Scrivo a voi padri, scrivo a voi giovani (1Gv 2,13) | Mons. Corrado Lorefice

Palermo, 15 settembre 2017


Corrado LoreficeArcivescovo Metropolita di Palermo

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In copertina: Comunità di Bose, Icona dell’Amicizia, riproduzione di un’antica icona copta del secolo VII. Per gentile concessione del Monastero di Bose.

Scrivo a voi padri, scrivo a voi giovani (1Gv 2,13)

La parola di Dio genera gioia piena e vita in abbondanza

Lettera pastorale

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Corrado Vescovo, alla Chiesa di Dio che è in Palermo: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo (cfr. 1Cor 1,2-3).

«Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16).

«Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio. Scrivo a voi, giovani, […] perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno» (1Gv 2,13-14).

TUTTI  NOI STIAMO A CUORE A DIO

Care Sorelle, Cari Fratelli,

mi rivolgo a voi con il cuore pieno di gioia. Un uomo o una donna, quando si sentono amati, anche in mezzo alle difficoltà e alle prove della vita, sono come abitati da un sentimento profondo di serenità e di pace, che viene da una certezza: c’è qualcuno per me, c’è qualcuno a cui sto a cuore.

Ecco, sono pieno di gioia, salutandovi, per questo, perché tutti noi stiamo a cuore a Dio, perché il suo amore ci precede, ci sostiene e ci attende: amore di Padre che crea e mantiene in vita; amore di Figlio, che nella sua croce perdona le nostre fragilità e trasfigura le nostre disperazioni; amore di Spirito, energia di comunione che ci unisce e ci dona di creare legami autentici con tutti gli uomini posti in cammino con noi, sulla polvere delle nostre strade.

La bellezza di questo amore noi ce la diciamo gli uni gli altri: grazia di una esperienza che ogni giorno siamo chiamati a riscoprire, a ritrovare se la perdiamo, a portare a pienezza se torniamo alla nostra dimora interiore, se viviamo fino in fondo le relazioni con gli altri e guardiamo la natura con occhi limpidi e stupiti. Qui scopriamo, nella concretezza della vita, che l’amore è il fondamento ultimo, è il segreto del mondo, e che esso ha il volto del nostro Dio, amico di ogni vivente, viandante invisibile e premuroso. «Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti ‒ come si esprime lo Pseudo Dionigi – quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato”» (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2007 ). Il nostro Dio è questo Dio amante, che “sopporta” la storia degli uomini e in Gesù di Nazareth se ne fa carico, mai separando il grano dalla zizzania, ma aspettando, con il suo «cuore grande», che ogni cosa giunga a compimento e ogni creatura si volga a Lui (cfr. 2Pt 3,9).

L’ESSENZA DELLA PASTORALE: PRENDERSI CURA

Quando diciamo “nostro”, di Dio, non vogliamo marcare un possesso. Il Dio che ci ha salvati e raccolti in Cristo è di tutti e per tutti. Nel suo corpo, che è il nostro, il corpo vivo della Chiesa, vuole raggiungere e accogliere tutti. Noi, che viviamo di questo amore, siamo chiamati ad annunciarlo così, come il Dio che attende paziente e fiducioso, che cerca appassionatamente, che accoglie con generosità e delicatezza.

È questa l’essenza della “pastorale”, come anche di ciò che chiamiamo “missione”: un movimento di apertura alla sorgente dell’acqua viva, che ci ricrea e ci rinfresca, e che senza soluzione di continuità lascia scorrere questa corrente, che non ci appartiene, incontro alle aridità della vita, alle asperità della storia, in una testimonianza umile e quotidiana della speranza che i discepoli di Gesù si portano dentro. «Ora che la Chiesa desidera vivere un profondo rinnovamento missionario, c’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti» (Francesco, Evangelii Gaudium, 127).

È vero. Nel corso dei secoli ci sono stati nella Chiesa uomini che hanno dato peso unicamente alle grida dei potenti e non alle urla dei disperati. Ci sono state istituzioni, apparentemente essenziali, che hanno suscitato nella Chiesa l’illusione di essere una grande potenza, capace di creare una vera e propria societas christiana. In questa prospettiva – dobbiamo dircelo con franchezza – non può esserci nessuna pastorale. L’idea di una “società cristiana”, coincidente con la Chiesa, genera solo progetti di conquista, idee di dominio: sociale, politico, culturale. Dobbiamo oltrepassare questa visione, che non è in linea con la grande tradizione, fondata sulle Scritture e sull’Evangelo di Gesù di Nazareth. La Chiesa povera e in uscita, voluta dal Concilio Vaticano II e sollecitata da Papa Francesco, è infatti una Chiesa che si ripensa come un popolo di «stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11), di donne e di uomini amanti delle tende, sulle orme del Figlio di Dio che ci ha rivelato il volto del Padre collocando la sua tenda in mezzo agli uomini. «Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo» (Francesco, Evangelii Gaudium, 49).

Nelle tende si è precari, si è “per strada”, si è esposti. Nelle tende si abita da pastori, perché si è pronti – condividendo la vita col gregge – ad ascoltare ogni segnale, a distinguere ogni voce. Come il pastore bello e buono del Vangelo (cfr. Gv 10,2-16), dobbiamo riconoscere infatti la voce di ogni uomo – ve lo dicevo nel mio primo messaggio –, la voce di ogni dolore e di ogni disperazione, e farci al contempo riconoscere come la voce che dona e cerca solo amicizia e speranza. Questa è la strada che il Vangelo ci indica, e questa è la strada, care sorelle e cari fratelli, che facciamo fatica a prendere e a far nostra. Oggi più che mai sappiamo che vivere in queste tende, le tende della “pastorale”, vuol dire non farsi lusingare dalle sirene dei potenti, ma dallo strazio degli ospedali da campo. Vuol dire essere vicini, e non superiori; essere dalla parte di chi è affaticato, oppresso, umiliato e non abitare nelle regge dei ricchi e dei gaudenti. E tutto questo non per una scelta ideologica ma per una necessaria, difficile fedeltà alla sconvolgente parola pronunziata da Gesù sulla montagna della nuova Legge, dove egli ci ha detto una volta per tutte come il nostro Dio stia dalla parte dei deboli, dei piccoli, dei poveri (cfr. Mt 5,1-12). Nessuna lotta, nessuna inimicizia, nessuna acrimonia in tutto questo. Ve l’ho ripetuto più volte in questi mesi: la Chiesa non ha nemici. Essa offre invece alle illusioni dei grandi e al dolore degli afflitti la Parola che per prima ha ricevuto e che salva la vita perché giunge al midollo (cfr. Eb 4,12), riporta cioè all’essenziale di se stessi, consente ad ognuno di ritrovare la propria realtà umana sia sotto le maschere del potere come dentro il pietrificarsi del dolore. È questo infatti il messaggio del nostro Signore che portiamo a tutti: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10); «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).

Pastorale è allora, in una sola parola, “prendersi cura”: di ogni donna, di ogni uomo, della storia dell’umanità come eventi dello Spirito. Di ogni casa, e della terra tutta come nostre dimore.

«Questo vuol dire anche coltivare un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato» (Francesco, Laudato si, 232).

Prendersi cura vuol dire per i cristiani donare una relazione, perché da una relazione siamo stati generati; abbracciare e custodire un corpo, perché nella carne di Gesù siamo stati salvati; essere aperti alla parola di tutti, alle idee e alle culture di ognuno, perché di dialogo e di ascolto siamo nutriti giorno per giorno. Alla sequela di Gesù di Nazareth, il Re Messia, il Figlio dell’Uomo salito sul trono glorioso della croce per riportare all’abbraccio benedicente di Dio ogni creatura, e in primo luogo tutti noi che conosciamo nella diaspora della vita la dispersione del peccato. Lui dobbiamo annunziare: l’inviato del Padre, il compagno di viaggio invisibile ma immancabile, la parola che illumina il nostro amore, consola il nostro dolore, ci apre alla speranza e riscalda il nostro cuore.

«Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita; Egli è l’uomo del dolore e della speranza; Egli è il Pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete; Egli è il Pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, Egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore, disgraziato e paziente. Per noi, Egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore ed i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli. Egli è il Re del nuovo mondo; Egli è il segreto della storia; Egli è la chiave dei nostri destini; Egli è il mediatore, il ponte, fra la terra e il cielo; Egli è per antonomasia il Figlio dell’uomo, perché Egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne, e madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico. Gesù Cristo!» (Paolo VI, Omelia, Manila, 29 novembre 1970).

UNA FEDE BATTESIMALE

Da questo punto di vista, già ve lo dicevo, pastorale e missione sono sinonimi. Essere “missionari” non significa primariamente porre in essere delle iniziative ecclesiali o addirittura moltiplicarle fino all’estenuazione. Si tratta di condividere quella speciale relazione pasquale che genera «un’esuberanza d’essere» (Giuseppe Dossetti, Catastroficità sociale e criticità ecclesiale, 1953), in un continuo processo di rinascita, guarigione e trasformazione di ogni esistenza. È la rinascita battesimale, che ci costituisce di- mora dello Spirito, casa del Soffio vivificante presente nelle acque della prima creazione e preposto alla nuova creazione.

Il battesimo ha infatti un rilievo fondativo, poiché definisce la nostra identità. Lo so, lungo i secoli, la fine generalizzata del battesimo in età adulta, il sovrapporsi di credenze teologicamente molto deboli e di mentalità magiche o sacrali, hanno rischiato di svuotare di significato profondo l’evento battesimale. Riscoprirlo non significa però rivitalizzare un rito, ma entrare in contatto con la nostra origine, rivivificando la nostra identità personale e comunitaria.

Il battesimo affonda infatti le proprie radici nei fatti accaduti un giorno all’apparenza lontano, sulle rive del Giordano, quando Gesù di Nazareth si mise accanto ai peccatori e iniziò la propria missione bagnato dall’acqua di Giovanni e segnato nel suo corpo dal sigillo dello Spirito (cfr. Mc 1,9-11; Mt 3,13-17; Lc 3,21-22). Non era quello, dicono giustamente i teologi, il battesimo cristiano, ma certamente il fatto del Giordano – da cui dipende, nel Nuovo Testamento, la possibilità stessa di essere riconosciuti quali apostoli del Risorto – ha un legame simbolico molto forte con il battesimo comandato da Gesù (cfr. Mt 28,19; Mc 16,16; At 1,5).

Come ci ricorda Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21). Gesù scende da discepolo al Giordano per ricevere dalle mani di Giovanni, suo rabbi, il battesimo dei peccatori (cfr. Mt 3,13-17). Si tratta dell’energia della condivisione, l’energia stessa di Dio Amore, che rigenera, non solo tramite l’acqua ma attraverso l’acqua e lo Spirito (cfr. Gv 3,1-21). Dall’incarnazione al Giordano, dal Getsemani al Golgota, è tutta un’unica immersione, un’unica “kenosi”, un unico “battesimo” nella realtà vivente: un movimento di abbassamento, di totale condivisione, che “battezza”, immerge cioè la vita degli uomini nelle acque grandi dell’amore di Dio. La fede battesimale presuppone l’esperienza di questa immersione. La Chiesa esiste per essere segno di queste grandi acque, in quanto volta a raggiungere e ad accogliere; per essere anzi lei stessa il mare di vita in cui tutti possono immergersi: il mare dell’amore di Dio, che con le onde dello Spirito bagna le esistenze umane in assoluta libertà, diffondendo dove e come vuole i semi della parola di salvezza. Da queste onde la comunità cristiana per prima è rigenerata e resa uno spazio di relazioni nuove, la comunità di quanti hanno conosciuto nella loro carne la morte del vecchio uomo e la nascita dell’uomo nuovo, il miracolo dello Spirito che ci libera dalle opere della carne e che ci fa fruttificare secondo Dio (cfr. Gal 5,13-25). L’autore del- la Prima Lettera di Pietro ricorda alle piccole comunità disseminate nell’Asia minore, in un contesto pagano ostile, di essere sulle orme di Cristo, uniti a lui, «concordi, partecipi dei dolori e delle gioie degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili, […] ferventi nel bene […] adoratori di Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tutto questo sia fatto con dolcezza e rispetto» (1Pt 3,8.13.15). Con dolcezza e rispetto, perché gli altri non sono terra di conquista o potenziali proseliti, ma in forza del battesimo sono per noi fratelli, in cui riconosciamo – prima di ogni divisione, di ogni appartenenza, di ogni cultura e di ogni religione – la nostra stessa carne, il nostro stesso volto: soggetti di una storia assunta da Dio per vivere una Pasqua di morte e di risurrezione.

RIPARTIRE  DALL’EUCARISTIA

Che cosa significa in concreto pensare ad una pastorale e ad una missione fondate sull’identità battesimale? Il battesimo non è una condizione statica, ma un segno efficace, da portare a compimento dentro le vicende della vita, per far sbocciare quel germe di relazione trinitaria che esso immette in ogni battezzato. Ciò accade nel cuore della comunità orante, dove il cristiano viene immerso, in un rapporto costitutivo con la Chiesa sposa di Cristo, guidata dallo Spirito e accompagnata da Maria, madre del Signore, icona di ogni accoglienza radicale del dono di grazia. «L’identità cristiana, che è quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare, come figli prodighi – e prediletti in Maria –, all’altro abbraccio, quello del Padre misericordioso che ci attende nella gloria. Far sì che il nostro popolo si senta come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo» (Francesco, Evangelii Gaudium, 144).

In questo senso, per i cristiani la Pasqua del battesimo, il suo dinamismo ultimo, viene continuamente celebrato, significato e rigenerato dalla Pasqua settimanale: l’Eucaristia celebrata nel giorno del Signore. Voglio dire che siamo chiamati a ripartire – e non sembri un paradosso – non dall’organizzazione di incontri, dalla moltiplicazione di catechesi o di devozioni, dalla proliferazione di attività caritative, ma dalla celebrazione autentica, sobria, intensa dell’Eucaristia domenicale. Lì deve esprimersi la nostra identità e la nostra storia di credenti e di salvati; lì il nostro saperci peccatori perdonati; lì il nostro sentirci rinfrescati dalla Parola raccontata e messa in rapporto con la vita delle comunità e dei quartieri; lì il nostro metterci nella preghiera nelle mani di Dio, davanti a Lui; lì il nostro essere innestati nella passione, morte e risurrezione del Signore Gesù, nell’attesa della sua venuta, del compimento del Regno in quella Gerusalemme celeste in cui ogni lacrima sarà asciugata, ogni dolore consolato, ogni lutto estinto, e la morte non ci sarà più. A questo tende ogni giorno la nostra esistenza di discepoli, il nostro camminare con gli ultimi, in unione intima con il grido incessante levato al Padre dal sangue dei martiri e dalla disperazione di quanti sono vittime dell’oppressione e dell’ingiustizia (cfr. Tertulliano, De oratione).

Nell’Eucaristia accade già tutto, e solo in quanto immersi nel mistero pasquale veniamo inviati nella Galilea delle genti, l’unico luogo in cui è possibile vedere il Risorto. La Galilea delle genti, che accomuna tutti noi destinatari dell’annuncio di Pasqua: Matteo, Maddalena, Giacomo, Giovanni, Pietro, Marta, Maria, il giovane ricco, l’adultera, i pubblicani, i peccatori, i ciechi, i muti, i posseduti, gli storpi, i piccoli, l’orfano, la vedova, il forestiero, il carcerato, l’affamato, l’anziano, il drogato, il disoccupato, il senzatetto, il disperato, l’indaffarato. L’appuntamento con il Risorto non è per noi in uno spazio sacro, ma nella terra degli uomini, in quella Galilea da cui Gesù di Nazareth cominciò la sua missione messianica, annunciando nella sua stessa persona il compimento del tempo in cui gli ammalati sarebbero stati guariti, i ciechi avrebbero riacquistato la vista, gli storpi avrebbero cominciato a camminare e ai poveri sarebbe stata annunziata la Buona Novella del Regno (cfr. Mt 11,5).

Sorelle e Fratelli amatissimi, vi chiedo – come avete capito – di ripensare la pastorale e la missione da questo centro, da questa roccia della nostra identità battesimale: la celebrazione del mistero pasquale di Cristo. Ciò significa non ridurre il cuore della pastorale e della missione della Chiesa ad attività o ad iniziative, ma vuol dire camminare con le donne e con gli uomini del nostro tempo per creare una civiltà della giustizia e della misericordia, una terra della relazione e della speranza. Inoltriamoci insieme su questa via dietro a Gesù, al suo Evangelo, alle Scritture.

ASCOLTIAMO IL VANGELO DEI BAMBINI

Dico donne, uomini, e penso anzitutto ai più piccoli. Ripartiamo dai bambini! Quanta attenzione, quanta cura rivoluzionaria nei loro confronti ebbe il rabbi di Galilea! In una cultura che misconosceva l’infanzia, Gesù pensò i bambini come modelli dell’accoglienza del Regno (cfr. Mc 10,13-16; Mt 19,13-15; Lc 18,15-17).

Non si trattava di romanticismo a buon mercato. Certo, oggi l’attenzione per l’età infantile è enormemente aumentata rispetto al passato. Ma chi di noi ritiene veramente che i bambini siano i nostri maestri? Non parlo dell’infanzia conculcata o rovinata dagli adulti. Mi riferisco all’immediatezza, alla curiosità, alla voglia di vita, all’affidamento pieno e gioioso, alla scoperta coraggiosa del mondo che sono le virtù sorgive di ogni infanzia. Ascoltiamo il Vangelo dei bambini! Impariamo da loro ad essere discepoli del Regno, con la loro stessa apertura alla vita, con la loro stessa fiducia, con la loro integrità. Rivoltiamo il nostro modo di concepire la pastorale dei bambini e mettiamoci alla loro scuola, «ai piedi della loro crescita, all’ombra della loro statura prossima» (Mario Luzi, Non tra i bambini). Il loro modo semplice e immediato di capire il Vangelo potrebbe darci molto. Prolungare nelle nostre catechesi il racconto del Vangelo e della Bibbia e aspettare serenamente risposte che ci illumineranno, domande che ci metteranno in crisi e che hanno bisogno di silenzio e di autenticità. Per il resto, il nostro compito di credenti è quello di difenderli, i bambini, dentro la Chiesa e fuori dalla Chiesa, perché a nessuno è consentito toccarli, violarli, renderli merce, farne soldati o piccoli schiavi.
«Nell’attenzione che Egli riserva ai bambini – considerati nella società del Vicino Oriente antico come soggetti privi di diritti particolari e come parte della proprietà familiare – Gesù arriva al punto di presentarli agli adulti quasi come maestri, per la loro fiducia semplice e spontanea verso gli altri» (Francesco, Amoris Laetitia, 18). La scelta del nostro Signore è come un argine e una difesa strenua e impensabile di ogni infanzia. I cristiani devono ascoltare, imparare e proteggere.

E io vi ringrazio, care bambine e cari bambini di Palermo, perché nel vostro essere in mezzo a noi, nella vostra grazia, nel vostro modo di recepire i racconti della fede risiede la parte forse più grande della mia e della nostra speranza. Levo la mia preghiera a Dio perché non vi tradiamo ma vi accompagniamo con affetto e rispetto.

Care sorelle, cari fratelli, se il Signore ci invita a tornare come bambini è per dirci che siamo tutti chiamati, negli anni, a cercare quell’integrazione tra innocenza ed esperienza che solo l’umiltà e la fiducia nel Padre possono creare.

Rimanere buoni e aperti come i bambini nonostante le delusioni e le amarezze della vita: questo è l’invito che il Vangelo ci rivolge, per non lasciarci appesantire dal tempo che passa, rimanendo freschi e aperti alla novità del Regno.

VOI, GIOVANI, ARTISTI DEL DOMANI

E poi penso tanto ai giovani. Ci sarà un Sinodo dei vescovi, nel 2018, per parlare della fede e delle nuove generazioni. Sappiamo tutti che si tratta di un tema capitale. Ma sbaglieremmo ancora una volta se ritenessimo che tutto si risolva escogitando qualche nuova strategia per “portare in chiesa” i giovani. La pastorale che discende dalla Pasqua, dal Battesimo e dall’Eucaristia non può prescindere dallo stile di Gesù, dal suo modo di essere e di pensare. Ascoltiamolo insieme.

Ricordate: un giorno, Gesù incontra un giovane sulla sua strada. È un ragazzo desideroso di una vita piena, di una vita bella: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (Mc 10,17). Il Maestro non lo blandisce, ma lo guarda con affetto, ne intende l’anelito, gli propone un passo decisivo, quello di diventare suo discepolo. Il ragazzo, bloccato dalla ricchezza, rifiuta: «Se ne andò triste, perché aveva molti beni» (Mc 10,22). Tanti commenti si sono dedicati ai motivi del diniego, anche perché il testo subito dopo insiste con forza sul rischio delle ricchezze per il Regno. Ma se guardiamo al racconto dalla parte di Gesù, cogliamo un’attitudine da cui abbiamo molto da imparare.

Quel giovane intanto si fa incontro al rabbi. Possiamo immaginare facilmente che sia stata la vita di Gesù ad attrarlo e a provocargli una domanda. Questo è già molto importante per noi. Inseguire i giovani, pretendere di catturarli, è inutile. Senza una testimonianza viva, senza un corpo che parli e che con il suo stesso essere attragga e convinca, non c’è annuncio del Vangelo. L’unica cosa che ci è richiesta è di stare sulla strada, lì dove i giovani passano e vivono, al di là di ogni strumentalizzazione, ma con un senso di autentica compagnia nell’avventura umana.

In prima battuta Gesù non è tenero. Gli dice:

«Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18). Impariamo, care sorelle e cari fratelli, da questa franchezza che entra in un rapporto autentico, diretto, non finto, con la domanda dell’altro. “Con i giovani non relazioni edulcorate”, sembra dire Gesù alla sua Chiesa, “ma relazioni serie, generate da domande prese sul serio”.

Da lì lo sguardo affettuoso, pieno d’amore:

«Allora Gesù, fissatolo, lo amò» (Mc 10,21). Non possiamo dire nulla o annunciare nulla a chi non si senta visto, a chi non si senta incontrato profondamente. E questo non può avvenire a parole, ma accade nel coinvolgimento corporeo dello sguardo. Gesù si è appassionato, e senza questa passione ‒ Don Lorenzo Milani è idealmente qui a ricordarcelo ‒ non c’è tradizione della fede. Il Vangelo non è una formula da ripetere o un dogma da spiegare.

«Chi annuncia sa che il primo compito non è “fare la catechesi” ma ascoltare il grido nascosto in ogni cuore. […] Per annunciare non serve riempirsi di contenuti, ma bensì svuotarsi di nozioni e aprirsi ad accogliere le parole dell’altro, che non sappiamo ancora. […] Ti annuncio che ti ascolto e che Qualcuno ti/ci ascolta» (Giovanni Salonia, Umanizzare l’annuncio). Lo abbiamo detto all’inizio: dove non c’è amore non c’è Buona Notizia, perché la reciprocità amante è l’essenza stessa di Dio. E lo sguardo di Gesù sul giovane ricco è come “fondato” nello sguardo d’amore che il Padre e il Figlio si scambiano instancabilmente sin dal principio, prima di ogni principio.

Solo a questo punto Gesù propone all’interlocutore la scelta del Regno: «Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» (Mc 10,21). Se si ama non bisogna avere paura della radicalità. Sarebbe miope una visione della gioventù odierna tesa a “classificarla” come un esercito di smidollati, di bamboccioni o come una schiera di poveri ragazzi perduti, magari annegati nei vizi. Nel cuore di ognuno, e dunque di ogni giovane donna o di ogni giovane uomo, c’è una domanda abissale di felicità, di pienezza. Ad essa si risponde offrendo una relazione, uno stare assieme, un progetto. Ad essa ci si consegna comunicando con parresia e sobrietà la speranza del Regno, la vita bella nel rischio della fede. «Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento, alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro» (Francesco, Lettera ai giovani in occasione della presentazione del documento preparatorio della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi).

Un’ultima annotazione. Il giovane «se ne andò triste». Triste pur avendo mantenuto i suoi beni, triste perché aveva lasciato Gesù. I beni di questa terra, vissuti da proprietari, vissuti fuori dalla relazione, e in questo caso lontano da Gesù, dall’altro che ti invita e ti chiama, rendono tristi. Qualcuno ha detto che la sola tristezza è quella di non essere santi. Noi potremmo dire, pensando al mondo di oggi, che più che di passioni tristi soffriamo di tristezza da beni non vissuti nella relazione con gli altri e anzitutto con Colui che è il datore dei beni.

Vi sento vicini, cari giovani di Palermo, sento le vostre istanze, i vostri desideri. So che attraversate «una fase speciale di responsabilità e speranza, di grandi significati, ideali e progetti di vita, di ansia di verità come di ricerca autentica di felicità», che siete nel momento della vita «in cui più si avverte il bisogno di sentirsi riconosciuti, sostenuti, ascoltati e amati» (S. Giovanni Paolo II, Messaggio per la GMG 1987). Ma sento soprattutto la nostra inadeguatezza a comunicarvi la bellezza del Vangelo. Per questo vi chiedo di scuoterci. Vi scrivo per spingervi a cercare nella Chiesa non un aggiustamento della vita a buon mercato, non un luogo di regole e di codici etici, non uno spazio di pura placazione dell’angoscia, no! Pretendete da me e dalla Chiesa di Palermo che essa sia lo spazio della carità. Voglio dire una Chiesa che si sporca le mani, accogliendo il corpo crocifisso di Cristo nei poveri, negli ammalati, negli anziani soli, nei profughi, nei piccoli, nei portatori di handicap, nei tanti vostri coetanei dei quartieri periferici vittime dell’illegalità, dell’ingiustizia, dell’abbandono, dell’abuso di qualunque potere. Chiedeteci una Chiesa che, come dicevo il 28 aprile del 2017 ai candidati a sindaco, ami «stare dentro la città, le sue vie, le sue piazze, i suoi quartieri, le sue case; sentire i suoi odori, percepire i suoi drammi, le sue attese, le sue speranze; raccoglierne le lacrime di lutto e di gioia». Questa Chiesa potrà mostrarvi, semplicemente, nel suo stesso essere, la potenza del Vangelo, quella che tanti di voi sentono e scoprono nei gesti e nelle parole del Vescovo di Roma, il nostro amato Papa Francesco.

E poi battetevi perché la Chiesa e tutti gli adulti di questa Città sappiano fare un passo indietro. Dobbiamo lasciarvi spazio. Essere quel che siamo e poi lasciarvi liberi di fare la vostra strada, di costruire un futuro, per voi e per tutti. So che avete molto da dare e molto da dire al mondo. E una società e una Chiesa fondate sul potere dei grandi non vogliono liberarvi la strada. Sgombratela voi! Insegnateci la condivisione e non l’autoritarismo o lo sterile paternalismo. Anche di fronte al dramma della mancanza di lavoro, aiutateci a non cadere, voi e noi, in sterili contrapposizioni, perché questa mancanza ha un significato tragico che siamo chiamati ad assumere insieme, come limite della nostra terra e come orizzonte di cambiamento. Non siamo al completo, come negli hotel! E non saremo una terra che costringe i giovani a partire e che respinge quanti giungono dall’Africa e dal Medio Oriente per cercare pane e dignità, se capiremo che è la stessa domanda di pane e dignità che muove tutti e che di essa dobbiamo farci carico, perché non lo facciano a loro modo la mafia e le strutture mafiose che avvelenano il nostro vivere assieme! Una terra accogliente è il presupposto di una politica autentica: dove non c’è condivisione dei problemi e reciproca comprensione la politica muore. Ed è purtroppo la morte della politica come ricerca del bene e della verità comuni quella che rischia di consumarsi in Italia davanti al vostro dramma come dinanzi al dramma dei migranti, un fenomeno epocale scambiato per una emergenza e trattato spesso in maniera disumana da molti e da molte parti della società politica, per puro calcolo elettorale, per miopia o per ignoranza della storia.

Cari giovani, Palermo sarà capitale della cultura. La cultura è, se letta in profondità, nient’altro che l’espressione storica di una determinata sapienza della vita. Essa dice, nelle sue forme e nei suoi modi, con i versi dei poeti e le note dei musicisti, con i quadri dei pittori o con i monumenti degli architetti, i sentimenti profondi delle generazioni: modi di vedere la vita, modi di capire il mondo, modi di essere assieme, ma anche disperazioni e speranze, amori e illusioni, morti e dolori che fanno parte della fatica incessante dell’umanità lungo il suo cammino. Palermo è ricca di questi tesori, che è fondamentale custodire e trasmettere. Ma non basta. Palermo è ricca di voi, e io chiedo a voi di essere oggi gli artisti del nostro tempo, di inventare l’opera d’arte della vostra vita, lasciando il vostro segno e la vostra impronta sulla nostra terra. L’arte del passato vuole rispetto, l’arte del futuro è quella che voi siete chiamati a costruire, perché ogni vita è in fondo un piccolo romanzo, un’opera da compiere esprimendo se stessi accanto agli altri. Sia questo uno dei sensi ultimi di Palermo capitale della cultura: la consegna della Città a voi artisti del domani, in dialogo fecondo con i più piccoli e i più adulti, nella speranza certa e nella lotta serrata per un cambiamento che deve essere ora. Posso solo dirvi che la Chiesa si impegnerà, già nella mia persona, ad esservi compagna e alleata.

LA FAMIGLIA DI NAZARETH COME ESEMPIO

Care sorelle, Cari fratelli, torno a voi chiudendo questa mia lettera. Torno a voi, padri e madri, a voi adulti, in qualunque ruolo siate, chiamati insieme a me, dentro la Chiesa, a sostenere il peso di cambiamenti epocali che il Vangelo illumina per noi quali «segni dei tempi», da interpretare e maturare alla scuola di Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano II, che riscoprì la portata teologica della storia umana.

Penso a voi, perché mi immedesimo con la fatica quotidiana della fede vissuta dentro le case, nelle nostre famiglie, dove si spezza il pane dell’affetto e della comunanza di vita. Se la pastorale e la missione della Chiesa coincidono con la vita quotidiana dei credenti, la vostra esistenza ne è la prima manifestazione. Non scoraggiamoci! Siete voi genitori, voi educatori, coloro che sono chiamati ad accogliere e a dar carne alle mie parole indirizzate ai bambini e ai giovani di Palermo. Voi sapete infatti, meglio di chiunque altro, quanto sia importante un accompagnamento adulto serio, amorevole e rispettoso, perché accada la crescita dei vostri, anzi dei nostri figli.

In questo impegno ci è di aiuto, ancora una volta, la famiglia di Nazareth. Essa ha molto da dirci, con il suo contesto di vita laboriosa e onesta, con il suo ascolto privilegiato della Legge e con la sua sintonia con la Profezia, alimentati da un culto del Tempio condiviso con i fratelli e le sorelle, nella testimonianza di una premura che sa percorrere le montagne della Giudea per farsi prossimità solidale (cfr. Lc 1,39). «Davanti ad ogni famiglia si presenta l’icona della famiglia di Nazareth, con la sua quotidianità fatta di fatiche e persino di incubi, come quando dovette patire l’incomprensibile violenza di Erode, esperienza che si ripete tragicamente ancor oggi in tante famiglie di profughi rifiutati e inermi» (Francesco, Amoris Laetitia, 30). Maria e Giuseppe, con la loro umiltà e la loro fede, hanno segnato la consapevolezza, il carattere e le scelte del figlio Gesù, il Re Messia, venuto ad evangelizzare i poveri (cfr. Lc 4,18), a servire e non a essere servito (cfr. Mc 10,45).

Il Signore conceda a tutti gli educatori cristiani e ai tanti giovani delle nostre comunità cristiane e delle aggregazioni laicali – dalla famiglia alla parrocchia, dalla scuola agli ambienti sportivi, dagli ambiti della cultura all’informazione – l’entusiasmo e la creatività della testimonianza feriale della fede che hanno segnato il ministero pastorale del Beato Giuseppe Puglisi, e che tanto hanno inciso nella coscienza ecclesiale e civile della nostra amata Arcidiocesi e in particolare nella vita di tanti giovani.

Sono certo che accadrà nella nostra amata Arcidiocesi la “trasfigurazione” pastorale che il Signore chiede oggi alla sua Chiesa.

A voi tutti, creati, redenti e santificati dall’amore di Dio, grazia e pace dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.

+ Corrado
Arcivescovo

Palermo, 15 settembre 2017,
XXIV Anniversario del Martirio
del Beato Giuseppe Puglisi


ABBIAMO BISOGNO DI VOCAZIONI

Don Giuseppe Puglisi

Abbiamo bisogno di vocazioni;
bisogno di vocazioni coscienti, generose,
perseveranti, ogni giorno rinnovate.

Abbiamo bisogno di persone
che siano cioè consapevoli
che la vita ha un senso perché è una vocazione;
bisogno di persone cioè consapevoli
di essere chiamate da Dio
nelle comunità in cui vivono
per rendere ciascuna un servizio singolare,
unico, irrepetibile, indispensabile,
complementare a quello degli altri
per dar vita a vere comunità
che vivano la comunione nella varietà dei carismi
e dei ministeri, dei talenti e dei servizi.

Abbiamo bisogno
di vocazioni autentiche alla famiglia,
abbiamo bisogno di famiglie
che diventino luogo nel quale si viva la Chiesa
e siano segno e scuola
di comunione e di servizio.

Abbiamo bisogno
di vocazioni generose alla verginità sponsale,
che siano segno chiaro della Chiesa
che si dona in modo esclusivo
e totalizzante a Cristo.

Abbiamo bisogno
di vocazioni al ministero ordinato:
di diaconi, presbiteri, vescovi
che stimolino al servizio e vivano a servizio,
che sappiano discernere
i veri carismi nelle comunità
e li sappiano coordinare tra di loro
per un servizio comunitario più efficace.

Abbiamo bisogno di vocazioni
al servizio della comunicazione,
al servizio dell’annunzio, al servizio missionario,
al servizio socio-sanitario, al servizio dei poveri
e degli handicappati, degli emarginati
e dei tossicodipendenti,
dei carcerati e dei dimessi dal carcere,
dei giovani e degli anziani,
dei lavoratori e dei disoccupati,
vocazioni al servizio politico e amministrativo…

Ma innanzitutto abbiamo bisogno di persone
che si mettano a servizio delle vocazioni,
di persone, cioè, che siano a servizio dei fratelli,
ponendosi accanto a ciascuno
per un cammino graduale di discernimento;
persone che, a tal fine diano indicazioni,
alla luce della Parola di Dio letta in situazione,
perché ciascuno capisca
qual è il servizio che deve rendere.

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ICONA DELL’AMICIZIA

L’icona dell’Amicizia è la riproduzione di un’antica icona copta del VII sec. ad opera della comunità di Bose.

Essa mostra il Cristo che accompagna un discepolo, ponendo il braccio destro sulla sua spalla; è la trasmissione della vita divina a chi segue Gesù, via, verità e vita. Gesù è il maestro e il Signore, significati dal libro chiuso che regge nella mano sinistra: è il Vangelo, la lieta notizia, il dono prezioso (la copertina è ricca di pietre preziose) ed è il messaggio misterioso (il libro sigillato).

Gesù non sta di fronte, ma cammina al fianco dell’amico sconosciuto; la sua mano sulla spalla infonde sicurezza e protezione, ma è anche dono di grazia, prendendo su di sé le colpe, gli sbagli e tutti i pesi che gravano sull’altro, come è espresso dall’aureola, simbolo della santità, partecipata al discepolo.

Si tratta tuttavia di una grazia che il discepolo non tiene per sé, ma che dà in dono con il gesto della mano destra benedicente. Il rotolo che egli tiene nella mano sinistra significa che ha fatto sua la Parola del Signore.

I colori caldi delle vesti esprimono l’umanità e la povertà del Signore e del discepolo. I grandi occhi manifestano l’apertura del cuore: la dispo- nibilità a lasciarsi leggere dentro e, insieme, il desiderio di entrare in comunione con chi con- templa l’icona.

Questo amico sconosciuto è ciascuno di noi. Il fedele, nella contemplazione, viene come assunto dal mistero della grazia che è comunicata dalla presenza del Signore, dal sentire quella mano che non solo infonde sicurezza e conforto nel cammino, ma sembra anche essere come di sostegno allo stesso Signore Gesù; l’usura del tempo ha infatti consumato nell’icona i colori e il disegno dei piedi del Maestro, che sembra ora camminare con i piedi del discepolo, sbigottito dall’esperienza stessa che sta vivendo. 

Nel VII secolo già si riconosceva che il Cristo
non viene a condannare e a punire l’essere umano.
Egli discende fino al punto più basso
della condizione umana.
Non lascia riposare su di noi
il più piccolo frammento
di ciò che ci opprime”.

(frére Roger di Taizé)

BIOGRAFIA

CORRADO LOREFICE, nato a Ispica (Rg), diocesi di Noto, il 12 ottobre 1962, ordinato presbitero il 30 dicembre 1987, è stato eletto alla sede arcivescovile di Palermo il 27 ottobre 2015 e consacrato vescovo il 5 dicembre 2015. È stato economo e vice rettore del Seminario Vescovile di Noto, direttore prima del Centro Diocesano Vocazioni e successivamente direttore del Centro Regionale Vocazioni, mansione che gli è valsa una stretta collaborazione con don Pino Puglisi. Ha ricoperto anche l’incarico di direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano e di Vicario Episcopale per il Clero e per la Pastorale. È stato parroco di San Pietro in Modica dal 2009 al 2015.

Conseguita la Licenza all’Accademia Alfonsiana, ha insegnato Teologia Morale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “G. Blandini” di Noto (dal 1988 al 2009), presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Acireale “S. Agostino” (dal 1994 al 2008), presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Metodio” di Siracusa (dal 2010 al 2013) e presso lo Studio Teologico S. Paolo di Catania (dal 1989 come docente invitato, dal 2010 al 2015 come docente incaricato).

Nel dicembre 2009 ha conseguito il Dottorato in Teologia, discutendo la Tesi dal titolo La Chiesa e il mistero di Cristo nei poveri. G. Dossetti e la formazione del discorso sulla povertà tenuto al Concilio Vaticano II dal card. G. Lercaro.

È stato relatore in numerosi convegni teologici e pastorali, ha pubblicato articoli in riviste scientifiche nonché testi teologici e pastorali, con un’attenzione particolare ai giovani, ai poveri e al Concilio Vaticano II. Tra le sue pubblicazioni figurano le seguenti monografie: Gettate le reti. Itinerario parrocchiale di preghiera per le vocazioni, Edizioni Paoline, Milano 2004; Dossetti e Lercaro. La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Edizioni Paoline, Milano 2011; La compagnia del Vangelo. Discorsi e idee di don Pino Puglisi a Palermo, San Lorenzo, Reggio Emilia 2014; Primi discorsi e omelie, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2016; La povertà della Chiesa, Zikkaron, Marzabotto (Bo) 2017.

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