Un comunista riscopre un vescovo che forse era un giacobino | NuovoSoldo.it

UN COMUNISTA RISCOPRE UN VESCOVO CHE FORSE ERA UN GIACOBINO

santacolomba_0001-211x300

Nello scorso mese di febbraio, presso l’editore Samperi di Messina, è stato dato alle stampe un interessante opuscolo a cura del comunista ed ex dirigente della Cgil Santo Brunetta con la presentazione di Antonio Catalfamo e un intervento di Carmen Puglisi.

Brunetta ha inteso rendere omaggio al mondo contadino e al suo Paese natale S. Lucia del Mela.

Ma, cosa contiene l’opuscolo? Un interessantissimo documento che ci porta a conoscere la microstoria di un lembo di Sicilia e di un vescovo che è stato definito “ giacobino”, ma anche una realtà di povertà e di sfruttamento alla fine del secolo XVIII. Dopo due anni ci sarebbe stata la rivoluzione francese.

Brunetta ha tirato fuori, con grande difficoltà, da un polveroso scaffale di biblioteca, una pubblicazione siracusana del 1787 contenente una omelia “di fuoco” pronunciata il 17 marzo 1787, nella “Regia cattedrale” di S. Lucia del Mela, dal vescovo Don Carlo Santacolomba, abate e prelato ordinario di S. Lucia del Mela.

La città di S. Lucia del Mela, nel 1206, era stata elevata, da Federico II di Svevia, alla dignità di “Prelatura nullius” ed affidata ad un prelato, di solito cappellano reale, che nel 1787 era il vescovo titolare di Anemuria ( un’antica Chiesa non più esistente nella terra degli “infedeli” ) che era proprio il nobile palermitano Carlo Santacolomba ( forse originario di Isnello sulle Madonie ).

La Prelatura comprendeva gli attuali Comuni  ( per l’esattezza 4 con circa 9 parrocchie ) della valle del Mela e, in anni recenti, è stata aggregata, insieme con la diocesi di Lipari, all’Arcidiocesi di Messina.

Ma torniamo all’interessante documento ecclesiastico senza presumere di fare un’indagine storica sul periodo in questione e sulla realtà della Chiesa luciese del tempo né tanto meno su un personaggio apparentemente contraddittorio quale fu il vescovo Santacolomba.

L’omelia fu pronunciata dal prelato, per i solenni funerali, con “ Messa grande pontificale “ ( fatto certo di non ordinaria amministrazione ) di un vecchio contadino povero di nome Marco Trifirò.

Carlo Santacolomba invitò il Capitolo, il clero e i maggiorenti della città per ricordare a tutti che la morte è una grande “livella” e per esaltare, da un lato la laboriosità e l’onestà dei contadini e, dall’altro lato rimproverare i ricchi e i nobili per la loro ingordigia.

Alla fine del 1700, in quella parte di Sicilia che sta tra i Peloritani e le isole Eolie ( la Prelatura nullius di S. Lucia del Mela e la diocesi di Lipari ) vi erano due vescovi che certamente non amavano, se non ufficialmente, i “ poteri forti “ del tempo ed erano attenti alle sorti dei “ ceti deboli”.

A Lipari, il vescovo mons. Coppola, che arrivò nell’isola all’inizio del 1779, e a S. Lucia del Mela il vescovo Carlo Santacolomba che poi, alla morte del vescovo Coppola, fu nominato, nel 1796, vicario capitolare di Lipari e quindi vescovo di quella diocesi.

Certamente, Carlo Santacolomba era una persona illuminata ed aveva capito che i tempi stavano cambiando.. L’illuminismo faceva sentire i suoi effetti e certamente il rigore morale giansenistico circolava ancora in alcuni settori degli ambienti ecclesiastici.

L’omelia pronunciata il 17 marzo 1787 è certo un fatto degno di rilievo e va presa in considerazione con riferimento alle parole uscite dalla bocca del prelato Santacolomba.

Con le sue parole “di fuoco” egli intende “ eternar la memoria di un, che si crede un vil rifiuto del volgo” da parte dei ricchi opulenti, ma che egli considera “ un esemplarissimo Professore de le virtù sociali, domestiche, e cristiane” Il contadino povero Marco Trifirò viene indicato dal vescovo come un uomo da imitare, come un esempio di virtù contrapponendolo alla cupidigia e all’arroganza dei ricchi.

E si rivolge ai ricchi, dalla cattedra della Chiesa luuciese, con i sacri paramenti pontificali, con parole durissime.

Certo, il prelato luciese non è un “bolscevico” né un rivoluzionario marxista ( Marx doveva ancora nascere ), ma sicuramente non era, in quel tempo, un conservatore e forse ha ragione il poeta dialettale siciliano Alessio Di Giovanni nel definirlo come una persona di “sangue giacobino”.

Le parole contenute nell’omelia sono nette e precise: “ sì, con voi parlo, ricchi possessori di vasti fondi, da cui godete di ricavare l’abbondanza del frumento ne’ vostri granaj… credete voi di esser nati ai passatempi, ed all’zio, che debba essere…vostra fatica quella di non far nulla? Credete voi aver ricevuto diritto di prerogativa dalla Natura, quasi ché la vostra fusse una dissimile umanità collocata in ordine superiore, onde disprezzare gli agricoltori qual faccia oscura del volgo, e metterli in un sistema meschino di desiderare quel pane, ch’eglino innaffiano coi lor sudori, perché li vedete miseri, che colle mani incallite ora trattano dietro a bovi l’aratro, ed ora a curvo busto rompono colla vanga il terreno, azioni, che voi credete basse, e villane, e che all’occhio de’ savj son rispettevoli e decorose? “.

Il Santacolomba condanna l’ozio dei ricchi possidenti, esalta il lavoro duro dei contadini e la loro grande onestà, condanna la poca attenzione dei proprietari terrieri all’agricoltura e alla natura ed affronta anche, sia pure allo stato nascente, il problema della emancipazione e della tutela delle donn.

E la sua opera continuò anche nella diocesi di Lipari.

Leggiamo infatti, in una pubblicazione dell’Archivio storico eoliano dal titolo “ Un vescovo illuminato e una borghesia retriva”, a proposito del citato vescovo di Lipari mons. Coppola, che, dopo la rivoluzione napoletana del 1799 soffocata nel sangue, “ anche mons. Santacolomba viene fatto oggetto di critiche e sospetti ricordando l’omelia per la morte del contadino a S. Lucia del Mela”.

E’ vero che il vescovo Santacolomba scrisse una “ Istruzione pastorale sulla divina origine e della Sovranità in questa terra, diretta agli Ecclesiastici delle due diocesi di S. Lucia e di Lipari” contro le teorie contrattualistiche.

Ma bisognerebbe anche comprendere il perché di questa “Istruzione pastorale”. Probabilmente il prelato usava l’evangelica astuzia del serpente e la semplicità delle colombe.

Si tratta comunque di un vescovo non conservatore da studiare per comprendere anche la Chiesa siciliana di quel tempo e cercare, magari sotto tonaca, l’affiorare di nuove idee.

Perché l’omelia del Santacolomba è stata pubblicata a Siracusa nello stesso anno 1787?

E’ una bella domanda e qualche risposta si può trovare nel breve saggio di Carmen Puglisi contenuto nell’opuscolo in cui viene ristampata l’omelia del vescovo.

Il prelato luciese faceva certamente parte, insieme con altri intellettuali siciliani, di “una fitta e intricata trama ordita da influenze giansenistiche, illuministe e massoniche, dove le logge e le accademie si pongono come centri di diffusione del ‘nuovo’”. E sempre Carmen Puglisi, citando gli storici siciliani Bentivegna, Renda e Giarrizzo, sostiene che “la cultura siciliana nella seconda metà del settecento partecipa ad una sorta di ‘emancipazione’ dalla subalternità alla egemonia cattolica controriformistica”

Anche in tempi recenti, a metà del secolo ventesimo, non tutti i vescovi erano subalterni alla Democrazia cristiana.

Non era, ad esempio, subalterno alla Dc, un grande vescovo-intellettuale che fu mons. Angelo Ficarra, vescovo di Patti che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, sia pure in un brevissimo incontro. Non è un caso che l’illustre prelato sia stato mandato “dalla parte degli infedeli”, come ci ricorda Leonardo Sciascia.

Bene ha fatto quindi il comunista Santo Brunetta ( la stessa cosa bisognerebbe fare in ambienti cattolici ) a fare affiorare dall’oblio la ormai sconosciuta ma bella omelia del prelato luciese.

Sorgente: Un comunista riscopre un vescovo che forse era un giacobino | NuovoSoldo.it

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.