ISVALIES, Pietro in Dizionario Biografico deli Italiani | Treccani

dizionariobiograficotreccaniISVALIES, Pietro

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 62 (2004) di Filippo Crucitti

ISVALIES (Isvalli, Isuales), Pietro. – Nacque a Messina intorno alla metà del Quattrocento da una modesta famiglia di origine spagnola. Compì studi di letteratura latina; fu canonico e cantore della cattedrale di Messina, poi vicario generale dell’arcivescovo Pietro de Luna. Nel 1485 fu priore di S. Croce di Messina e abate commendatario di S. Maria di Bordonaro, nel 1493 beneficiario di S. Michele d’Alcamo e scholasticus della Chiesa palermitana. Giunse a Roma durante il pontificato di Alessandro VI e ottenne gli incarichi di protonotaro apostolico e di vicecancelliere; fu governatore di Roma dall’11 ag. 1496 al 16 nov. 1500; il 18 febbr. 1497 fu nominato arcivescovo di Reggio Calabria, succedendo a Marco Miroldi e conservando il canonicato e le prebende della chiesa di Messina; il 31 marzo 1497 si obbligò al “servizio comune” (tassa che i prelati secolari e regolari dovevano pagare per le loro promozioni), per la somma di 600 ducati.

Il 24 febbr. 1497, al comando di soldati italiani, mosse alla volta di Ostia per partecipare, in appoggio alle truppe spagnole di Gonsalvo de Córdoba e del duca di Gandía Giovanni Borgia, figlio del papa, all’assedio della città, sottratta agli Orsini il 9 marzo. Il 4 giugno 1497, nella cappella Sistina, ricevette la consacrazione arcivescovile dalle mani di Bartolomeo Florido, arcivescovo di Cosenza e segretario domestico del papa.

Poco tempo dopo, in qualità di governatore di Roma, fu incaricato di condurre, insieme con Pietro Menzi, vescovo di Cesena e uditore generale della Camera apostolica, un processo contro il Florido, arrestato il 14 settembre e rinchiuso in Castel Sant’Angelo con l’accusa di aver falsificato un gran numero di brevi pontifici ricavandone più di 7000 ducati. Florido fu scomunicato, privato di ogni ufficio e beneficio ecclesiastico e condannato al carcere perpetuo da scontare a pane e acqua. Dall’agosto 1498 l’I. condusse, insieme con il Menzi e con Eggert Duerkopp, vescovo di Schleswig, il processo contro Pedro de Aranda, vescovo di Calahorra in Spagna e gran cerimoniere di Curia, accusato di essere un giudeo occulto e di negare la Trinità, la passione di Cristo, l’inferno, il purgatorio e le indulgenze. Il 16 novembre Aranda fu privato del vescovado e dei benefici ecclesiastici e condannato al carcere a vita in Castel Sant’Angelo.

Come governatore l’I. fu chiamato a contrastare le frequenti aggressioni armate dei banditi corsi ai danni di pellegrini e viaggiatori. In seguito all’attacco subito il 12 maggio 1500 presso Viterbo dall’ambasciatore francese René d’Agrimont, depredato mentre si recava Roma, e da un nobile del suo seguito, gravemente ferito, il 24 maggio 1500 l’I. pubblicò un bando che obbligava tutti i corsi, ecclesiastici e laici, residenti nello Stato della Chiesa ad alienare tutti i loro beni e a lasciare lo Stato.

Il 28 sett. 1500, su richiesta di Ferdinando II, re d’Aragona e di Sicilia, del quale era uno dei più fedeli e affezionati servitori alla corte di Roma, l’I. fu creato cardinale da Alessandro VI. I cardinali creati in quest’occasione, dodici in tutto, furono assoggettati al pagamento di una somma di danaro per finanziare la guerra di Cesare Borgia contro i signorotti della Romagna. Fu lo stesso Cesare a stabilire per ciascuno il prezzo del cappello cardinalizio ricavando in tutto 150.000 ducati, 7000 dei quali furono pagati dall’Isvalies. Solo Pierluigi Borgia, parente del papa e considerato nullatenente per aver fatto voto di povertà in qualità di cavaliere gerosolimitano, fu esentato dal tributo.

Nel frattempo si era nuovamente materializzata per l’Europa la minaccia turca. Il 12 ag. 1499 Venezia era stata sconfitta nella battaglia navale di Navarino; nello stesso mese era caduta Lepanto e il 10 ag. 1500 cadde Modone, seguita poco dopo da altre due piazzeforti veneziane del Peloponneso, Navarino e Corone; quindi un esercito di 10.000 cavalieri turchi proveniente dalla Bosnia aveva compiuto scorrerie fin nell’entroterra veneziano e nel territorio di Vicenza. Per fronteggiare il pericolo, Alessandro VI aveva chiamato i sovrani europei a una Lega antiturca, aveva deciso di imporre una tassa del 10% all’anno per tre anni sulle rendite dei cardinali e degli impiegati di Curia allo scopo di finanziare l’allestimento di una flotta spagnola contro gli infedeli, e il 31 agosto aveva concesso un’indulgenza plenaria a tutti coloro che si fossero arruolati sotto le insegne cristiane. Nel concistoro dell’11 settembre, infine, aveva stabilito di inviare legati in Ungheria, Polonia, Francia e Germania per sollecitare l’impegno di quei sovrani a difesa della Cristianità. I legati, nominati nel concistoro segreto del 5 ott. 1500, furono l’I. per l’Ungheria e la Polonia, il cardinale Giovanni Vera per la Francia, la Spagna, il Portogallo e l’Inghilterra e il cardinale Raimondo Peraudi per la Germania e i Regni del Nord.

Dopo essere stato insignito, il 5 ottobre, del titolo cardinalizio di S. Ciriaco alle Terme di Diocleziano, l’I. ricevette, il 18 novembre, le istruzioni per la sua missione. Il giorno successivo lasciò Roma diretto a Venezia, dove si trattenne dal 13 al 23 dicembre per definire con la Repubblica le clausole dell’alleanza antiturca: l’Ungheria avrebbe attaccato i Turchi per terra e avrebbe ricevuto un sussidio annuo di 100.000 ducati da Venezia e di 40.000 ducati dal papa per tutta la durata della guerra; il re di Polonia non avrebbe ricevuto alcun finanziamento poiché era già stato autorizzato dal papa a riscuotere le decime nel suo Regno; Venezia avrebbe attaccato per mare e inviato un ambasciatore speciale in Ungheria con la facoltà di concludere l’accordo; i tre alleati si sarebbero impegnati alla reciproca assistenza in caso di difficoltà e a non concludere in alcun caso una pace separata con il nemico. L’I. giunse in Ungheria verso la metà di gennaio 1501. Fu dapprima a Székesfehérvár (Albareale), antica capitale ungherese della dinastia degli Arpad; quindi, verso la fine di gennaio, a Buda, dove il 13 maggio 1501 fu siglata la Lega antiturca tra Ladislao II Iagello, re d’Ungheria e di Boemia, l’I. per il papa e gli ambasciatori Giustiniani e Pisani per il doge Agostino Barbarigo. Il re di Polonia, avendo firmato una tregua di quattro anni con i Turchi, non aderì.

Intanto Alessandro VI procedette alla riscossione della tassa, decisa l’anno precedente, sulle rendite dei cardinali e degli impiegati di Curia; l’I., membro da poco tempo del S. Collegio, risultò fra i cardinali meno facoltosi e pagò un’imposta di 200 ducati; l’intero Collegio fu tassato per 34.900 ducati l’anno per il 1501-03 in base a una rendita annua complessiva calcolata in 349.000 ducati.

Dopo una serie di scaramucce e di scorrerie oltre confine dell’esercito ungherese senza che mai si giungesse a uno scontro decisivo, dopo i successi delle flotte cristiane (conquista di Egina, Cefalonia, Alessio e Santa Maura, l’antica Leucadia), e la perdita di Durazzo, da Venezia, le cui casse erano esauste e il cui commercio languiva, e da Costantinopoli, minacciata a Oriente dalla Persia, cominciarono a manifestarsi propositi di tregua, vanamente contrastati dal legato pontificio. La pace tra Venezia e i Turchi fu pubblicata il 20 maggio 1503 e il 20 agosto anche il re d’Ungheria ratificò un armistizio destinato a durare sette anni.

L’I. fu nominato, il 21 giugno 1503, amministratore della diocesi di Veszprém, suffraganea di Esztergom, e il 7 settembre lasciò Buda per tornare in Italia. Si trattenne dieci giorni a Esztergom, sostò dal 5 al 10 ottobre a Venezia e giunse a Roma il giorno 24. Non partecipò quindi al conclave che scelse il successore di Alessandro VI, Pio III, ma fu presente a quello che elesse Giulio II, che dall’I. fu sostenuto. Nel frattempo aveva ricevuto, il 4 dic. 1501, la commenda del monastero basiliano del S. Salvatore della Motta Rossa nella diocesi di Reggio Calabria. Ottenne poi, il 16 nov. 1503, l’abbazia di Villanova e il priorato di Crema e, l’8 ag. 1504, il monastero cisterciense di S. Maria di Roccamadore nella diocesi di Messina.

Nel 1505 l’I., in qualità di arcivescovo di Reggio Calabria, dovette affrontare la questione della Giudecca di quella città.

Con un’istanza del 27 marzo alla Regia Camera della Sommaria di Napoli chiese per la diocesi, contro le pretese dell’Università cittadina, la conferma della giurisdizione civile e criminale sulla comunità ebraica e la riscossione del dazio sopra la tintoria e il fondaco. Il 16 apr. 1494 il re di Napoli Alfonso II, accogliendo le rimostranze della comunità ebraica di Reggio contro le vessazioni dell’Università, aveva deciso di restituire all’arcivescovo la giurisdizione civile, criminale ed esattoriale. L’Università, in passato più volte sostenitrice delle competenze dell’arcivescovo sulla comunità ebraica – ridotta ormai ai minimi termini (non più di 9-10 fuochi per circa 50-60 persone) -, impugnò l’ordinanza regia. Gli ebrei di Reggio erano cresciuti di numero anche per l’apporto di una consistente immigrazione dalla Sicilia e il gettito dei loro dazi era tornato a essere appetibile. Avevano sviluppato di nuovo redditizie attività, soprattutto nell’industria della seta e della tintoria, con l’introduzione di una nuova materia colorante, l’indaco, proveniente dall’India. Gli ufficiali civili sostennero le loro ragioni affermando che la Chiesa reggina non aveva mai posseduto la giurisdizione contesa, e l’I. accompagnò la sua istanza con un’ampia documentazione comprendente privilegi e concessioni di vari sovrani, che provava la legittimità della sua richiesta. Quando l’I. rinunciò, il 24 luglio 1506, alla carica arcivescovile in favore del fratello Francesco, toccò a quest’ultimo seguire le vicende della causa finché essa, nel 1510, non si estinse per l’espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli.

Mai l’I. aveva messo piede nella sua diocesi, nemmeno per prenderne possesso; i molti incarichi accumulati e le opportunità di carriera che solo la corte di Roma poteva offrirgli, lo indussero, secondo il costume all’epoca assai diffuso, a mantenere la diocesi e a percepire le relative prebende affidando l’amministrazione a un vicario generale, il canonico Bernardino Bosurgi. Dopo avere ottenuto, il 9 maggio 1505, la commenda dei monasteri basiliani di S. Maria di Trapezomata e di S. Angelo di Valletuccio nella diocesi di Reggio Calabria e, il 3 settembre, quella dei monasteri di Pécskárad e di Széksárd in Ungheria, appartenuti al defunto cardinale Ascanio Sforza, dal 26 ag. 1506 partecipò, con quasi tutti i cardinali e con la corte papale, alla spedizione militare di Giulio II per la sottomissione di Perugia e Bologna che, guidate rispettivamente dai Baglioni e dai Bentivoglio, si erano da tempo sottratte al dominio pontificio.

Giulio II entrò a Perugia il 12 settembre; due giorni prima, a Castiglione del Lago, Giampaolo Baglioni aveva compiuto atto di sottomissione davanti a lui e si era impegnato ad appoggiarlo contro Bologna. L’11 novembre il papa fece il suo ingresso trionfale nella città, abbandonata qualche giorno prima da Giovanni (II) Bentivoglio e dai suoi, e vi si trattenne con tutta la corte fino al 22 febbr. 1507.

Dopo essere stato nominato, il 19 maggio 1507, protettore di Polonia, Ungheria e Boemia, l’I. mutò, il 18 agosto, il titolo cardinalizio di S. Ciriaco alle Terme di Diocleziano con quello di S. Pudenziana, e il 7 giugno 1508 ottenne l’amministrazione della diocesi spagnola di Orense, in Galizia, suffraganea di Braga in Portogallo. Nel 1508 fu poi incaricato di una nuova missione presso Ladislao II Iagello per affiancarlo e consigliarlo nell’azione di contrasto verso le sette eretiche che proliferavano in Boemia, in particolare verso quella dei fossariani o fossari, diffusasi notevolmente, e che il papa voleva recuperare all’ortodossia prima di sollecitare contro di essa un intervento repressivo. Nel 1509 l’I. fu inviato a Tivoli come commissario per sedare i frequenti disordini che vedevano protagonisti i seguaci dei Colonna e degli Orsini. Si attribuì il governo assoluto della città e, per compiacere i suoi abitanti, abolì quasi tutti i privilegi che su di essa aveva il Senato romano dal 1259.

Fra gli altri privilegi, Roma aveva parte nel governo di Tivoli, poteva inviare in ogni tempo un conte, rettore o podestà di sua nomina e aveva diritto a riscuotere, nella festa di tutti i Santi, un censo di 200 scudi. I conservatori del Senato romano ricorsero più volte al papa contro i provvedimenti presi dall’I. finché, dopo la sua morte, Giulio II reintegrò Roma nei suoi antichi privilegi sulla città tiburtina con un motu proprio del 28 marzo 1512.

Due nuove cariche premiarono, nel 1510, la carriera ecclesiastica dell’I.: il 4 maggio quella, particolarmente prestigiosa, di arciprete della basilica Liberiana (S. Maria Maggiore) in Roma, il 21 giugno quella di amministratore della diocesi di Messina, città nella quale, come già a Reggio Calabria, i fedeli lo attesero invano.

Dal 1° sett. 1510 prese parte alla spedizione militare di Giulio II contro il duca di Ferrara Alfonso I d’Este, sostenuto dal re di Francia Luigi XII, nel tentativo di ricondurre sotto l’autorità pontificia tutte le province settentrionali dello Stato della Chiesa. La colonna papale giunse a Bologna il 22 settembre e l’I. fu designato, insieme con il cardinale Luigi d’Aragona, nipote del defunto re di Napoli Ferdinando I, a guidare i 6000 Bolognesi arruolatisi sotto le insegne pontificie dopo le promesse di Giulio II di nominare un cardinale della città e di dimezzare le tasse. Nel corso della spedizione l’I. accompagnò Giulio II all’assedio di Mirandola.

Il 2 genn. 1511 il papa, convalescente per una recente malattia, con la barba ispida e incolta e con indosso l’armatura, si mosse da Bologna in lettiga nonostante il freddo rigidissimo, per guidare personalmente le sue truppe all’assedio; il 4 gennaio giunse presso il castello di San Felice, a 5 miglia da Mirandola, e il 6 gennaio si accampò a mezzo miglio dalla rocca; oltre all’I. e all’Aragona, accompagnavano Giulio II il cardinale Cornaro, Baldassarre Castiglione e gli architetti Donato Bramante e Giuliano da Sangallo. Mirandola capitolò il 20 genn. 1511 e il papa volle entrare per primo nella città conquistata arrampicandosi su una breccia aperta nelle mura. Tornato a Bologna il 17 febbraio, il 14 maggio, all’approssimarsi delle truppe francesi comandate da Gian Giacomo Trivulzio, affidò il governo della città al cardinale legato Francesco Alidosi e si rifugiò a Ravenna. La discordia scoppiata tra l’Alidosi, la cui politica aveva suscitato l’opposizione dell’oligarchia cittadina, e il duca di Urbino Francesco Maria Della Rovere, nipote di Giulio II e inetto comandante delle truppe pontificie, contribuì, il 23 maggio, alla caduta di Bologna e alla disfatta militare. La signoria dei Bentivoglio fu ripristinata e una grande statua di bronzo di Giulio II, opera di Michelangelo, che l’aveva collocata davanti a S. Petronio, fu atterrata e fatta a pezzi, poi fusa e trasformata, per volere di Alfonso d’Este, in una bombarda chiamata beffardamente “la Giulia”. Il 24 maggio 1511 il duca di Urbino si precipitò a Ravenna dal papa per discolparsi gettando la responsabilità della catastrofe sul cardinale legato. All’uscita dall’udienza, furibondo per essere stato aspramente rampognato, il Della Rovere incontrò l’Alidosi che si recava a sua volta dal pontefice e lo ferì a morte con la spada.

Nel frattempo Giulio II, riuniti i cardinali presenti a Ravenna, aveva rimosso l’Alidosi e aveva affidato all’I. le Legazioni di Bologna e della Romagna con l’obiettivo di togliere la città ai Bentivoglio, ma le truppe che gli erano state affidate (500 lance e 10.000 fanti) furono sconfitte il 17 luglio 1511.

L’I. morì il 22 sett. 1511. Circa il luogo della morte, gli storici e i cronisti hanno formulato ipotesi contrastanti: Roma, Ravenna, Urbino lungo la via per Roma, in vista di un probabile conclave per la successione a Giulio II, ridotto in fin di vita da una grave malattia verso la fine di agosto. È probabile tuttavia che sia morto a Cesena, dove si era ritirato dopo la sconfitta delle truppe affidategli dal papa.

Il suo corpo fu traslato a Roma, nella basilica di S. Maria Maggiore. Per incamerare i beni dell’I., il papa fece pressione sul suo segretario facendolo imprigionare e torturare. Negli ultimi anni l’I. aveva abitato il palazzo Orsini, nei pressi di Campo de’ Fiori, e lo aveva abbellito di statue, pitture e decorazioni. Il palazzo, fatto costruire in piazza del Biscione, sulle rovine del teatro di Pompeo, dal cardinale Francesco Condulmer, nipote di Eugenio IV, è oggi conosciuto come palazzo Pio per essere venuto più tardi in possesso di Alberto Pio da Carpi.

Due opere in esametri latini sono state dedicate all’I. da Angelo Callimaco: il poema in due libri De laudibus Messanae, conosciuto anche con il nome di Rhegina, scritto certamente prima del 1510, e un’egloga pastorale in forma dialogata in 182 versi (Roma, Biblioteca nazionale, Vitt. Em., 55).

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