CARACCIOLO, Nicola Maria in Dizionario Biografico degli Italiani | Treccani

dizionariobiograficotreccaniCARACCIOLO, Nicola Maria
Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 19 (1976) – di Domenico Caccamo

CARACCIOLO, Nicola Maria. – Nato nel 1512 da Giovanni Battista, poi conte di Gallarate, e da Beatrice Gambacorta, abbracciò a Napoli la vita ecclesiastica e divenne presto familiare e camerlengo di Paolo III.

Quando lo zio Marino Ascanio abdicò in suo favore, gli succedette nell’amministrazione della sede vescovile di Catania, quasi un feudo della sua famiglia, essendo stata precedentemente occupata anche da suo fratello Luigi; confermato con una bolla pontificia del 6 gennaio e un diploma regio del 18 febbraio prese possesso della diocesi il 25 marzo 1537. Ma solo al compimento del ventisettesimo anno di età fu dichiarato maggiore e consacrato vescovo; fece quindi l’entrata solenne in Catania nel novembre 1540. Fin dall’inizio della sua amministrazione si segnalò per lo zelo con cui rivendicò le competenze del tribunale episcopale, ottenendo privilegi per i suoi ufficiali e familiari, sottratti alla giurisdizione civile. Nell’aprile 1546 fu nominato consigliere regio, con facoltà di sedere e giudicare in qualunque tribunale di Sicilia; nell’agosto dell’anno seguente Carlo V gli accordò il mero e misto impero sul castello di Mascali, proprietà ecclesiastica. Ai primi del ’52 si recò a Trento e partecipò ad alcune sessioni del concilio. Durante gli inni successivi ebbe nel viceregno funzioni politiche di rilievo: nel febbraio ’56 partecipò al Parlamento tenuto in Catania e nel giugno ’58, allontanandosi dall’isola il viceré Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, fu designato presidente del Regno in sua assenza.

Sembra che nutrisse simpatie “luterane” e tenesse rapporti con elementi valdesiani. Intorno al 1547 Gian Francesco Alois – nobile casertano che finì poi processato per motivi di religione e giustiziato nel 1564 sulla piazza del Mercato a Napoli – gli aveva fatto visita insieme ad un compagno eretico. Il C. s’era trattenuto con loro sulla Scrittura e aveva dichiarato di condividere opinioni luterane. Possedeva le Prediche di Bernardino Ochino, il Beneficio di Cristo, concepito un decennio avanti in ambiente siciliano, e infine scritti del Valdés; in quella occasione erano stati letti passi di tali libri, in sua presenza. Il vicerè di Napoli, venuto tardi a conoscenza di questi fatti, grazie alla delazione resa da G. F. Alois alla vigilia della morte, si affrettò a farne partecipe il sovrano, scrivendogli a distanza di tre giorni dal supplizio del nobile casertano (lettera di Pedro Man de Ribera, duca di Alcalá, a Filippo II, Napoli, 7 marzo 1564, pubblicata da E. Boeluner in appendice a J. Valdés, Le cento e dieci divine considerazioni, p. 601). Tuttavia, giacché gli episodi riferiti risalivano a molto tempo addietro e non risultavano confermati, il vescovo di Catania, come del resto gli altri ecclesiastici denunciati, non soffrì alcuna conseguenza.Nel luglio 1561 lasciò il porto di Messina alla volta di Napoli e di Trento, convocato alla riapertura del concilio. Ma le sette galere della flotta su cui era imbarcato caddero in un agguato: il C. fu fatto prigioniero dal corsaro Dragut e trasferito a Tripoli; la notizia corse per l’Italia, e il 15 luglio il cardinal Seripando l’annotava nel suo diario (G. Seripando, Commentarii de vita sita, in ConciliumTridentinum, II, pp. 465 s.). Le trattative per il riscatto si prolungarono per diversi mesi; in questo periodo il vescovo ottenne da Dragut, promettendogli un compenso in denaro, il permesso di edificare un cimitero cristiano per gli schiavi e mercanti della città. Finalmente, nel giorno di Natale del 1561, l’ingente somma stabilita per il riscatto giunse a Tripoli; il 26 apr. 1562 il vescovo fu sbarcato a Messina, donde raggiunse, ai primi di giugno, la sua diocesi in festa. Frutto della cattività africana fu un breve, ma denso Discorso dell’essere di Tripoli (recante la data del 1562, in Arch. Segreto Vaticano, Fondo Borghese, s. I, 596, ff. 85r-89r; l’intitolazione al f. 90v; pubblicato da J. Fraikin, Un piano di attacco di Tripoli nel 1562, in Rivista d’Italia, XV [1912], pp. 123-128).

Manca l’indicazione del destinatario di questa scrittura: ma deve trattarsi del viceré di Sicilia, duca di Medinaceli, reduce dalla sfortunata impresa di Gerba e ovviamente interessato ad appurare la consistenza politico-militare del principato barbaresco. La persona cui si rivolgeva il vescovo aveva già avuto da lui un resoconto orale su questa materia; poi il C. aveva pensato, “per maggiore informazione di Vostra Eccellenza e per mia maggiore satisfazione, di ponere in carta tutti li particolari che Ella ha voluto intendere da me”. Il discorso rivela una buona informazione di cose militari: è ricco di dettagli sulla consistenza delle fortificazioni e di suggerimenti sul modo migliore per attaccare ed espugnare la città corsara. Durante la prigionia l’autore aveva goduto, evidentemente, di un’ampia libertà di movimento e di contatti personali. Egli descrive l’aspetto fisico e la personalità di Dragut, riconoscendone il coraggio e la perizia nella guerra di corsa, ma avanzando dubbi sulle sue capacità nel comando di eserciti. Costantemente pone in rilievo la fragilità del suo governo, estraneo “alle genti del paese”, poco efficiente e fondato in buona parte su un elemento insicuro come i cristiani rinnegati; questi, anzi, erano la fonte principale delle notizie del C., che aveva allacciato segreti rapporti con taluni di loro. Proprio su questo lato più debole dello schieramento avversario consigliava il vescovo di far breccia: egli raccomandava, quindi, di usare mitezza nei confronti dei rinnegati, offrendo “patti giusti e convenienti” per indurli a disertare. “Per farlo sapere a tutti io farei mandare un bando pubblico, che tutti li rinegati che volessero tornare a conciliarsi con la santa fede catolica sarebbono accettati e rimessi, e secondo il grado loro e ‘l servizio che faranno saranno remunerati; et io posso disponere di molti e valorosi che hanno ottima intenzione di ritornare alla fede di Cristo, avendo occasione di poterlo fare, e l’hanno secretamente cominciata con meco”. Si trattava certo, in primo luogo, di accorgimenti politici. Ma agiva anche, sull’animo del vescovo, l’indirizzo della morale valdesiana che identificava il rigore e la severità con la superstizione; e l’opinione, diffusa negli ambienti dell’evangelismo italiano, che in condizioni difficili la verità possa coltivarsi in segreto.

Negli ultimi anni del suo governo il C. istituì un ospedale per i poveri insanabili; morì il 9 genn. 1567, dopo aver testato a favore dei poveri e della Chiesa, cui donò preziose suppellettili ad incremento della pietà popolare. Ebbe sepoltura nel duomo di Catania.

Fonti e Bibl: Canones et decretaconcilii Tridentini, a cura di J. Le Plat, Antverpiae 1779, pp. 162-167; J. Valdés, Le cento e dieci divine considerazioni, a cura di E. Boehmer, Halle 1860, p. 601; Concilium Tridentinum,Diaria, II, ediz. Società Goerresiana, Friburgi Brisgoviae 1911, pp. 465 s.; G. B. De Grossis, Catania sacra,sive de episcopis Catanensibus, Catanae 1654, pp. 253-263; G. E. di Blasi e Gambacorta, Storiacronol. de’ vicerédi Sicilia, II, 1, Palermo 1790, pp. 194-196; F. de’ Petri, Cronologia della fam.Caracciolo, Napoli 1803, pp. 119-120; L. Amabile, Il Santo Officio della Inquisizione in Napoli…, I, Napoli 1892, p. 134; G. Longo, La Siciliae Tripoli, Catania 1912, pp. 47-60; C. Bergna, Tripoli dal 1810 al 1850, Tripoli 1925, p. 62; S. Caponetto, Orig. e caratt. della Riforma inSicilia, in Rinascimento, VII (1956), p. 236; S. Bono, N. C., vescovo di Catania,schiavo di Dorghut,sovrano di Tripoli, in Vie mediterranee, II (1957), 12, pp. 24 ss.; Id., I corsari barbareschi, Torino 1964, pp. 387-392, 479; G. Gulik-C. Eubel, Hierarchia catholica, III, Monasterii 1923, p. 159; F. Fabris, La geneal. della famiglia Caracciolo, a cura di A. Caracciolo, Napoli 1966, tavv. IV, VIII A.

Categorie BIOGRAFIE in Religioni

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