I VESCOVI: «TUTTI I MAFIOSI SONO PECCATORI, ANCHE SE NON SPARANO» | Famiglia Cristiana

09/05/2018 Fernanda Di Monte

“Convertitevi”: a 25 anni dal “no” alla mafia detto forte e chiaro da Giovanni Paolo II nella Valle dei templi, ad Agrigento, una lettera pastorale della Conferenza episcopale siciliana rilancia e approfondisce l’attualità di quel grido, analizzando con coraggio critico e autocritico il contesto sociale ed ecclesiale.

Papa Wojtyla ad Agrigento il 9 maggio 1983. Foto di Giancarlo Giuliani/Periodici San Paolo.

«Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può un uomo,  una qualsiasi umana agglomerazione, la mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Questo popolo siciliano, attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte.  Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»

Sono le parole con cui il 9 maggio 1993 Giovanni Paolo II si rivolgeva ai fedeli siciliani. Parole conservate nel cuore e ancor di più quel grido improvviso che rivolse agli uomini della mafia, sollecitandoli alla conversione. A 25 anni da quella celebrazione i vescovi della Sicilia, radunati ad Agrigento, nella Valle dei Templi si rivolgono a tutti i siciliani con una Lettera dal titolo “Convertitevi”: «Sono trascorsi venticinque anni dalla visita pastorale compiuta da san Giovanni Paolo II in Sicilia nel maggio 1993. In quel suo terzo viaggio apostolico nella nostra terra, papa Wojtyła fece tappa nelle diocesi di Trapani, Mazara del Vallo, Agrigento e Caltanissetta, ovunque suscitando entusiasmo e ricevendo sempre calorosa accoglienza. Soprattutto, ovunque e sempre facendo riecheggiare l’annuncio gioioso ed esigente del Vangelo».

I pastori ricordano che «lo scenario suggestivo» della natura, dell’arte e della storia, suscitò in lui l’impulso a prendere ancora la parola per un ultimo saluto “a braccio”, al fine di contestualizzare anche l’augurio di congedo all’immensa assemblea lì radunata, proclamato dal diacono con le parole del rituale: «Andate in pace». Il Papa parlò, dunque, per prolungare quell’augurio, spiegando come il popolo siciliano doveva recepirlo e intenderlo: «Carissimi, vi auguro, come ha detto il diacono, di andare in pace e di trovare la pace nella vostra terra». A poca distanza dall’antico tempio greco della Concordia, egli traduceva “in siciliano” l’augurio liturgico della pace «nel nome del Signore»: «Che sia concordia!».

Giovanni Paolo II «riconduceva il senso della pace alle preoccupazioni e alle speranze che i siciliani sentivano urgenti in quell’ora della loro storia, travagliata più che mai dalla violenza di matrice mafiosa. Il papa augurava “concordia in questa terra: concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime”».

Non c’è giorno che la Sicilia non ricordi le sue vittime di mafia, difficile elencarli tutti, sono più di mille.  «Erano gli anni», scrivono i vescovi, «in cui i numerosi clan mafiosi, da tempo contrapposti in sanguinose faide per conquistare il potere all’interno degli ambienti malavitosi, ritorcevano la loro brutalità omicida anche verso l’esterno, prendendo di mira chiunque si opponesse loro. Difatti, continuavano a cadere sotto i colpi della mafia molti leali servitori delle istituzioni e non pochi coraggiosi esponenti della società civile: rappresentanti dello Stato, uomini e donne delle forze dell’ordine, magistrati spesso trucidati insieme a qualche loro congiunto, sindacalisti, politici, giornalisti, imprenditori e commercianti, persino giovani e ragazzi coinvolti per vendetta contro i loro familiari, o talvolta per mera casualità, in quella micidiale spirale di morte».

Ricordarli è più che un dovere, essi ci spingono a un impegno concreto perché la loro vita, il loro sacrificio solleciti tutti a un cambiamento. «I loro nomi costituiscono una sorta di triste litania», evidenziano i vescovi siciliani. «Essi hanno lottato, ciascuno a suo modo, per affrancarsi e per affrancarci dalla morsa di un potere maligno e abusivo, teso a ipotecare la vita di intere comunità, a ricattare le coscienze di tanti e a manipolarne le scelte, a guadagnarsi con perversi contraccambi l’appoggio di molti altri poteri forti e occulti, a inquinare la politica e la pubblica amministrazione, a frenare lo sviluppo economico deviandolo verso finalità illecite e piegandolo a privati tornaconti, a minare in vari modi la libera convivenza, ad attentare al bene comune, a rubare dai cuori degli onesti la speranza in un futuro migliore. Un potere capace, finanche, di indurre qualche ministro di Dio, pavido e infedele, a dimenticare il dovere di resistere ad ogni costo a ciò che è contrario al Vangelo».

Un momento della concelebrazione eucaristica che ha visto i vescovi della Sicilia tornare tutti insieme ad Agrigento, nel luogo in cui 25 anni fa san Giovanni Paolo II gridò forte il suo “no” alla mafia. Foto tratta dalla diretta di Tv2000.

Nella Valle dei Templi Giovanni Paolo II si espresse con forza rivolgendosi ai “colpevoli”, ai “responsabili” mafiosi che toglievano la pace ai siciliani e instauravano una orribile “civiltà della morte”. «E questi che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, debbono capire, debbono capire che non si permette di uccidere degli innocenti». Un accorato appello alla conversione, dette da papa Wojtyla «nel nome di Cristo Crocefisso e Risorto», in coerente continuità con la predicazione del Maestro di Nazareth. Ma anche per proporre una peculiare disamina del fenomeno mafioso e trarne, davanti e in mezzo al popolo siciliano, le debite conseguenze.

Da allora la Chiesa di Sicilia ha avviato un cammino di purificazione, di chiarezza. “La mafia è peccato”, “mafia e Vangelo sono incompatibili”, “la mafia è una questione ecclesiale”. Con sempre più consapevolezza i vescovi Siciliani riconoscono che «la mafia è un problema che tocca la Chiesa, la sua consistenza storica e la sua presenza sociale in determinati territori e ambienti, il vissuto dei suoi membri, di quelli che resistono all’invadenza mafiosa e di quelli che invece se ne lasciano dominare».

Ed è un problema  sottolineano che «ha dei contraccolpi anche sull’autoconsapevolezza della Chiesa e sull’immagine che di sé essa offre, allorché afferma con forza profetica l’irriducibilità delle opzioni mafiose allo stile evangelico, oppure quando si distrae e tace o, ancora, quando con un attento discernimento spirituale riconosce quali migliori figli suoi coloro che hanno lottato e lottano per la giustizia, fianco a fianco con chi è stato e resta nella trincea dell’impegno civile e statale contro le mafie».«Tutti i mafiosi sono peccatori, quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi». non fanno distinzioni e non fanno sconti i vescovi siciliani 

In questo rinnovato impegno della Chiesa, non può mancare il riferimento oltre alle vittime di mafia e ai loro famigliari, la preghiera per intercessione del beato don Pino Puglisi, sacerdote martire, testimone di un servizio pastorale attento a tutti anche ai mafiosi che avrebbe voluto incontrare: “Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e conoscere i motivi che vi spingono a ostacolare chi cerca di educare i vostri figli al rispetto reciproco, ai valori della cultura e della convivenza civile».

Source: I vescovi: «Tutti i mafiosi sono peccatori, anche se non sparano» – Famiglia Cristiana

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