità e quella comunione che fu e che è il grande anelito di Gesù: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21).

Posso attestare comunque di vedere, senza ombra di dubbio – nel vostro “Cammino”, nelle vostre comunità, come in ciascuno di voi – la presenza vivificante dello Spirito di Gesù che vi ha portati e vi porta a compiere opere pastorali degne di ammirazione, perché realizzate con sacrifici di tempo, di affetti, di denaro e di gesti di zelo missionario anche fuori dal nostro Paese. Adesso occorre però riesaminare i passi compiuti e rivedere e verificare – alla luce dell’ecclesiologia conciliare, del Catechismo della Chiesa cattolica, degli orientamenti del piano pastorale dell’episcopato italiano e del piano pastorale del proprio pastore – quanto le nostre comunità parrocchiali attendono dal carisma che vi è stato affidato dal Signore e
che speriamo venga riconosciuto quanto prima dallo Spirito attraverso l’approvazione dello Statuto da anni presentato alla Santa Sede.

Il Signore Gesù e la Vergine Santa benedicano e assistano il vostro “Cammino” perché sia illuminato dalla Scrittura santa da voi meditata e perché viva in stretta comunione col vescovo, con i parroci e con tutte le realtà ecclesiali che lo Spirito suscita per il cammino di santità di tutto il popolo di Dio.

vostro + Luigi, arciv. (Avvento 2001)

Source: Vita Pastorale n.2 febbraio 2002 – Appunti di un pastore ai neocatecumenali

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