Giovanni Jacono, il vescovo santo amico di Papa Giovanni | Il Fatto Nisseno

fiorella-falcimons-giovanni-jaconodi Redazione – 4 novembre 2012 Fiorella Falci

Chiusa la fase diocesana

Aperto il 13 gennaio 2008, il processo di beatificazione di Mons. Giovanni Jacono, quinto Vescovo di Caltanissetta, ha chiuso la sua fase diocesana con una solenne concelebrazione presieduta dal nostro Vescovo, Mons. Mario Russotto, il 27 settembre, anniversario del primo ingresso in diocesi
di Mons. Jacono, nel lontano 1921, ed insieme della consacrazione episcopale di mons. Mario Russotto, nel 2003. “Super omnia charitas” era il motto episcopale di mons. Jacono: l’amore sopra ogni cosa. E “Solo con l’amore si testimonia l’identità e l’essenza di Dio”: con queste parole mons. Russotto, ha sintetizzato nella sua omelia il senso della vicenda terrena del Servo di Dio Mons. Giovanni Jacono, sottolineando i fili che la storia ha intrecciato tra la sua esistenza e la Chiesa di Caltanissetta, ancor prima di diventarne il Pastore: in particolare il rapporto con Mons. Francica Nava, che lo aveva accolto nel Seminario di Catania, e che era stato ordinato prete a Caltanissetta, dove era stato anche Rettore del Seminario e Vicario generale. E lo stesso mons. Francica Nava lo aveva ordinato sacerdote e poi segnalato a Roma per la nomina episcopale.
Dopo quattro anni di indagine storica, raccolti più di 600 testi e documenti e registrate circa cinquanta testimonianze di suoi contemporanei, incluse le segnalazioni di grazie ricevute da fedeli anche in tempi recenti, si sono sigillate le tre casse che li contengono, che saranno portate a Roma, presso la Congregazione per le cause dei Santi, dal postulatore della causa, don Carmelo Mezzasalma, che ha giurato solennemente di farlo nel corso della fase finale della cerimonia.

Giovanni Jacono, il vescovo santo amico di Papa Giovannimons-giovanni-jacono

Cinquantacinque anni dopo la sua morte, la testimonianza di Mons. Jacono ci interroga sulle forme che la santità può assumere, nella nostra vita quotidiana, non nella dimensione eccezionale ed eroica, ma nella fatica dell’esistenza, nel contesto in cui ognuno di noi vive la porzione di tempo e di storia di cui è responsabile. Mons. Jacono ha guidato la Chiesa nissena per 35 anni, attraversando la storia complessa e tumultuosa del ‘900, dalla nascita del fascismo fino alla seconda guerra mondiale e all’occupazione anglo-americana, dalla nascita della repubblica e della democrazia, fino al consolidarsi di un sistema politico e sociale in cui l’egemonia era saldamente in mano ad un partito, la Democrazia Cristiana, che proprio ai valori del cattolicesimo faceva riferimento.

Rispettava i “poteri” della società ma non consentiva che interferissero con la chiesa

Attraverso i tornanti di queste vicende, emerge il ruolo di riferimento morale che il vescovo Jacono ha rappresentato con grande coerenza, testimone di una visione della Chiesa assolutamente autonoma rispetto ai poteri della società, poteri che riconosceva e rispettava, qualunque essi fossero, ma senza consentire mai che interferissero più del dovuto nella vita della Chiesa a lui affidata.
La difesa delle prerogative pastorali era una soglia che non fu mai disposto a lasciare oltrepassare da nessun potere temporale, e con altrettanta coerenza interpretava il carisma della carità, della povertà e del disinteresse personale assoluto, libero dai condizionamenti mondani da cui non sempre erano invece immuni le gerarchie ecclesiastiche in quegli anni.
Questa autorevolezza morale, poco “spettacolarizzata”, in una società che cominciava ad abituarsi ai riti di massa del totalitarismo, gli veniva riconosciuta con spontaneità dai più umili, anche da quegli zolfatai, “classe sovversiva” per eccellenza, tradizionalmente lontani ed emarginati dalla Chiesa, che quando lo incontravano per strada gli si avvicinavano, si inginocchiavano e gli baciavano la mano con sincera devozione.
Al momento del suo ingresso in diocesi, nel 1921, il mondo cattolico nisseno, uscito dalla fase dell’impegno sociale di fine secolo e del movimento politico ispirato alla leadership di Luigi Sturzo, si presentava come una “costellazione” di realtà sociali, creditizie (le prime Casse Rurali siciliane si erano sviluppate nel nostro territorio), cooperativistiche (attivissime nel primo dopoguerra per la quotizzazione dei latifondi), politiche (rilevante la presenza organizzata del PPI, con propri parlamentari: Aldisio, Pietro Cascino ed Ernesto Vassallo) e culturali ( i circoli giovanili popolari nei quali si era formato il giovane Giuseppe Alessi).
Ma questo mondo politico e culturale, così come nel resto d’Italia, non aveva retto all’imporsi della dittatura fascista, e aveva subito tutti i contraccolpi del riposizionamento trasformista di gran parte della classe dirigente siciliana: il caso più eclatante quello di Ernesto Vassallo, sancataldese, ministro Popolare, protagonista della spaccatura che distrusse il PPI di fronte alla scelta di collaborare con Mussolini dopo la marcia su Roma, passato clamorosamente tra i ranghi del regime, nominato nel 1927 primo Podestà fascista di Caltanissetta.
A fronte di questa fragilità culturale e morale del laicato cattolico, Mons. Jacono, con la sua linea pastorale, era stato l’interprete genuino della “ritirata strategica” della Chiesa dal terreno politico, reso ormai impraticabile dal fascismo, e della scelta di rafforzarsi nella società attraverso la formazione catechistica, la preparazione del clero e il rilancio delle Parrocchie (da 16 a 45 nel corso del suo episcopato), vissute anche come centro della vita civile, oltre che religiosa, luogo di impegno dei laici, la cui cittadinanza andava connotata non politicamente, ma dalla cifra morale e spirituale, consolidando una autonomia culturale dal fascismo, che rappresentava già per questo una “resistenza morale” alla dittatura.
Nei decenni tra le due guerre, la vicenda politica di molti cattolici si era delineata come una lunga marcia dentro le istituzioni dello Stato, senza pregiudiziali “ideologiche” nei confronti del regime, fino a configurarsi come classe dirigente alternativa, con il crollo del fascismo, pronta alla “supplenza” in un dopoguerra tumultuoso, reso in Sicilia ancora più drammatico dal separatismo, in un contesto di conflitti sociali esplosivi, che avevano fatto saltare tutti gli schemi della cultura politica tradizionale.
La figura emblematica di questa “traversata nel deserto”, era stata quella del primo prefetto di Caltanissetta, nominato dagli anglo-americani nel ’43 proprio su indicazione del vescovo Iacono: l’avvocato Arcangelo Cammarata, di San Cataldo, già vice-segretario provinciale del PPI in epoca prefascista, dal 1929 presidente (il primo laico) della Giunta Diocesana di Azione Cattolica.
Cammarata era stato il tecnocrate delle opere sociali cattoliche, referente del sistema creditizio delle Casse Rurali, capofila di una rete di strutture di solidarietà, nelle quali il pensiero sociale della “Rerum Novarum” aveva continuato a sopravvivere sottotraccia, scegliendo anche di mimetizzarsi, di infiltrarsi nel regime, (non senza scatenare i sospetti dei gerarchi locali).
All’arrivo degli anglo-americani, dopo un’ondata di bombardamenti devastanti, le strutture dello stato fascista si erano dissolte, le autorità civili avevano abbandonato la città sotto le macerie, mentre il Vescovo Jacono era rimasto nella sua sede fedelmente, offrendo i locali del Seminario per le necessità dei feriti e dei bisognosi, ed era stato interpellato dalle autorità alleate perché indicasse, come in altre città della Sicilia, una figura di riferimento per reggere la Prefettura.
L’indicazione dell’avv. Cammarata era coerente con la linea pastorale (e non politica) seguita nei decenni precedenti, anche se non era una scelta “popolare”, negli stessi mesi in cui, a Caltanissetta, nello studio dell’avv. Giuseppe Alessi, si ricostituiva la Democrazia Cristiana, che rivendicava con forza l’impronta antifascista del nuovo partito, la discontinuità rispetto al passato regime e l’autonomia programmatica rispetto alle gerarchie ecclesiastiche.

Non ritenne mai la politica strumento affidabile di cambiamento della vita dell’uomo

I nodi sarebbero venuti al pettine un decennio più tardi, proprio sul rapporto tra potere politico e indirizzi pastorali, in uno scontro devastante che avrebbe diviso i cattolici politicamente impegnati e lo stesso clero, investendo direttamente il Pastore della Chiesa nissena.
Lo scontro avvelenato tra le correnti democristiane, aveva schierato su fronti opposti anche il clero, intorno alla gestione delle dinamiche potere/consenso, specialmente nel rapporto con i ceti più emarginati ed in collegamento con la nuova istituzione regionale, (nella quale il peso della leadership nissena, con la presidenza di Alessi, era determinante), forte dell’accreditamento totale che la Chiesa siciliana, diretta dal Cardinale Ruffini, aveva affidato alla Democrazia Cristiana.

Caltanissetta visse allora una fase tumultuosa, precorritrice delle vicende “milazziane”, con la spaccatura della DC locale intorno alle leadership di Alessi e di Volpe, con l’espulsione dalla DC del sindaco Longo e di tre assessori alla vigilia delle elezioni del 1956, la presentazione di una lista civica contrapposta a quella del partito “ufficiale”, la spaccatura, intorno ai due schieramenti, della società cittadina, delle parrocchie, mentre erano sul tavolo della politica locale gli interessi legati al piano di ricostruzione, al nuovo Piano Regolatore, ai finanziamenti regionali per la zona industriale.
In quegli anni la Chiesa locale, perduta quell’autonomia dal potere politico che l’aveva protetta durante il fascismo, era stata pesantemente coinvolta, fino alla delegittimazione del vescovo Jacono come azione dimostrativa della “geometrica potenza” del gruppo di potere dominante, che aveva ottenuto la nomina di un altro Vescovo nel 1954, non ausiliare ma coadiutore e quindi con diritto alla successione.
La visita del card. Ruffini nel 1955, era stata un grande evento mediatico, direttamente gestito dal presidente della Regione Alessi, come iconografia della saldatura tra Chiesa e sistema politico che si era costruita “dall’alto” dei vertici istituzionali e che dall’alto interveniva sulla società.
La dignità con cui mons. Jacono ha attraversato, senza una parola di polemica, quelle vicende dolorosissime per lui e certamente ingloriose per la politica locale, ha segnato con l’intensità di un moderno martirio la conclusione del suo magistero pastorale a Caltanissetta.
Era la conferma di quella diffidenza per la politica, mai ritenuta strumento affidabile di cambiamento della vita dell’uomo, che aveva caratterizzato sempre il suo episcopato: i maneggi, le manovre che l’accompagnavano, non lo avevano mai attratto e distratto, sin dalla sua prima lettera pastorale, inviata da Ragusa l’8 settembre 1921, nella quale aveva sentito la necessità di dichiararsi “al di sopra delle parti politiche”, e “bramoso di concorrere(…) come cittadino e come Vescovo, a rendere illustre, grande, felice la nostra Patria”.
Sarebbe quindi un errore di prospettiva leggere “politicamente” la figura e l’episcopato di mons. Jacono, nel contesto della Chiesa preconciliare.
Nella sua testimonianza emerge il primato assoluto della dimensione spirituale, interpretata con umiltà “scandalosa” (come quando vendette di nascosto la sua croce episcopale per aiutare i poveri e lasciò credere di averla perduta), e non dall’alto di una sapienza teologica elitaria, ma “dal basso” di una testimonianza di carità quotidiana vissuta come esperienza di vita e riconoscibile per “dissonanza” rispetto allo stile prevalente delle gerarchie ecclesiastiche del suo tempo.
Il suo ricordo funebre lo definiva significativamente “povero fino all’indigenza, diede e costruì con munificenza regale”, e “umile fino all’annientamento”.
Non erano parole di circostanza, riecheggiavano quanto aveva scritto cinquant’anni prima il futuro Papa Giovanni XXIII, che lo aveva avuto come compagno di studi a Roma negli anni della sua formazione: “Io lo ammiravo sempre e chiedevo al Signore che mi facesse diventare buono come Giovanni Jacono”.

Il seminarista povero che non poteva pagarsi gli studi religiosimons-giovanni-jacono

Nato a Ragusa da una famiglia povera, figlio di un artigiano che riparava gli arnesi di lavoro nelle campagne, trovò nella povertà economica il primo ostacolo alla sua vocazione religiosa, respinto dal seminario di Siracusa per
l’impossibilità di sostenere il costo degli studi.
Dopo il diploma tecnico, un lavoro di contabile ed il servizio militare, riuscì ad entrare nel seminario di Catania a condizione di lavorare come portinaio notturno, e fu apprezzato e protetto dal cardinale Nava, che, dopo l’ordinazione sacerdotale, nel 1902, lo mandò a Roma al Collegio Apollinare per perfezionare gli studi.
Tornato a Catania fu nominato padre spirituale e poi rettore del Seminario, canonico penitenziere della Cattedrale, e quindi, nel 1918, Vescovo di Molfetta-Giovinazzo e Terlizzi in Puglia.
Nel 1921 fu trasferito a Caltanissetta, dove si fece apprezzare per la carità e l’umiltà del suo stile pastorale, dedicandosi con impegno alla fondazione di nuove parrocchie, al completamento del Seminario e della Cattedrale, “in costruzione” dalla fine del XVI secolo, che, anche dopo i bombardamenti devastanti del 1943, volle restaurata e definita con cupola e transetto.
Le divisioni aspre della politica locale, agli inizi degli anni ’50, avvelenarono gli ultimi anni del suo episcopato, che visse con grande sofferenza e dignità, fino a lasciare la diocesi, nel 1956, ritirandosi a Ragusa dove visse in grande povertà gli ultimi mesi della sua vita, conclusa il 25 maggio 1957.

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