CARO in Dizionario Biografico degli Italiani | Treccani

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CARO

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 20 (1977)

di Norbert Kamp

CARO (Carus). – C. non era né cisterciense né, prima della sua elevazione alla sede arcivescovile di Monreale, abate di S. Maria di Altofonte, come si legge invece nella letteratura storica, da A. Wion (1595) a N. Giordano (1964).

Il Wion si riferiva a G. L. Lello, il quale tuttavia nella sua opera apparsa a stampa solo nel 1596 riferiva soltanto che nel 1328 era stato eletto arcivescovo un abate P[aolo] di S. Maria di Altofonte, la cui elezione venne però respinta dal papa. Non ha senso del resto correggere l’iniziale P. in C. per il semplice fatto che il monastero cisterciense di S. Maria di Altofonte fu fondato soltanto nel 1307. Altrettanto erronea è l’affermazione, ripetuta continuamente dai tempi del Lello, che C. sia diventato arcivescovo già nel 1189. Il suo predecessore Guglielmo, elevato alla cattedra episcopale nel 1183, era in vita ancora nel 1191, quando il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone gli offrì l’arcivescovato di Canterbury. Egli morì durante l’assedio di San Giovanni d’Acri in Terrasanta, forse nell’autunno del 1191.

Non ci sono in ogni caso notizie sicure sull’origine e sulla prima attività spirituale di C. prima del suo episcopato. Era sicuramente monaco e faceva parte, se possiamo credere a V. M. Amico (1733), di quella cerchia di monaci che per primi si erano trasferiti dal monastero di Cava, che seguiva la regola di Cluny, a Monreale. Prima della sua elezione doveva aver ricoperto la carica di magister monachorum nel monastero di Monreale.

Nel maggio del 1194 viene ricordato per la prima volta come arcivescovo di Monreale quando sottoscrisse a Palermo il diploma di fondazione del monastero di S. Maria di Martorano da parte del maestro giustiziere della Curia Goffredo di Martirano e della moglie di questo Aloisia. Dato che il vescovo Lorenzo di Siracusa prestò a C. il giuramento di fedeltà solo al tempo del regno di Guglielmo III, si deve desumere che C. stesso sia divenuto arcivescovo non prima del 1193-94. Tuttavia, dopo la morte di Tancredi (che egli nel 1195 qualificherà come persecutore della sua Chiesa), C. entrò nella cerchia dei consiglieri di Gugliemo III e della regina madre Sibilla. Per questo motivo i nuovi regnanti, Enrico VI e Costanza, dopo l’incoronazione, inizialmente lo tennero lontano dalla loro corte ed evitarono di ricordare il nome di C. nel diploma con cui nel gennaio del 1195 confermarono i privilegi della Chiesa di Monreale. Tuttavia, alla fine dello stesso anno, l’imperatrice decise immediatamente in favore di C., che aveva potuto presentare un diploma più antico, una contesa tra il presule e Corrado di Montefusco a proposito di alcuni beni ecclesiastici pugliesi, che erano stati alienati, e revocò nello stesso tempo l’incarico di esaminare la contesa di già affidato ai giustizieri della Terra di Bari – segno, sicuro, questo, che i suoi sospetti iniziali erano escomparsi. Nel 1196 C. si appellò alla corte dell’imperatrice contro l’abate Nicodemo di S. Maria del Patir per certi beni calabresi, ma giunse poi ad un compromesso con l’abate. Quando nel 1197 l’imperatore revocò tutti i privilegi concessi in precedenza, rinnovò alla Chiesa di Monreale il proprio privilegio del 1195, e le confermò anche il giustizierato sul territorio ecclesiastico. Nel maggio, nel luglio e nel settembre 1197 C. risulta addirittura presente alla corte a Palermo e a Messina.

Nel novembre del 1198, poco prima della sua morte, l’imperatrice Costanza chiamò C. a far parte del Consiglio dei famigliari, che, sotto la reggenza del papa, doveva svolgere le funzioni di governo a Palermo. Già nella primavera del 1198 C. era entrato in rapporti più stretti con Innocenzo III e nell’estate si era appellato con successo al suo tribunale contro il modo di procedere degli arcivescovi di Capua e di Palermo nella sua lite con l’arcivescovo di Rossano per il possesso di S. Mauro; ma dopo la morte degli arcivescovi di Reggio, di Capua e di Palermo (1199), diventò addirittura il suo uomo di fiducia nel Consiglio di reggenza e, nello stesso tempo, l’antagonista politico del cancelliere Gualtieri di Palearia. Come ebbe a scrivere ad Innocenzo III (in Gesta Innocentii III, col. 2), subito dopo la battaglia di Monreale nel luglio del 1200, l’arcivescovo di Napoli Anselmo, tutti i familiari – fatta eccezione per C., particolarmente devoto al papa – erano favorevoli ad un accordo con Marquardo di Annweiler. Ed anche dopo che quest’ultimo, grazie ad un’intesa col cancelliere, fu entrato nel novembre 1200 a far parte del Consiglio dei famigliari, C. continuò a rappresentare in quel consesso gli interessi del pontefice. Per questo motivo Innocenzo III nel 1201 gli conferì l’amministrazione del vacante vescovato di Siracusa annullando le concessioni di benefici appartenuti a questa Chiesa fatte da parte degli altri familiari. Sebbene C. riuscisse a guadagnare alla sua causa contro Marquardo il vescovo Giovanni di Cefalù, e per quanto la sua fazione potesse venir rafforzata anche grazie alla candidatura, da lui promossa, del vescovo Pietro di Mazara alla sede arcivescovile di Palermo, i familiari fedeli al papa alla fine si videro costretti a ritirarsi a Messina davanti alla potenza dello stesso Marquardo e del suo successore, Guglielmo Capparone.

A questa situazione non era certamente estranea la circostanza che C. aveva incontrato resistenze nel seno del suo proprio monastero, non solo per quello che riguardava il governo della sua Chiesa, ma per tutto l’insieme della sua politica. Già nel 1198 i monaci di Monreale avevano accusato C. presso il pontefice di aver fatto concessioni illegittime. Nel 1200 essi prestarono giuramento di fedeltà prima al cancelliere e a suo fratello Gentile di Palearia, poi a Marquardo, di Annweiler e da ultimo, alla fine del 1202, anche a Guglielmo Capparone. Si ribellarono addirittura apertamente al loro arcivescovo, occupando due castelli arcivescovili, assediando C. in Monreale e chiedendo alla fine anche l’intervento di Guglielmo Capparone che mise al bando i parenti e gli amici di Caro. Le severe esortazioni di Innocenzo III rimasero senza eco, visto che a Palermo e a Monreale nessuno era disposto a sentirle.

Non è noto in quale modo C. si riconciliasse con il cancelliere Gualtieri di Palearia, il quale dal 1206 governava nuovamente a Palermo. Quando il cancelliere nel 1208 diventò vescovo di Catania e con ciò suffraganeo di Monreale – trascurò tuttavia di prestare a C. il giuramento di obbedienza -, Innocenzo III si studiò di appianare il nuovo conflitto. Nel 1208 il cardinal legato Gerardo di S. Adriano tentò di mediare un accordo tra il convento di Monreale e Caro. Sebbene il re Federico II avesse confermato perfino con un suo diploma questo compromesso, sembra che il legato abbia riposto soltanto una fiducia limitata nella durata della conciliazione: poco prima della sua partenza concesse al monastero un particolare privilegio di protezione.

I beni della Chiesa di Monreale erano sparsi in varie regioni del Regno, mentre il nucleo dei possedimenti siciliani era abitato prevalentemente da saraceni; questo fu il motivo per cui nel decennio di anarchia seguito alla morte di Costanza molti di quei beni vennero alienati. Ancor più soffriva la Chiesa di Monreale a causa dei disordini e delle rivolte provocati dalla popolazione rurale araba, nel corso dei quali i ribelli occuparono persino Corleone, la località più importante del suo patrimonio in Sicilia. Per questo motivo negli anni 1211-1212 C. si rivolse ripetutamente al re, il quale con diversi privilegi gli concesse la facoltà di far arrestare coloni fuggiaschi, di confiscare poderi abbandonati e di procedere con la forza contro quei coloni (villani) che si rifiutassero di prestare i servizi dovuti. Sembra che queste misure non abbiano sortito, per lo meno inizialmente, l’effetto desiderato. In occasione di un accordo con i giovanniti di Palermo relativo a certe proprietà, che il re aveva concesso prima a C., poi ai giovanniti, il presule parlò della “magna inopia, qua nostra hodie laborat ecclesia”. La situazione della Chiesa di Monreale alla fine divenne così precaria che C. nel marzo del 1221 si recò a Brindisi, alla corte di Federico II, divenuto imperatore, per invocare nuovamente l’aiuto del potere secolare. L’imperatore accolse le sue richieste, ordinando, con una serie di mandati, l’immediata restituzione di tutte le località, chiese, poderi e villani alla Chiesa monregalese qualificata come “camera specialis” della Corona. Onorio III, anch’egli preoccupato di questa situazione penosa, ringraziò personalmente Federico per questo suo intervento.

Nel novembre del 1215 C. partecipò al concilio lateranense. Già nella prima metà di quell’anno aveva imposto a Siracusa come vescovo il “ciantro” (cantore) della cappella palatina, Bartolomeo, contro l’opposizione del signore della città, il genovese Alamanno da Costa, e l’aveva confermato e consacrato. Ne era seguito un conflitto con i canonici, le cui resistenze e accuse Innocenzo III cercò di placare in connessione con il concilio, ma ci vollero ancora numerosi e lunghi processi finché Onorio III prosciolse Bartolomeo da tutte le accuse, e dette anche a C. la soddisfazione di introdurre il suo candidato contestato a Siracusa. Nel 1219 C., in qualità di giudice delegato del papa, emise una sentenza relativa ad un ricorso del monastero di S. Maria dell’Ammiraglio a Palermo.

Sebbene sia qualificato in documenti del 1211-12, del 1215 e del 1220-21 come familiare del re, non sembra tuttavia che C. abbia avuto funzioni politiche dopo la fine della reggenza nel 1208; si trattava ormai, a quel che pare, soltanto di un titolo onorifico. Poiché ci risulta che il suo giorno obituale fu un 3 di agosto, è certo che C. visse sicuramente almeno sino al 1222. Tuttavia è ragionevole ritenere che la sua morte sia avvenuta nel decennio successivo, probabilmente intorno al 1230, dato che il primo arcivescovo di Monreale ricordato dalle fonti dopo C. venne eletto nel 1234.

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Per le notizie relative all’arcivescovo di Monreale Guglielmo per gli anni 1190-1191, si veda: Gesta regis Henrici II et Riccardi regis Benedicti abbatis, a c. di W. Stubbs, in Rer. Brit. Medii Aevi script. (Rolls Series), XLVIIII, 2, London 1867, pp. 96, 128, 134, 147;Chronicon magistri Rogeri de Houedene, a cura di W. Stubbs, ibid., LI, 3, ibid. 1870, pp. 22, 87; Epistolae Cantuarienses, inChronicles and Memorials of the Reign of Richard I, a cura di W. Stubbs, ibid., XXXVIII, 2, ibid. 1865, pp. 329 s., 353 s., 364 s.;Gervasius Cantuariensis Chronica, a cura di W. Stubbs, ibid., LXXIII, 1, ibid. 1879, pp. 493 s., 508, 516 s.

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