Alessandra-Dino

Il 10 maggio 2008, alla Fiera del Libro di Torino, ne hanno discusso con l’autrice Gianrico Carofiglio, Giancarlo Caselli, don Luigi Ciotti; ha moderato Ettore Boffano.

alessandra-dinoEsiste un Dio dei mafiosi? Qual è il rapporto tra gli uomini d’onore e la religione? Fin dalle origini, la mafia ha attinto alla simbologia cattolica per rinsaldare i legami tra i suoi associati e attribuire dignità alle proprie azioni, creando una ‘religione capovolta’ a propria misura, cercando compiacenza e complicità tra i ministri del culto. In questo libro Alessandra Dino racconta una storia difficile. Le sue pagine sondano, scavano e fotografano, interpretano scenari complessi che non si lasciano liquidare entro schemi monolitici: non esiste una

Alessandra Dino, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra

Alessandra DinoLa mafia devota. Chiesa, Religione, Cosa Nostra, Roma-Bari, Editore Laterza, 2008. ISBN 978-88-420-8520-1

Indice

Prologo All’ombra del monte Grifone

1. Feste, processioni e labari

1.1. Le devozioni materiali – 1.2. Confraternite – 1.3. Le feste della mafia. 1.4. Il religiosissimo popolo
di Sicilia. – 1.5. Devoti a sant’Agata. – 1.6. Processione a Fondo Magliocco. – 1.7. Le feste del capomafia. – 1.8. Una religiosità tutta terrena.

2. Riti di passaggio.

2.1. Rituali d’iniziazione. – 2.2. La tradizione storica. – 2.3. L’affiliazione a Cosa Nostra. – 2.4. Le ragioni di un rito.  – 2.5. Nel tempio dei “Liberi Muratori”. – 2.6. Regole di una morale mafiosa. – 2.7. La morale dell’esteriorità. – 2.8. Dio sceso in terra.

3. Funerali e matrimoni

3.1. Il matrimonio tra sacro e profano. – 3.2. Il “dottore” in chiesa. – 3.3. Compari per la vita. – 3.4. Compari per la morte. – 3.5. Funerali di mafia. – 3.6. Lo spretato che venne da lontano.

4. Le voci di dentro

4.1. Le tradizioni e la storia. – 4.2. Racconti e testimonianze dall’interno. – 4.3. Il dono inestimabile. – 4.4. La preghiera. – 4.5. La sacralità del «pizzino».

5. Confessione e pentimento

5.1. Il peccato di mafia. – 5.2. Pentiti e pentimento. – 5.3. Giustizia divina e giustizia terrena. – 5.4. Il documento dei teologi siciliani.

6. La pastorale che divide

6.1. Il “network”. – 6.2. La mafia e l’arciprete. – 6.3. La mafia e il cardinale. – 6.4. La mafia, Danilo Dolci e “Il Gattopardo”. – 6.5. I vescovi e il cambiamento. – 6.6. La frontiera. – 6.7. Vescovo a Sagunto. – 6.8. La Chiesa di Frittitta e quella di De Giorgi.

7. Prove di trattativa

7.1. Fare la guerra per avere la pace. – 7.2. Aglieri e la terza via. – 7.3. Fra Celestino. – 7.4. La lettera di Calò. – 7.5. La lettera di Aglieri. – 7.6. Le promesse non mantenute.

8. Luoghi di confine: le apologetiche sulla mafia

8.1. Frammenti dell’immaginario mafiologico. – 8.2. Radici storiche e quadri sociali. – 8.3. Dimensioni religiose delle apologetiche sulla mafia. – 8.4. La parola ai parroci.

Epilogo

sola mafia, come non esiste una sola Chiesa.


Excerpta

Prologo
All’ombra del monte Grifone

La chiesa di Santa Maria del Gesù e l’annesso convento dei minori riformati scrutano Palermo dalle pendici di monte Grifone, a due passi da Villagrazia e dalla Guadagna, un tempo popolose borgate, oggi estesi quartieri della periferia cittadina, immersi in quel che residua della rigogliosa campagna mediterranea scampata allo scempio del sacco edilizio, la cui particolare bellezza dovette spingere il beato Matteo da Girgenti ad avviare proprio su quei costoni rocciosi la costruzione del complesso monastico, nella primavera del 1426. Scrive Giuseppe Bellafiore:

«Suggestiva era un tempo la selva circostante che, all’ombra dei secolari cipressi, aveva grotte, fontane, peschiere, un’esedra con statue di santi entro nicchie, stazioni di Via Crucis e sparsi romitori dove i frati restavano in solitaria contemplazione» (1971, p. 111).

Le cose dovevano essere cambiate sensibilmente già dopo la seconda guerra mondiale, quando presso il cimitero monumentale annesso al convento avevano trovato rifugio per diversi giorni alcuni camion carichi di sigarette americane di contrabbando e di sale prelevato a Gurgo di Sale di Mussomeli (Pantaleone 1978, p. 123).

Come che sia, forse fra Giacinto non aveva mai molto apprezzato questo luogo di solitaria contemplazione; di lui si ricorda il passo svelto con cui attraversava quel pianetto di basole grigie steso innanzi alla chiesa, per accogliere gli ospiti importanti che si recavano spesso a trovarlo e con cui scambiava un caloroso saluto proprio davanti al portale tardo quattrocentesco, decorato con i busti dei dodici apostoli sugli stipiti e il Padre Eterno tra gli angeli sull’architrave. Chissà quanti segreti gli saranno stati sussurrati a mezza voce tra le tarsie marmoree dell’abside, davanti a quell’altare secentesco su cui nel 1634 si inginocchiarono anche i messi del viceré duca di Alcalà, recanti in dono un fonte in marmo per i frati del convento.

Erano tante, e tutte di un certo riguardo, le persone che giungevano al convento per parlare con il frate, e capitava spesso che dopo quelle riservate conversazioni egli si infilasse nelle auto dei suoi ospiti e andasse via senza dare spiegazioni, tornando per sera o anche dopo giorni. Nessuno sapeva molto di più. Nessuno voleva sapere.

Era un singolare uomo di Chiesa, frate Giacinto, al secolo Stefano Castronovo, nato nel 1919 a Favara, grosso centro dell’Agrigentino. Ancora ricordano, gli anziani della borgata, come si era piantato fieramente davanti agli uomini del commissario Angelo Mangano, dirigente pro tempore del Commissariato di Polizia di Corleone, che al convento erano andati a bussare la mattina del 28 marzo 1964 in cerca del latitante Luciano Leggio, all’epoca capo incontrastato della famiglia mafiosa di Corleone: «Qui non c’è nessuno – li aveva apostrofati bruscamente il frate – e senza un mandato di perquisizione non si entra». Mangano aveva tirato fuori dalla tasca il mandato e, in un’atmosfera di surreale silenzio, alla ricerca del capomafia corleonese, i poliziotti avevano perquisito l’intero edificio, soffermandosi a cercare con maggiore cura proprio nelle stanze del frate. La soffiata, del resto, era stata precisa: fra Giacinto gli offre rifugio in convento, forse nell’annesso cimitero, tra le cappelle gentilizie e i loculi, o forse in una pertinenza poco lontana, in mezzo ai giardini di aranci (1).

Quella mattina, Leggio aveva continuato la sua latitanza e gli uomini di Mangano avevano dovuto lasciare il convento, porgendo ossequiose scuse alla comunità francescana e personalmente anche a frate Giacinto. Tuttavia, le chiacchiere e le dicerie sul corpulento frate e sulle sue strane frequentazioni avrebbero continuato ad accendere il chiacchiericcio della borgata, almeno fino alle prime luci di quel 6 settembre 1980, quando, alle otto del mattino, due killer a volto scoperto avevano raggiunto fra Giacinto, sorprendendolo nella sua spaziosa e comoda cella al primo piano del monastero di Santa Maria del Gesù, sparandogli cinque colpi di revolver calibro 38 al capo e lasciandolo bocconi sul pavimento. Aveva scritto, l’indomani, il «Giornale di Sicilia»:

«Per quest’omicidio, il quarantunesimo dall’inizio dell’anno a Palermo, tutte le ipotesi sul movente possono risultare fondate: può essere un delitto di “alta” mafia o la tragica conclusione di una vicenda passionale, può trattarsi di una vendetta della malavita o di un episodio di violenza politica. La personalità di padre Giacinto era tale che nessuna di queste supposizioni è azzardata» («Giornale di Sicilia», 7 settembre 1980).

Era stato subito chiaro a tutti, insomma, che se una spiegazione della tragica fine di frate Giacinto era ancora tutta da ricostruire, i possibili moventi prospettati si presentavano, comunque, fin dall’inizio, men che nobili e cristiani. Tuttavia, questo non trascurabile dettaglio non aveva sollecitato stupore né tra gli inquirenti e i commentatori, né tra i fedeli della borgata; soprattutto, non aveva scosso l’apparente indolenza degli altri confratelli; i quali, piuttosto che interrogarsi pubblicamente sulle cause del feroce delitto ed essere mossi dalla passione della verità, avevano preferito chiudersi in un ermetico e ostinato silenzio.

Ripercorrendo le cronache e le testimonianze dell’epoca, è come se d’improvviso, in quello scampolo d’estate, nessuno – né i frati, né il padre superiore del convento, né il provinciale dell’Ordine – volesse saperne nulla di frate Giacinto; tanto meno delle sue quotidiane abitudini e frequentazioni di cui – al contrario – l’intera borgata di Villagrazia e i salotti della Palermo bene conoscevano molti dettagli.

Quella domenica, durante la sacra celebrazione in cattedrale, anche l’arcivescovo di Palermo Salvatore Pappalardo avrebbe accennato con prudenza al misterioso delitto, «in attesa di conoscere meglio la vicenda».

E poi, al giornalista che aveva tentato di approfondire la questione, aveva risposto laconico:

«Ho appreso tutto dai giornali. Ma non c’è dubbio: cercherò di saperne di più. […] Nessun processo, per carità. Parce sepulto. Semmai tanta preoccupazione, tanto sgomento. È diventato angoscioso camminare per le strade di Palermo. Attraversi una strada e ti dicono: qui hanno ammazzato un uomo. Ne imbocchi un’altra e ti dicono: qui hanno ammazzato un altro uomo. Una strada, una croce… È spaventoso» («Giornale di Sicilia», 9 settembre 1980).

La spiegazione di tanti imbarazzati e imbarazzanti silenzi comincerà a palesarsi quando le prime indiscrezioni dell’inchiesta filtreranno ai giornali:

«Il frate, intanto, era l’unico occupante di tutto il primo piano mentre i suoi confratelli dormivano al secondo. Per questo la sua “cella” era, in realtà, un appartamento di sette stanze. C’era una camera da letto con un armadio pieno di abiti civili di ottima fattura, c’era uno studio con televisore a colori a telecomando, una scrivania i cui cassetti contenevano una rivoltella di calibro 38 e quattro milioni in contanti, un bagno con un armadietto pieno di liquori e sigari di marca e profumi francesi. C’era poi un altro studio con un’altra scrivania ed una poltrona da “manager”, alta, girevole e di pelle […]. Sono stati trovati anche alcuni frustini a proposito dei quali sia gli investigatori che i confratelli dell’ucciso non nascondono la loro perplessità» («Giornale di Sicilia», 7 e 8 settembre 1980).

Chi nella borgata conosceva frate Giacinto sussurra qualcosa al giornalista che garantisce l’anonimato; qualche dettaglio sulla sua personalità viene fuori anche dalle scarne deposizioni testimoniali dei confratelli. La figura che, infine, emerge, è quella di un uomo estremamente riservato e scarsamente comunicativo, che partecipava assai di rado alla vita della comunità e sulle cui strane abitudini nessuno al convento aveva mai voluto approfondire.

«Era nato a Favara e, presi i voti, era giunto a Palermo nel 1952. […] Nella borgata, considerata dalla polizia ad “alta densità mafiosa” e regno incontrastato di Paolo Bontade, per gli amici don Paolino Bontà, si era subito imposto per il suo dinamismo. Nel convento riceveva tutti ed erano moltissimi quelli che avevano bisogno di lui: dalla pensione, al passaporto, dalla raccomandazione scolastica, al mutuo bancario. […] Ma questi “favori” li faceva davvero per “carità”? Il sospetto lo hanno fatto sorgere proprio quei quattro milioni trovati nel suo cassetto, e non certo raccolti con l’obolo. […] Il frate era amico dei potenti, aveva dimestichezza con l’ambiente politico amministrativo legato alla DC» («Giornale di Sicilia», 7 e 8 settembre 1980).

Continua il cronista:

«C’è poi, nel personaggio, il pesante sospetto di rapporti con ambienti tutt’altro che specchiati: ed ecco venir fuori il don Giacinto amico dei mafiosi. Pare, intanto, che fosse in ottimi rapporti con la famiglia dei Bontade adesso immischiata nelle inchieste su mafia e droga ma la storia di queste amicizie risale a molti anni prima. Il vicequestore Mangano, per esempio, era convinto che proprio il francescano lo potesse aiutare nella ricerca di Luciano Liggio. […] Da parte di Mangano c’era la convinzione forse che il frate potesse essere ben più che un informatore. Sotto sotto però c’era il sospetto che Liggio potesse nascondersi proprio nel convento» («Giornale di Sicilia», 7 settembre 1980).

Un primo resoconto sull’omicidio di frate Giacinto porta la firma dell’allora dirigente della Sezione investigativa presso la Squadra mobile della Questura di Palermo, il vicequestore Ninni Cassarà (2), che nel suo rapporto sottolinea le difficoltà incontrate nell’acquisire dai confratelli dell’ucciso elementi utili all’individuazione dei killer, che peraltro avevano agito a volto scoperto. Ma – al di là della reticenza dei monaci e degli altri conoscenti del frate – Cassarà aggiunge che le
difficoltà nel condurre le indagini sul delitto hanno come principale motivazione la «frastagliata quanto complessa personalità dell’ucciso», il quale

«aveva interpretato i “voti” in modo, a dir poco, singolare osservando solo formalmente le regole della confraternita. In realtà, il saio celava un personaggio intraprendente, legato ad uomini politici, Autorità, imprenditori, nonché famigerati mafiosi. Già nel 1966 il frate doveva “irritarsi” per una perquisizione alla sua cella ad opera della Polizia che lo sospettava di favoreggiamento nei confronti del famigerato Leggio Luciano (3). Sin d’allora fu invitato dai suoi superiori ad allontanarsi dal convento palermitano per raggiungere un’altra sede più serena. Ma padre Giacinto era rimasto al suo posto, limitando all’indispensabile la sua partecipazione alla vita religiosa assieme ai confratelli. La maggior parte del suo tempo e del suo impegno lo dedicava invece a “gestire” le pubbliche relazioni connesse alla vasta e intricata rete di amicizie che si era nel tempo creata e che si estendeva dal mondo politico amministrativo a quello mafioso. Grazie alle sue “conoscenze” era in grado di elargire raccomandazioni e favori a chi mostrava di aver titolo per richiederli. I frati di quel convento riferivano, infatti, che tutto il giorno padre Giacinto era solito ricevere visite di uomini e donne che accoglieva in una stanza convenientemente arredata; alcune volte lasciava il convento allontanandosi in auto per ignota destinazione in compagnia delle persone che venivano a trovarlo. […] Il suo interesse per il “mondo esterno” si arguisce anche dai numerosi viaggi in Italia e all’estero annotati nel suo diario. Nell’ambito di quella comunità religiosa il “frate” aveva pensato bene di isolarsi, all’ovvio fine di evitare eventuali interferenze degli altri frati, nei cui riguardi assumeva un atteggiamento
di “superiorità” ed indifferenza» (4).

Detto questo, il rapporto continua a soffermarsi «nello scandaglio della personalità dell’uomo Castronovo», ritenendo che proprio in tale direzione avrebbe potuto trovarsi «la chiave di volta per individuare il movente del delitto». Cassarà fa notare che già nel settembre del 1961, il frate aveva acquistato un’arma da fuoco – una Walter 7,65 – a cui successivamente aveva aggiunto il revolver rinvenuto nel cassetto al momento del suo omicidio; elemento, questo, che secondo il funzionario di Polizia induceva a ritenere con verosimiglianza che Castronovo non si sentisse «al sicuro fra le mura del suo convento».

Oltre alle due pistole utilizzate per «motivi di difesa personale», sembra che padre Giacinto disponesse anche di un fucile ad aria compressa con il quale – secondo la testimonianza di un altro frate – «si divertiva ad uccidere gli uccellini». Dettaglio, se vogliamo, piuttosto singolare per un discepolo di disciplina francescana.

Interrogati a lungo dalla Polizia, i frati tergiversano, nicchiano, spiegano di non sapere e sottolineano con una certa enfasi un solo dettaglio: «dei numerosi e a volte ricchi doni che lo stesso riceveva, quasi mai rendeva partecipi i confratelli, preferendo tenerli per sé e farne omaggio ai suoi amici» (5). È ancora il cronista ad annotare i dubbi più imbarazzanti degli inquirenti:

«Si può ipotizzare che utilizzasse il convento per nascondervi i latitanti o per consentire il sereno svolgersi di “summit” mafiosi; così come si può pensare che il cimitero monumentale annesso al convento possa essere stato utilizzato per nascondere i corpi di alcuni scomparsi. Una sorta di cimitero della mafia, insomma» («Giornale di Sicilia», 8 settembre 1980).

Le ipotesi formulate dagli investigatori, tuttavia, non riusciranno a trovare un movente univoco per l’assassinio del frate. Come ipotizzato dal cronista, fra Giacinto aveva portato con sé nella tomba, tra le nobili famiglie seppellite nel ventre di monte Grifone, il mistero della sua esistenza. A poche settimane da quell’omicidio, in soli dodici mesi, la guerra di mafia avrebbe sterminato a Palermo e provincia oltre quattrocento persone e l’intero gruppo di mafia controllato da Stefano Bontate, amico di vecchia data di Stefano Castronovo,alias fra Giacinto (6).

La descrizione della poliedrica personalità del frate francescano – vittima inconsapevole o protagonista temerario – e il racconto della sua tragica fine, nella cornice di una cruenta e sanguinosa guerra di mafia prossima in quei mesi a iniziare, bene introducono il controverso rapporto tra Chiesa e mafia, tra pratica religiosa e adesione ai valori della morale mafiosa (Aqueci 1989).

Nel corso dei miei studi sulle organizzazioni criminali mafiose, ho più volte incrociato una serie di episodi e di testimonianze da cui emergono evidenti punti di contatto tra mafia e religione. È il caso, ad esempio, delle frequenti professioni di fede di uomini e donne dell’universo mafioso che è possibile rinvenire nelle pieghe delle cronache giudiziarie e negli interrogatori di tanti collaboratori di giustizia, e che spingono a interrogarsi su come sia possibile conciliare, o anche solo condividere, una scelta di vita contrassegnata dal sangue e dalla violenza, con la pratica religiosa, con il richiamo al messaggio evangelico, con la richiesta di un intervento di giustizia divina a sostegno proprio o dei propri cari. Se, talvolta, queste esternazioni possono apparire strumentali e contingenti, funzionali al conseguimento di vantaggi, di legittimazione o di consenso, altre volte rivelano l’esistenza di una pratica religiosa e di una professione di fede fortemente interiorizzate e ostentatamente mostrate, mai, peraltro, osteggiate dall’impegno evangelico e pastorale della Chiesa siciliana, almeno fino a un recente passato. In altre situazioni, più semplicemente, rispondono a bisogni primari di rassicurazione e giustificazione del proprio operato in un’ottica fondata sulla de-responsabilizzazione del singolo dentro un contesto associativo stringente e totalizzante.

Che cosa ha reso possibile l’incontro tra religione e universo mafioso? Quali pratiche, quali riflessioni, quali sistemi di valori entrano in gioco? La questione non può essere liquidata richiamando, come a volte si fa, tratti paganeggianti del cattolicesimo isolano. Nelle pagine che seguono cercherò di ricostruire il punto di vista degli attori studiati, inquadrandolo all’interno di una più ampia analisi delle situazioni e delle circostanze entro le quali il loro agire si forma e si struttura.

Non intendo fornire risposte, bensì tentare di ricostruire e interpretare scenari complessi, all’interno dei quali anche le relazioni tra universo mafioso e mondo della Chiesa non possono essere univocamente liquidate entro schemi monolitici e onnicomprensivi. Così come non esiste una sola mafia, non esiste neanche un solo modo di vivere la religiosità, non esiste una sola Chiesa; il rapporto tra Chiesa e colletti bianchi mafiosi assume, ad esempio, connotazioni completamente differenti rispetto a quelle assunte negli strati inferiori della gerarchia mafiosa, così come anche i processi di secolarizzazione toccano in modo differente i vari livelli entro cui si articola l’organizzazione (7).

Proverò, insomma, a seguire il filo rosso che lega esperienze molto difformi, attraversando storie di fede consapevole e meditata ma anche costruzioni teologiche approssimative e vaghe; proverò a esplorare i luoghi di mafia ove riti arcaici e miti del moderno consumismo riescono a mescolarsi. Tenterò di far luce sulla dimensione dell’azione congiunta e dello scambio comunicativo tra Chiesa e mafia partendo dal punto di vista dei mafiosi, dalle giustificazioni da loro addotte per spiegare l’ostentato sentimento religioso posto a fondamento dei loro gesti. Ricostruirò i cosiddetti repertori di azione, spesso attinti dal patrimonio di una memoria sociale condivisa, dentro cui si struttura il rapporto tra Chiesa e universo mafioso: i riti, le cerimonie sacre, le forme di iniziazione. Proverò anche a ricostruire le origini dell’apologetica mafiosa, fondata sulla tradizione culturalista e fortemente sostenuta dalla pubblicistica, oltre che dalle stesse organizzazioni criminali. E, infine, ribaltando il punto di osservazione, prenderò in esame vicende storiche e repertori di azione che la Chiesa siciliana e alcuni dei suoi esponenti hanno posto in atto in occasione del confronto con il fenomeno mafioso e nel dialogo con uomini e donne di mafia.

Note

1 Cfr. Mignosi (1993, pp. 71-81) e Lodato (1999, p. 64). Nei giorni successivi, tra il 2 e il 4 aprile 1964, l’operazione di Polizia avrebbe, comunque, portato alla cattura di trentadue persone, tutte in qualche modo legate alla famiglia mafiosa di Corleone. Il mandato di cattura era stato predisposto dal giudice istruttore Cesare Terranova, che indagava sulla guerra di mafia tra leggiani e navarriani. Cfr. il «Giornale di Sicilia» del 2 e del 3 aprile 1964, nonché «L’Ora» del 3 e del 4 aprile 1964.

2 Il vicequestore Antonino Cassarà verrà assassinato da killer mafiosi il 6 agosto 1985, in via Croce Rossa, a Palermo.

3 La data in cui ebbe luogo la perquisizione del convento di Santa Maria del Gesù viene indicata da Mignosi e Lodato in quella del 28 marzo 1964; nel suo rapporto Cassarà colloca il fatto nel 1966. Non siamo riusciti a stabilire con precisione quale delle due date sia quella corretta, dal momento che l’evento non trovò – per comprensibili motivi – spazio sui giornali dell’epoca. Tuttavia – a meno che non si tratti di due episodi analoghi, avvenuti a distanza di due anni l’uno dall’altro – è proprio tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 1964 che Polizia e Carabinieri procedono alla ricerca e alla cattura di numerosi indiziati di reato del gruppo dei corleonesi guidato da Leggio. C’è, inoltre, da precisare che Luciano Leggio verrà catturato nel maggio del 1964 e fino al 1969 resterà detenuto.

4 Cfr. A. Dino, Le liturgie di Cosa Nostra, in «Narcomafie», IX, luglio-agosto 2001, 7-8, pp. 11-16.

5 Ibidem.

6 Cfr. Chinnici, Santino 1986. È da segnalare che la cifra indicata è quella ufficiale, rilevata secondo le acquisizioni giudiziarie. Ad essa vanno aggiunti i casi di scomparsa per lupara bianca di cui, a oggi, non si ha precisa quantificazione, dal momento che la sparizione di molte persone non è mai stata denunciata all’autorità di Polizia. Si può, comunque, ipotizzare che – con un calcolo approssimativo – le vittime di questa seconda guerra di mafia siano state poco meno di un migliaio.

7 In un suo recente scritto Fasullo (2008, p. 42) indaga su quali siano stati gli effetti della secolarizzazione sul rapporto dei mafiosi con la religione. «Ci si può chiedere» – s’interroga il sacerdote – «se ha ancora senso credere che i mafiosi siano religiosi e continuino a praticare, con convinzione, i vecchi riti di iniziazione con la panciuta, l’immaginetta dell’Annunziata che brucia e l’annesso giuramento». Quindi, prosegue operando una distinzione dei comportamenti sia in base all’estrazione sociale del mafioso, sia in base ai differenti vissuti e alle diverse soggettività.


 

Capitolo 1

Feste, processioni e labari

1.1. Le devozioni materiali

«Spesso nel corso di questo studio abbiamo accennato a coloro che sono pronti a portare il santo a piedi scalzi o colla spalla denudata, ma non a confessarsi; a coloro che non si vedono quasi mai in Chiesa, e poi si presentano soltanto quando si tratta di portare l’urna del Crocifisso o la bara dell’Addolorata. Ora certe facce ignote e misteriose ti vengono innanzi appunto nel tempo della Settimana Santa. E come? Forse per riconciliarsi con Dio e accostarsi alla Mensa Eucaristica? Ma no! Essi sono superiori a queste inezie. A che, dunque? Ecco: Tizio è governatore della festa; Caio tiene presso di sé la cassa della cera; Filano ha il diritto di portare l’urna del Crocifisso; Martino ha portato sempre la bara dell’Addolorata; Sempronio è il depositario geloso della lancia e dei chiodi; e così di seguito. Spesso tutte queste persone non si vedono mai in Chiesa e non sono tanto tenere dei Sacramenti, ma spuntano soltanto in certi giorni di parata per custodire tenacemente i loro diritti tradizionali. Una religione assai comoda, non è vero?» (Ficarra 1990, p. 97).

L’annotazione – severa e al tempo stesso ironica – è di Angelo Ficarra, vescovo di Patti, che nel suo manoscritto Meditazioni vagabonde. Psicologia popolare della vita religiosa in Sicilia, vergato nel 1923 e ripreso da Leonardo Sciascia nel suo Dalle parti degli infedeli, ci ha tramandato una descrizione impietosa delle componenti della religiosità siciliana (credenze, senso di appartenenza, pratiche religiose), riconducibili al principio ordinatore di «un’antropologia sociale primitiva» in cui le relazioni con la fede e il divino, così come le relazioni interpersonali, sono modellate secondo «logiche di appartenenza/esclusione, amicizia/ostilità, affiliazione/protezione» (Campione, Sgroi 1994; Sgroi 1995).

A distanza di quasi un secolo, mentre prendiamo atto che quelle annotazioni, insieme ad altre intemperanze disciplinari, costarono a monsignor Ficarra l’allontanamento coatto dalla diocesi di Patti, ci rendiamo conto di quanto queste devozioni materiali corrispondano a una realtà ancora oggi diffusa e attuale nell’isola e in molte altre aree del Mezzogiorno (Sciascia 1970, 1979).

[…]

 

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