DE PRIMIS, Giovanni in Dizionario Biografico degli Italiani | Treccani

dizionariobiograficotreccaniDE PRIMIS, Giovanni
Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 39 (1991) – di Salvatore Fodale

DE PRIMIS (De Prima, De Primo, De Primi, De Prim), Giovanni. – Fu comunemente chiamato Giovanni di Sicilia. Si ignora la data della sua nascita, che avvenne sicuramente a Catania. Ottenne da questa città un sussidio annuo di 6 onze d’oro per studiare diritto civile all’università di Padova. Rimangono due ordini di pagamento di tale sussidio in data 25 agosto e 12 dic. 1418, e una disposizione dell’11 nov. 1420 di rimborso di una parte della somma a favore del nobile Pietro Rizari, che l’aveva anticipata. Venuto in contatto con l’abate e riformatore benedettino Ludovico Barbo, entrò il 24 giugno 1422 nel monastero padovano di S. Giustina. Non è provata l’affermazione che già prima avesse fatto professione di vita monastica, entrando a far parte del monastero benedettino catanese. Terminati gli studi giuridici col conseguimento del dottorato, intraprese quelli teologici, sempre presso l’università di Padova. Ottenuto il dottorato anche in queste discipline, insegnò teologia ai giovani confratelli.

Nel 1427 partecipò al capitolo generale della Congregazione di S. Giustina, riunito nel monastero bolognese di S. Proclo, svolgendovi le funzioni di definitor e di scriba, e vi venne eletto priore dell’abbazia di S. Paolo fuori le Mura a Roma, che l’anno prima era entrata a far parte di quella congregazione benedettina. Rimase priore di S. Paolo fino al 1434, quando sostituì pienamente al governo di quel monastero Giovanni De Sanguineis, il quale, pur non avendo aderito alla congregazione, aveva mantenuto fino ad allora il titolo di abate e alcune rendite. Negli anni successivi fu confermato abate di S. Paolo dai capitoli generali, benché l’alternanza annuale dei superiori fosse uno dei principi della riforma monastica attuata dalla Congregazione di S. Giustina. L’eccezione fu probabilmente dettata dalle particolari necessità legate all’introduzione della riforma e alle esigenze di restauro della basilica e del monastero di S. Paolo. Soltanto per il periodo che va dal maggio del 1438 al maggio del 1439 il D. lasciò l’abbazia romana per tornare a Padova, dove fu nominato dal capitolo generale abate del monastero di S. Giustina. Come abate di S. Paolo attese anche al recupero dei beni e diritti di quel monastero e al loro accrescimento.

Per tutto il ventennio, che andò dal 1427 al 1446, partecipò ai capitoli annuali della sua congregazione monastica, con l’eccezione degli anni 1431 e 1434, svolgendovi sempre una attività di primo piano e spesso un ruolo di mediazione tra il capitolo e il pontefice. Fu chiamato a presiedere il capitolo generale negli anni 1432, 1436 e 1438 e vi svolse fino al 1443 le funzioni didefinitor. Nel 1436 e nel 1445 venne eletto presidens regiminis della Congregazione di S. Giustina.

Nel 1430, con altri due ecclesiastici, rappresentò al capitolo generale dei camaldolesi, che si tenne in Borgo San Sepolcro, il cardinale protettore dell’Ordine, Giovanni Cervantes, e fu ospitato a Firenze nel monastero di S.Maria degli Angeli da Ambrogio Traversari, futuro priore generale dei camaldolesi, al quale fu legato da amicizia. Anche l’anno successivo partecipò al capitolo generale, che si tenne in Romagna, nel monastero di S. Maria de Urano, perché vi accompagnò il cardinale Cervantes, e vi svolse il ruolo di definitor.

Fu molto vicino al pontefice Eugenio IV, che seguì a Firenze, dove il D. si trovava già nel marzo 1435, e gli prestò collaborazione assidua nell’attività riformatrice. Il 30 apr. 1435 fu incaricato dal papa di presiedere, insieme con il vescovo di Traù, il capitolo generale dell’Ordine degli umiliati, che doveva procedere all’elezione del nuovo maestro generale. Il 18 giugno ricevette inoltre il compito di visitare gli ospizi di Pistoia, che versavano in condizioni rovinose per la negligenza degli amministratori, e di suggerire gli opportuni rimedi. Eugenio IV lo incaricò pure, insieme con l’abate di Fossanova, della visita al monastero perugino di S. Pietro e della sua riforma, che si concluse nel maggio del 1436 con l’unione di quel monastero alla Congregazione di S. Giustina. Il 13 ott. 1437 dal papa il D. fu nominato a presiedere, insieme col vescovo di Rimini, Cristoforo da S. Marcello, il capitolo generale dei vallombrosani, che avrebbe dovuto procedere alla riforma di quell’Ordine. Il 26 giugno 1439 il pontefice gli commise la visita, insieme col vescovo di Ferrara, di un monastero femminile nelle vicinanze di Firenze, S. Pietro in Monticelli, e il 22 luglio dispose che procedessero alla deposizione della badessa. A Firenze fu pure assegnato al D. il compito di visitare, con due religiosi della città, un altro monastero femminile, quello di S. Luca.

Il 12 dic. 1439 il pontefice gli affidò temporaneamente l’amministrazione della badia fiorentina di S.Maria. Il 24 genn. 1440 lo incaricò, insieme col vicario pontificio per la città di Roma, di visitare e riformare il monastero romano di S. Clemente, dal quale dipendevano i priorati dell’Ordine di S.Ambrogio. Il 26 apr. 1441, in considerazione dei frequenti ed importanti incarichi che il pontefice seguitava ad affidargli, e dei continui spostamenti che essi comportavano, fu rilasciato al D. un salvacondotto perpetuo e universale.

Il 17 dicembre dello stesso anno il papa affidò al D. l’amministrazione del monastero benedettino di Montecassino, che risentiva le tragiche conseguenze della guerra tra Alfonso il Magnanimo e Renato d’Angiò per la successione al trono napoletano, tanto che era stato necessario evacuarlo di gran parte dei monaci, facendo esclusione per quelli necessari all’officiatura ed al servizio divino; era stata fatta sgombrare anche la popolazione dei centri circostanti. Compito del D. doveva essere quello di governare in spiritualibus l’abbazia e di esercitare il controllo sulla custodia e sull’amministrazione dei beni temporali di quest’ultima. Doveva inoltre sorvegliare le operazioni di sfollamento e di approvvigionamento delle popolazioni e dei monaci evacuati, operazioni dirette dal castellano di Castel Sant’Angelo, Antonio de Rido.

Il 22 apr. 1444 fu nominato da Eugenio IV nunzio apostolico, legato a latere e visitatore generale nel Regno di Trinacria. La nomina faceva seguito alla avvenuta riappacificazione del pontefice con il re Alfonso il Magnanimo, il quale, ottenuta l’investitura del Regno di Napoli, aveva ritirato i vescovi delle diocesi comprese entro i suoi territori dal concilio di Basilea. La legazione si inaugurò, come d’uso, con la contemporanea concessione al D. di una serie di facoltà speciali da esercitare in favore dei Siciliani. Ad esse si accompagnò la bolla con cui il pontefice istituiva nell’isola il primo Studium generale, che egli aveva ottenuto per i suoi concittadini catanesi.

Il D., come visitatore generale, aveva il compito di riportare ordine nella Chiesa siciliana, eliminandovi le conseguenze dell’ormai chiuso periodo di distacco da Roma occorso durante il piccolo scisma e procedendo ad una riforma religiosa e morale. Ricevette pertanto dal papa, tra gli altri poteri, anche quello di sospendere i vescovi, di privare dei benefici gli ecclesiastici intrusi, di provvedere direttamente alla loro sostituzione. Ricevette inoltre l’incarico specifico di convocare e di presiedere nel monastero catanese il capitolo generale dei benedettini siciliani, che non veniva celebrato da tempo: il D., facendo ricorso, se necessario, alle sanzioni ecclesiastiche e anche alla forza del braccio secolare, doveva costringere ad intervenire anche coloro che avessero opposto un rifiuto. Doveva infine rendere obbligatoria per il futuro la riunione annuale del capitolo. Secondo le intenzioni del pontefice, da questa assemblea sarebbe dovuta nascere una congregazione che avrebbe riunito tutti i monasteri benedettini siciliani; essa si sarebbe dovuta modellare su quella di S. Giustina, con elezione di sei definitori del capitolo, due visitatori e un presidente. Per la sua azione riformatrice della Chiesa siciliana il D. si valse nell’isola della collaborazione, tra gli altri, di alcuni abati benedettini: quelli di S.Martino delle Scale, di S. Maria di Novaluce, di S. Placido di Calonerò. Tra le iniziative da lui volute vi fu la creazione a Catania di un ospizio per chierici poveri. dove questi ultimi potessero trovare riparo, mantenimento e ricevere una formazione culturale frequentando le lezioni di maestri di grammatica e canto.

Assunto l’incarico, il D. si recò a Napoli, dove si fermò presso il re Alfonso il Magnanimo. Questi, il 28 maggio 1444, confermando l’ottenuto privilegio di fondazione dell’università di Catania, ebbe parole di riconoscimento per l’attività svolta dal legato nell’interesse delle buone relazioni tra la Sede apostolica e il sovrano aragonese. Da Napoli, il 29 settembre, il D. affidò a Pietro Speciale e al domenicano Pietro Geremia l’incarico di trasmettere ai Catanesi la bolla pontificia istitutiva dello Studium generale. Il 1º apr. 1445 Eugenio IV lo delegò a ricevere da parte di Alfonso il Magnanimo il giuramento di fedeltà al papa e alla Chiesa per il Regno di Napoli e per il vicariato pontificio su Benevento e Terracina. Il D. ricevette entrambi i giuramenti il 2 giugno a Napoli, dove si trovava ancora il 18, quando il papa delegò, a lui e all’arcivescovo di quella città, il giudizio su una precettoria dell’Ordine di S. Giovanni gerosolimitano.

Il 16 dic. 1446 da Eugenio IV fu promosso presbitero cardinale del titolo di S. Sabina. Il 3 febbr. 1447, pochi giorni prima di morire, il papa lo nominò vescovo di Catania, sede resasi vacante per la deposizione e per il forzato trasferimento del francescano Giovanni De Piscibus.

Quest’ultimo, nel corso dell’azione di riorganizzazione e di riforma guidata dal D., era stato oggetto di due inchieste promosse nell’aprile e nel luglio 1446 e affidate, rispettivamente, all’abate Ambrogio di S. Martino delle Scale e al vicario dei domenicani Pietro Geremia la prima, all’abate di S. Maria di Novaluce e al priore carmelitano Nicola de Asmundo la seconda.

Il 6 febbr. 1447 Ottaviano da Todi, segretario del D., versò 11.200 fiorini d’oro dovuti dal nuovo vescovo alla Camera apostolica. Il 10 Eugenio IV annullò in favore della Chiesa catanese tutte le alienazioni di beni precedentemente operate dal De Piscibus. Il D. non si trovava, il 21 febbraio, presso la Curia pontificia; indugiava ancora probabilmente alla corte aragonese di Napoli. Vi era certamente il 24 ag. 1447, quando acconsentì ad una richiesta presentata dall’ambasciatore catanese Guglielmo Raimondo Moncada e tendente a favorire il ripopolamento della sua città: quella di rinunciare ai diritti di gabella spettanti al vescovo. Il D. accolse la domanda ed esentò dai diritti di gabella per il primo anno i nuovi abitanti di Catania. Il 2 dic. 1448 il nuovo pontefice Nicolò V rinnovò la nomina del D. alla sede episcopale catanese, vacante ora in seguito alla morte di Giovanni De Piscibus. Non ci risulta, tuttavia, se il presule eletto abbia mai ricevuto la consacrazione episcopale e se abbia mai preso possesso della sua diocesi.

Il D. morì in Napoli il 21 genn. 1449. Il suo corpo fu sepolto nella chiesa benedettina di S. Severino.

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