L’utopia della redenzione | Mons. Rosario Gisana

26 dicembre 2017

adorazionedeipastori

Il Messaggio di Natale 2017

È proprio vero che nulla può essere dato per certo? La questione, posta da Agostino nella sua opera Contra Academicos (La Controversia accademica), interessa, a larghi tratti, il mistero dell’incarnazione di Dio. L’espressione ciceroniana «nihil posse percepi (nulla può essere dato per certo)» contraddice infatti ciò che l’autore della lettera agli Ebrei riferisce di Dio per Cristo: «Quando introduce il primogenito nel mondo, dice: “Lo adorino tutti gli angeli di Dio”» (Eb 1,6). L’immissione del Verbo di Dio nella storia dell’umanità ha significato un evento così straordinario da lasciare stupefatti. La narrazione lucana sulla nascita di Gesù lo annota esplicitamente: «Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano» (Lc 2,18). Anche se la meraviglia è inizio della contemplazione, occorre ammettere che l’espediente divino sulla prossimità lascia, almeno per alcuni, qualche perplessità. La nascita di Cristo, onorato come Colui che siede alla destra della magnificenza di Dio (cfr. Eb 1,13), induce ad una domanda: come è possibile tutto ciò? Ovvero: come è potuto accadere che Dio, assumendo, non in apparenza, la nostra natura umana, si sia manifestato in Gesù di Nazareth? Ed è proprio l’esistenza di Gesù, con le sue modalità di incontro (gesti e parole), che aiuta a superare l’aporia degli Accademici. I misteri di Dio rientrerebbero, secondo gli antichi filosofi, tra le questioni di cui è difficile avere certezza ed avviare pertanto le operazioni logiche dell’apodissi, cioè della dimostrazione di un dato enunciato oggettivamente.

La vita di Gesù invece è il dato certo per la storia dell’umanità: il dato certo di un processo redentivo di cui è iniziata la fase del compimento. Qui vale l’affermazione di Is 55,8, secondo la quale il pensiero di Dio sovrasta quello dell’uomo, e non soltanto per attestare l’onniscienza divina, ma anche per ribadire che ci si muove dentro un progetto di redenzione, che ha come scopo la riconduzione dell’opera creata al Creatore. L’assunzione della natura umana da parte del Verbo, oltre alla splendida testimonianza di un amore oblativo senza precedenti, sta ad indicare, o meglio a dimostrare che è iniziata ineluttabilmente l’opera di riconduzione dell’umanità a Dio. È la ragione perché i contemplativi dell’azione dirompente di Cristo redentore (cfr. Lc 2,11), i santi, danno testimonianza della prossimità di cieli nuovi e terra nuova (cfr. 2Pt 3,13). La metafora prelude una situazione ineffabile che s’intravede già in un fenomeno eccezionale: l’incontro tra i popoli con i suoi effetti contrastanti. Al di là delle reazioni denigratorie, la circostanza esodale dei popoli sta implicitamente svelando quello che sarebbe dovuto essere l’effetto primordiale dell’atto creativo: la fratellanza che, nella diversità, rivela il senso dell’appartenenza reciproca. L’assunzione della natura umana, accolta da Colui che orienta e guida l’umanità alla redenzione, costituisce un atto significativo di riscoperta di ciò che Dio, nella creazione, ha lasciato come segno del suo passaggio. L’essere vivente, a partire dalla sua condizione primigenia terrestre, custodisce il segno di tale appartenenza, ovvero quel respiro vitale che si esprime e si alimenta ogniqualvolta si verificano le possibilità di un incontro tra fratelli.

L’esistenza di Gesù rivela questa motivazione redentiva. Lo scopo dell’incarnazione si scorge in quello che, oggi, l’umanità sta sperimentando in modo eclatante. L’accoglienza dei popoli, in stato esodale, lascia intravedere un aspetto dell’incarnazione divina, correttivo di quell’individualismo che non soltanto distingue ed emargina, ma induce altresì a rimarcare gli effetti deleteri del segregazionismo, cioè di quel modo di pensare che contraddice e distorce il senso primigenio della natura umana. L’incarnazione del Verbo, il cui dato certo è Gesù con il suo invito esplicito ad essere autentici fratelli l’uno dell’altro, al di là della razza, cultura e persino della religione, è assunzione di una natura deficitaria, quella umana, che ha perso nel tempo la sua identità primigenia. Essa cioè, avendo smarrito il senso dell’umano, la cui bellezza indusse il Verbo a privilegiarla rispetto alla natura angelica (cfr. Eb 1,4-14), ha avuto bisogno di essere rivisitata da Dio. Questo splendore di bellezza, che si attribuisce al respiro vitale di Dio, si scorge nell’accoglienza fraterna dei popoli. Gesù di Nazareth, che confessiamo Verbo di Dio, ha ricalcato la via della salvezza che passa attraverso la fratellanza. Finché non si coglie questa verità, cioè che i popoli sono concretamente uniti da un segno atavico che è la fraternità, iscritta da Dio nella natura umana e rivelata dall’incarnazione del Verbo, il processo redentivo, pur essendo in atto, non ha ancora esaustivamente concluso il suo ciclo di compimento. Quello che consola è la parola dell’apostolo Paolo: dal momento in cui il Verbo, inabitando la natura umana di Cristo, si è incarnato, è cominciato il tempo della pienezza (cfr. Gal 4,4), i cui segni s’intravedono nel bisogno di contatto tra i popoli, il cui assembramento, ancora informe, lascia capire che il destino dell’umanità è nel dovere di solidarietà che, come afferma Papa Francesco, è cambiamento di un modo di pensare, in favore di coloro che sono più deboli e vulnerabili. L’incarnazione del Verbo è l’atto di solidarietà per antonomasia, con il quale Dio intende non soltanto ricondurre a sé stesso l’umanità, ma, attraverso il Verbo che è Gesù, realizzare quello che espressamente lo rivela nella sua natura divina: l’essere padre di tutti i popoli che, nell’accoglienza, vanno scoprendosi fratelli (cfr. Lc 15,11-32).

+ Rosario Gisana

Sorgente: L’utopia della redenzione | Mons. Rosario Gisana

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