Lampedusa, il mare è nostro e le vittime degli altri? | La Stampa

Redazione – Pubblicato il 22/11/2013 – Ultima modifica il 22/11/2013 alle ore 17:05

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Il monito di monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, nell’incontro al Parlamento Europeo promosso dalla fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre”

«Che senso ha officiare funerali di Stato per le vittime, se non celebriamo con altrettanta passione la vita dei superstiti. Questi nei campi di accoglienza sono trattati da criminali e sono stipati in più di mille in rifugi con solo 250 letti». È lo sfogo di monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, durante un incontro organizzato il 7 novembre scorso presso il Parlamento europeo da Aiuto alla Chiesa che Soffre.

L’iniziativa è stata promossa nell’ambito della collaborazione tra Unione europea e Aiuto alla Chiesa che Soffre, che ha visto svolgersi a Bruxelles altri colloqui tra le istituzioni europee e alcuni testimoni delle Chiese in difficoltà, quali quelle di Pakistan, Egitto e Siria.

Obiettivo del confronto è stato illustrare ai rappresentanti dell’Ue il contesto in cui si è verificata la tragedia di Lampedusa, cercare inoltre un modo per alleviare le sofferenze dei sopravvissuti e prevenire nuovi eventi drammatici. A partire dal prossimo marzo non appena il mare sarà più calmo, si prevedono infatti nuove ondate di profughi.

L’arcivescovo ha incolpato l’Ue di «non far abbastanza per spezzare quell’effetto a catena che porta inevitabilmente uomini, donne e bambini a lasciarsi tutto alle spalle nella speranza di una vita migliore». Secondo il presule i 28 paesi membri sono concentrati sulle prossime elezioni europee e preferiscono parlare di «queste povere anime come se fossero invasori da tenere il più lontano possibile. Sono tutti ben disposti ad armare i ribelli siriani, ma poi fermano le famiglie che cercano di sfuggire quegli stessi proiettili».
Al cospetto del presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, e ad altri esponenti dell’Ue, monsignor Montenegro ha spiegato che Lampedusa «rappresenta il futuro dell’Europa» e per questo impone provvedimenti immediati.

«Mentre l’Unione ha promesso al governo italiano un aiuto di 30 milioni di euro, noi come Chiesa cerchiamo di accogliere i poveri e sostenere gli abitanti dell’isola che aprono le porte delle loro case a chi ha perso tutto».
Ad accompagnare l’arcivescovo di Agrigento a Bruxelles anche il direttore della Caritas locale, Vittorio Landri, che ha sostenuto la necessità di «un nuovo centro di accoglienza più rispettoso della dignità umana, in cui gli ospiti non vivano come in una prigione». Landri ha testimoniato la drammatica situazione dei bambini giunti a Lampedusa. I piccoli che frequentano la ludoteca del centro di accoglienza sono oltre 5600, molti di loro però diventano vittime dei trafficanti umani e di organi. «Dobbiamo agire immediatamente – ha ammonito monsignor Montenegro – per impedire che i bambini o i loro genitori finiscano nelle mani dei criminali».

Il presule ha infine ricordato le centinaia di vittime alle quali ha impartito la sua benedizione. «È stato orribile! Quanti cristiani, con il loro crocifisso stretto forte in bocca, hanno perso la vita nel Mediterraneo. Sono 20mila i morti accertati e chissà quanti quelli di cui non abbiamo notizia, inghiottiti dal Mare Nostrum nell’indifferenza generale. Perché il mare è nostro, ma le vittime sono sempre degli altri».

Source: Lampedusa, il mare è nostro e le vittime degli altri? | La Stampa


Mons. Montenegro al Parlamento europeo per Lampedusa | Giornale di Sicilia | Giornale di Sicilia

05 Novembre 2013

ROMA. Dal 6 all’8 novembre  2013 il presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, mons. Francesco Montenegro, sarà a Bruxelles su invito del Parlamento Europeo. Al centro degli incontri il tema dei migranti e dei rifugiati alla luce degli sbarchi a Lampedusa.

“Questa iniziativa rappresenta una occasione importante per far conoscere la situazione che vive oggi Lampedusa che non va lasciata sola. Servono, infatti, interventi immediati. A Lampedusa oggi ci sono persone e famiglie che aspettano di avere riconosciuti i loro diritti, bambini che vivono in situazioni di estrema precarietà. A tutto questo occorre dare una risposta immediata”, afferma mons. Montenegro che è anche arcivescovo di Agrigento.

Il Presule incontrerà una delegazione dei parlamentari europei, alla quale chiederà di tenere Lampedusa e i migranti sull’Agenda del Parlamento Europeo, con l’invito specifico a visitare l’Isola. Tra gli appuntamenti: un incontro informale con Laszlo Surjan, vicepresidente del Parlamento Europeo, la Commissione per la Giustizia e gli Affari interni, il Team sui problemi
dell’Africa. E’ previsto anche un incontro, sempre sui temi delle migrazioni in Europa e sui rifugiati e richiedenti asilo, al Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) e un colloquio con Cecilia Malmstrom, commissario per gli Affari Interni dell’Unione Europea.

Sorgente: Mons. Montenegro al Parlamento europeo per Lampedusa – Giornale di Sicilia


Dopo Lampedusa / Mons. Montenegro: “Ho bussato a Bruxelles alle porte dei potenti” | La Voce dell’Jonio

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Parla monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, dopo aver incontrato le massime autorità europee (nella foto accanto con il presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy): “Ho portato la voce dei poveri, per dire qual è la realtà che si vive ogni giorno. Del resto la voce dei poveri a Lampedusa è duplice: c’è la voce degli immigrati, ma anche quella degli isolani, che si trovano schiacciati da queste presenze, ma non sono aiutati ad aiutare”. Cammino troppo lento per i richiedenti asilo.

Da Lampedusa alla “capitale europea” per portare la voce dei poveri nelle sedi delle istituzioni Ue. Monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo della diocesi di Agrigento – che include anche l’isola al centro di tante tristi cronache -, ha fatto tappa nei giorni scorsi a Bruxelles. Il Sir lo ha intervistato raccogliendone “a caldo” alcune impressioni.
Dopo le recenti tragedie che si sono verificate a Lampedusa, lei ha notato una maggiore mobilitazione delle autorità, italiane ed europee, attorno all’emergenza umanitaria legata alle migrazioni?
“Noi tutti siamo rimasti colpiti da quest’ultima disgrazia, con oltre 400 morti partiti dall’Africa su un solo barcone. Ma non possiamo dimenticare che ci sono 20mila morti nel mar Mediterraneo, che è ormai diventato una ‘tomba liquida’. Sono situazioni che dovrebbero toccarci, perché quando muore un uomo è l’umanità che viene sconfitta e non dovremmo aspettare i grossi numeri per allertarci e per chiederci se c’è qualcosa da fare. Quello che è avvenuto ancora ultimamente a Lampedusa ha toccato le intelligenze e le coscienze di tante persone: il rischio è che per molti sia rimasta un’emozione che già va sfumando. Se poi tutto ciò abbia innestato iniziative reali per affrontare più efficacemente la situazione… allora direi che per il momento non si vede granché. Anzi, si vede ben poco. Promesse ce ne sono tante, però, oggi come oggi, tutto è come prima. A Lampedusa, ad esempio, il Centro di accoglienza degli immigrati resta quello che è, non idoneo ad ospitare tanta gente. Ci sono 250 posti e si accolgono mille persone in una situazione molto precaria”.
Negli ultimi giorni lei è stato a Bruxelles. Che cosa ha motivato la sua visita alle istituzioni Ue? Ritiene che la situazione dei richiedenti asilo possa essere risolta in maniera più efficace a livello europeo?
“Venire qui è stato un po’ bussare alle porte dei potenti, di coloro che decidono, portando la voce dei poveri, per dire qual è la realtà che si vive ogni giorno. Del resto la voce dei poveri a Lampedusa è duplice: c’è la voce degli immigrati, ma anche quella degli isolani, che si trovano schiacciati da queste presenze, ma non sono aiutati ad aiutare. Per tale ragione sono venuto nelle sedi comunitarie: per raccontare cosa succede sull’isola e nelle terre che accolgono i migranti. Secondo me, poi, la situazione dei richiedenti asilo potrebbe avere qualche miglioramento, ma occorrerebbe trovare un accordo tra gli Stati. In questo senso una vera collaborazione sembra lontana e il cammino è troppo lento di fronte alle pressioni migratorie”.
Qual è stato l’esito delle sue conversazioni con i Commissari europei e con il presidente del Consiglio Ue, Van Rompuy?
“Tutti hanno affermato di essere stati profondamente toccati dalle ultime vicende e che da quando è accaduto il naufragio di inizio ottobre hanno incominciato a riflettere maggiormente sul problema. Però è apparso chiaro quello che dicevo poc’anzi, ovvero che c’è una difficoltà: quella di prendere insieme delle decisioni. Sono state assunte delle iniziative, come Frontex e l’avvio della task force europea nel Mediterraneo. Ma anche in questo caso dobbiamo sperare che non si tratti solo di strumenti per ostruire il passaggio dei migranti, per fare una diga! La presenza di più navi europee nel Mediterraneo assicurerebbe forse maggior sicurezza a chi arriva sui barconi, per aiutare chi è in pericolo di vita; ma è essenziale che non si affronti il problema dei migranti con il semplice respingimento, anche perché ormai la migrazione è quasi una legge fisica. È una tracimazione che avviene perché la povertà, la fame, i diversi disagi obbligano questa gente a partire, come hanno obbligato altri popoli a emigrare in passato. I nostri italiani un tempo hanno fatto le valigie e si sono sparpagliati per il mondo. E aggiungo che se si pensa di fermare l’emigrazione con qualche legge più severa credo che sarà un fallimento, anzi creerebbe maggiore reazione… E ricordiamoci che la rabbia dei poveri è pericolosa. Se invece si avvia uno sforzo per trovare delle piccole e delle grandi soluzioni, nel breve e nel lungo periodo, allora qualche speranza in più può esistere”.

Siamo alla vigilia delle elezioni del Parlamento europeo, che si svolgeranno nella prossima primavera. Qual è il suo messaggio ai cattolici in quanto cittadini europei, anche in relazione alle politiche comunitarie per l’immigrazione?
“Siamo appunto alla vigilia delle elezioni e questo, purtroppo, può essere un segno negativo, nel senso che in campagna elettorale si ferma tutto. In periodo di elezioni anche la soluzione del problema migratorio – mi sembra di aver percepito – si dovrà rimandare a dopo. Per quanto riguarda invece un messaggio ai cattolici come cittadini europei? Io ritengo che noi tutti abbiamo il dovere di mettere in moto la coscienza, dobbiamo sostenere persone che sappiano guardare lontano, andando al di là degli interessi personali e dei nazionalismi. Bisognerà sostenere persone convinte che non può essere l’economia a reggere l’Europa, non può essere l’economia l’unico criterio della legislazione europea, perché il denaro è un idolo e niente di più. Ritengo piuttosto che lo sforzo da intraprendere sia quello di spostare tutta l’attenzione sull’uomo”.
In che senso?
“Nel senso che l’immigrazione non è fatta di numeri e non è una cronaca di giornale: si tratta di persone che per vivere sono obbligate a morire, che per vivere devono pagare prezzi così alti, che sono poi il frutto di scelte che abbiamo fatto noi. Ho avuto modo di dire ai responsabili delle istituzioni europee che noi oggi stiamo pagando il frutto delle colonizzazioni; abbiamo usato e sfruttato la terra africana, che chiamiamo ‘povera’, ma in effetti è ricca; ricca per noi, mentre loro, gli abitanti dell’Africa, continuano a essere poveri. Dobbiamo aprire gli occhi, e soprattutto il cuore e, con il Vangelo in mano, compiere le nostre scelte”.

Source: Dopo Lampedusa / Mons. Montenegro: “Ho bussato a Bruxelles alle porte dei potenti” | La Voce dell’Jonio

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