Si presenta la biografia di Angelo Ficarra, che fu capo della diocesi di Patti | Repubblica.it

21 febbraio 2008  SALVATORE FALZONE

Non sopportava le Madonne piangenti e i santi sanguinanti: con un paio d’occhiali rotondi osservò senza pietà gli atteggiamenti religiosi del popolo siciliano. Ma la sua onestà intellettuale e la sua lucidità di analisi si rivelò troppo moderna per la Chiesa del suo tempo. E così, dopo vent’anni di episcopato, i porporati della curia romana non ci pensarono due volte a scrollarselo di dosso.

Angelo Ficarra – di cui oggi si presenta a Canicattì, la sua città, una vivace biografia, scritta da Gaetano Augello e intitolata “La giustizia negata” – era nato nel 1885, nel quartiere Sammilasi, in una casa di pietre e gesso. Padre muratore, madre casalinga, a 14 anni Angelo entra in seminario a Girgenti. Sacerdote a 23 anni, decide di iscriversi al corso di laurea in lettere classiche nell’Università di Palermo e col filologo Vincenzo Ussani discute una tesi su San Girolamo, mentre il filosofo Giovanni Gentile – che quando il giovane prete alza la mano a lezione, dice di sentirsi “in imbarazzo” – gli commissiona la “voce” sul celebre dottore della Chiesa per il XVII volume dell’ Enciclopedia Treccani: Ficarra la scrive in una sola notte.

Viceparroco a Ribera, fonda un oratorio, una scuola serale per adulti e un periodico. Arciprete a Canicattì e professore al liceo classico nel 1914, due anni dopo parte soldato e, con i libri di greco dentro lo zaino, presta servizio nell’ospedale militare di Coppa di Padova. Quando ritorna a Canicattì, fonda un circolo d’Azione Cattolica (che i fascisti bruciano nel 1923 e che lui ricostruisce di sana pianta), poi viene nominato vicario generale dal vescovo di Girgenti Giovanni Battista Peruzzo, e infine vescovo dell’antica diocesi di Patti.

Il tempo di insediarsi ed è già al lavoro. Vuole conoscere da vicino ogni angolo di un territorio diocesano geograficamente difficile, punteggiato com’è da centri piccolissimi e sperdute borgate: Ficarra è uno scrupoloso, quasi pignolo. Dolce e austero nello stesso tempo, semplice nei costumi e carico di spiritualità, dà forte impulso all’Azione cattolica, si batte per la centralità dell’eucaristia, tuona contro la devozione pomposa e retorica di tanti baciapile locali.

Col fascismo non scende mai a compromessi. Del resto è allergico a ogni sistema di potere (a cominciare da quello ecclesiastico). Così dalla politica si tiene alla larga. E quando il partito cattolico esce sconfitto dalle amministrative pattesi nel secondo dopoguerra, il direttivo della Democrazia cristiana se la prende con lui. Certi colonnelli scudocrociati stampano perfino un opuscolo intitolato “Il responsabile della disfatta della Democrazia cristiana”, e lo inviano a Pio XII e a tutti i dicasteri vaticani. Sulle scrivanie dei signori cardinali piovono decine di lettere, molte delle quali anonime. Ai politici si aggiungono alcuni sacerdoti, che lamentano il degrado morale del clero diocesano addebitandolo proprio a Ficarra: troppo mite, troppo buono. E’ un debole, scrivono, non è adatto a governare, urge un cambio di guardia alla guida della diocesi.

A questo punto il cardinale Piazza parte all’attacco. Prende carta e penna e scrive al vescovo di Patti una lettera in cui dice che la Santa Sede andrà incontro al pio desiderio di un vescovo di «voler prendere una qualche decisione per il maggiore bene delle anime». «Quella missiva – scrive Augello – è un capolavoro di ipocrisia e affettata gentilezza, pronta nella sostanza a ferire ogni pietà, disponibile a tutti gli eufemismi pur di arrivare a quanto già irreversibilmente deciso».

Segue il famoso carteggio, quello divulgato nel 1979 da Sciascia nel suo “Dalle parti degli infedeli“. L’ epilogo della vicenda è noto: prima lo umiliano affiancandogli un vescovo ausiliare (Giuseppe Pullano), poi lo destituiscono dell’incarico di vescovo di Patti e lo promuovono arcivescovo di Leontopoli, in Medio Oriente, antichissima arcidiocesi che della guida di un vescovo non sa che farsene, essendo ormai da secoli posta appunto “dalle parti degli infedeli”. Addirittura, d’essere stato “licenziato”, Ficarra lo apprende dalla stampa, nel suo paese natale, dove è andato in visita per qualche giorno.

E a Canicattì muore all’improvviso, il primo giugno del 1959: lo trovano a terra col breviario in mano. Ficarra fu un precursore del Concilio Vaticano II. Condannò le modalità paganeggianti di molte feste affollate da “devoti più o meno genuini” e lo spagnolismo di molte tradizioni conservate con gelosie dalle confraternite solo per mantenere privilegi. Deplorava molto i riti della settimana santa come “l’andazzo di far ballare e caracollare le statue durante le processioni”: diceva che si trattava di riti medioevali, ridicoli e superstiziosi, anacronistici e superati, «utili solo per fare spettacolo di cattivo gusto e turismo religioso».

Dalle pareti delle chiese avrebbe staccato con piacere gli ex-voto, e dagli altari avrebbe tolto le immagini che aprivano e chiudevano gli occhi, le Madonne che piegavano e distendevano le braccia, le statue che salivano in alto a forza di meccanismi e il Cristo che risuscitava fragorosamente dal sepolcro. «La gente seria se ne offende – scriveva Ficarra – ma il popolino vi accorre come a uno spettacolo grandioso, come la plebe romana alle lotte dei gladiatori».

SALVATORE FALZONE

Source: si presenta la biografia di angelo ficarra, che fu capo della diocesi di patti – la Repubblica.it


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Chiesta a Canicattì la canonizzazione del vescovo Ficarra | Giornale di Sicilia

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CANICATTI’. «Avviare il processo di Canonizzazione per monsignor Angelo Ficarra, canicattinese, vescovo di Patti, uomo “Dotto e Pio”. La proposta è stata lanciata, alla presenza dell’arcivescovo emerito di Agrigento, Monsignor Carmelo Ferraro, dall’avvocato Giovanni Tesè, docente dell’istituto tecnico Galilei di Canicattì, durante un convegno per la presentazione del libro di Enzo Di Natali, dal titolo «Il novecento nella diocesi di Patti».

«Dopo Padre Gioacchino La Lomia e Rosario Livatino – ha detto l’avvocato Tesè – sarebbe opportuno che la chiesa rivalutasse la vita, le opere, l’impegno sociale e politico di monsignor Ficarra, che in vita venne allontanato soltanto perché molto scomodo».

via Chiesta a Canicattì la canonizzazione del vescovo Ficarra – Giornale di Sicilia

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