Il singolare destino del presule salesiano destituito nel 1940 e reintegrato nell’episcopato nel 1962

È apparso nei giorni scorsi sul quotidiano ‘Avvenire’ un articolo di Marco Roncalli che, recensendo un volume curato da Ilario Tolomio, cioè le due tesi di laurea del futuro vescovo Giuseppe Cognata edite con il titolo Studi di storia delle religioni e di filosofia morale dalla Cleup, ricorda anche il singolare destino di questo presule destituito nel 1940 e reintegrato nell’episcopato nel 1962 (e sempre in attesa di una revisione di quell’oscuro processo che non gli può essere negata). Lo riportiamo qui integralmente.

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Libro particolare questo dal titolo generico Studi di storia delle religioni e di filosofia morale. Per più di un motivo: per l’autore, il saggio del curatore, l’originalità degli scritti presentati, ma, non ultimo, il “caso” risollevato. E non senza porre gravi interrogativi. L’autore infatti è Giuseppe Cognata, del quale si pubblicano qui,contestualizzate e annotate,le due tesi di laurea in lettere e in filosofia: lavori, da lui presentati all’Università di Catania, che risalgono al 1908, anno della sua professione perpetua tra i salesiani, e al 1909, anno della sua ordinazione sacerdotale.

Sì stiamo parlando di quel giovane studioso che, dopo aver cercato di portare il neotomismo nello psicologismo filosofico del nostro primo ‘900 (mettendo Tommaso d’Aquino accanto a Guglielmo Wundt o Francesco De Sarlo, per spiegare i “fatti” della coscienza e del libero arbitrio), nel ’33 fu nominato vescovo di Bova. E che in quella disagiata diocesi calabrese subito manifestò il suo dinamismo anche in campo sociale e, grazie a giovani disposte a lavorare nei luoghi più abbandonati, fondò le Salesiane Oblate del Sacro Cuore. Tutto questo sino al ‘39, data che vede in lui precipitare tutto a causa di un’accusa infamante: molestie su tre suore. Processato dal Sant’Uffizio e privato della dignità episcopale, dovette sparire nascondendosi in varie comunità salesiane del Nord, separato dalla sua gente e dalle sue figlie spirituali. Solo nel ‘62 Giovanni XXIII lo reintegrò nell’episcopato e così il presule partecipò alle sessioni del Concilio nel pontificato di Paolo VI. Ma si trattò di un provvedimento di grazia.

E così Cognata morì nel ‘72, avendo sì la gioia di veder diventare istituto di diritto pontificio la sua congregazione, non però la revisione del suo processo, nonostante testimonianze giurate che -cominciando da quella di Argeo Mancini- ne dichiaravano l’innocenza. Una vicenda, con parecchie zone d’ombra, circa la quale i documenti sono ancora segretati negli Archivi Vaticani, nell’Archivio Salesiano Centrale, nonché in quello della Congregazione da lui fondata. “Resi finora inespugnabili attraverso invalica­bili norme, tali archivi dovrebbero contenere la difesa stessa del povero vescovo calunniato, a meno che in tanto lasso di tempo – quod absit! – carte e dossier processuali non siano stati fatti sparire”, scrive introducendo questo libro Ilario Tolomio (già ordinario di Storia della filosofia a Padova , studioso di medievistica filosofica e storia della Chiesa in relazione al pensiero moderno). Aggiungendo: “Così, a distanza di quasi ottant’anni dai fatti accaduti, appare legittimo chiedersi quanto è stato conservato presso gli Archivi”. Senza dimenticare che già Luigi Càstano, primo biografo di Cognata (Il calvario di un vescovo, San Paolo 2009, ripreso dal precedente uscito con Elledici nel 1981)riconosceva lacune nel suo profilo relative proprio al periodo dell’allontanamento dalla diocesi. Lacune, ipotizza Tolomio, legate probabilmente  ad “un veto altis­simo, quello di Pio XII, ad aprire il forziere di queste carte da lui stesso sigillato”.

Quello che però va sottolineato è il fatto che la “damnatio memoriae” del vescovo Cognata ha finito per seppellire perfino la sua interessante produzione giovanile. Così, nell’attesa che la verità trionfi, e di ciò Tolomio è convinto, eccolo riportare alla luce questi scritti dall’Archivio Storico dell’Università di Catania,ai tempi crocevia di grandi docenti. Si tratta di testi che provano la preparazione di Cognata (in quel periodo assorbito anche da studi teologici), la difesa dei valori religiosi ed etici da lui sostenuti, che sono pure documento della cultura universitaria umanistica all’alba del XX secolo. Per rendersene conto basta fermarsi su diverse pagine delle due tesi. La prima sul culto della natura da parte de­gli antichi Greci, nella lettura di Pausania (ad affermare il principio che quella primitiva religione “ebbe per oggetto di venerazione l’elemento divino che è nell’uomo stesso” al di là di ogni forma di “fede razionalista ed evoluzionista”).

La seconda sul libero arbitrio, che -secondo Cognata “moralmente necessario”, “metafisicamente certo”, “scientificamente possibile”- difende il principio della responsabilità dell’uomo. Contro ogni determinismo. E  le neuroscienze ancora lontane.

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Fonte: Avvenire, venerdì 9 gennaio 2015, p.13

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