BURGOS, Alessandro in Dizionario Biografico | Treccani

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BURGOS, Alessandro in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 15 (1972)

di Giuseppe Pignatelli

BURGOS, Alessandro (al secolo Giovanni Battista Francesco). – Nato a Messina il 26 dic. 1666 da Orazio Burgos e Isvaglia e da Rosa Fedele, iniziò gli studi nella città natale distinguendosi precocemente nelle lettere e vestendo già all’età di undici anni l’abito ecclesiastico. In seguito indirizzato dallo zio materno, padre Antonio Andrea Fedele, che apparteneva a tale Ordine, entrò il 5 ott. 1682 tra i frati minori conventuali, pronunciando i voti solenni l’anno dopo (6 ott. 1683). Ordinato sacerdote a Palermo il 23 sett. 1690, aveva rivolto frattanto la sua attenzione agli studi scientifici e iniziato l’insegnamento ai suoi confratelli (tra l’altro insegnò filosofia a Messina). Di questo periodo ci rimane la Lettera del padre A. B. scritta ad un suo amico,che contiene le notizie fin’ora avute de danni cagionati in Sicilia da tremuoti a 9 e 11 genn. 1693 (Palermo 1693), che in verità più che testimonianza di una personalità freddamente scientifica è una concessione a una vetusta tradizione retorico-classica, pur nella sobrietà dello stile ben lontano dal turgore del Barocco. Interessanti sono comunque i dati sulle conseguenze del fenomeno tellurico con i precisi riferimenti agli edifici distrutti e alle vittime di ogni centro abitato.

Trasferito a Roma, il B. fu ammesso l’8 maggio 1693 al collegio di S. Bonaventura, dove ottenne la laurea il 2 maggio 1696, divenendo maestro di teologia. Ebbe allora contatti con il mondo culturale romano ed entrò a far parte il 6 ag. 1699 dell’Arcadia col nome pastorale di Emone Lapizio: fu iscritto anche all’Accademia degli Infecondi (fra la sua produzione poetica si possono segnalare alcune composizioni in Le buone arti sempre più gloriose nel Campidoglio, Roma 1704, pp. 80 ss. e in Arcadum carmina,I, Roma 1721, pp. 33 ss.). In data non precisabile (forse 1699) fu destinato come lettore di sacri canoni a Bologna, dove fu anche baccelliere e quindi reggente di convento; nello stesso tempo fu pubblico lettore di retorica nel Pontificio Collegio Montalto o di Sisto V e teologo ed esaminatore sinodale dell’arcivescovo, cardinale G. Boncompagni. Certa è la sua stretta amicizia con il marchese Giovanni Giuseppe Orsi, della cui casa fu assiduo frequentatore, partecipando attivamente alle adunanze che vi si tenevano: da questi contatti derivò un entusiastico accostamento a posizioni che si possono già definire muratoriane. Trasferitosi a Perugia nel 1702, dove occupò la cattedra universitaria di storia ecclesiastica (1702-1703), il B. dette una significativa e chiara prova di questo suo nuovo orientamento nella prolusione ai corsi (De ecclesiasticae historiae in theologia auctoritate atque usu praefatio…, Perusiae 1702).

Questa iniziava con una radicale, anche se poco approfondita, critica agli scolastici e continuava con una esaltazione della storia come indispensabile sussidio della teologia soprattutto nella fase apologetica (pp. 9-10). I teologi privi di cultura storica sono dal B. definiti simili a mangiatori di granchi (“cancros comedentibus”) che, “corrodendis ossibus occupati”, ricavano dalla loro vana e ingrata fatica “parum boni succi solidique alimenti” (p. 15). Respinte le accuse dei conservatori circa la “pericolosità” della storia per la dottrina della Chiesa, il B. d’altra parte sostiene che contro la verità storica non ha alcun valore la tradizione per quanto antica sia: “veritas enim… aetate hominum et seculis minime consenescit” (p. 22). I riferimenti concreti a modelli storiografici sono però scarsi: il B. si limita a tributare le lodi di rito a M. Cano e al Baronio, mentre tace sui maurini e sugli altri innovatori. Questo bastò tuttavia per scatenare contro il B. la persecuzione dei gesuiti che lo accusarono di insegnare false dottrine, punti dalle serrate critiche che egli muoveva alle scuole italiane e in particolare alle scuole gesuitiche di ogni grado, dall’insegnamento della grammatica e dell’eloquenza a quello della filosofia e della teologia (vedi il Libellus apologeticus ad clarissimum virum Dominicum Lazzarinum de Murro patricium maceratensem, nel ms. Gesuitico 199, ff. 183-194, della Biblioteca nazionale di Roma).

A Perugia il B. fu anche accademico degli Insensati e teologo del vescovo, monsignor F. A. Marsili, già frequentatore a Bologna delle riunioni in casa del marchese Orsi e protettore del Muratori. Ritornò, quindi, forse nello stesso 1703 0 nel 1704, a Roma, ove fu scelto come consultore delle congregazioni dei Riti e dell’Indice e molto stimato da Clemente XI.

Della sua attività al servizio della S. Sede ci rimane un Parere sullo scritto intitolato: Ragioni del Regno di Napoli nella causa de’ suoi benefici ecclesiastici (Roma, Bibl. naz., ms. Gesuitico 136, ff. 32r-34v), decisamente filocuriale, che chiede la condanna dell’opera perché “continens asserta temeraria, erronea, S. Romanae Sedi iniuriosa eiusque Unitati et Primatus eversiva; libertati insuper, atque Immunitati ecclesiasticae destructiva”.

Probabilmente molto influiva sul B. l’amicizia con Giusto Fontanini, di cui egli fu prima coadiutore e poi successore, dal 1709 al 1711 sulla cattedra di eloquenza dell’archiginnasio romano. L’insegnamento di tale materia fu naturalmente per il B. un mezzo di diffusione delle sue idee di riforma degli studi teologici.

Nell’orazione inaugurale De usu et necessitate eloquentiae in rebus sacris tractandis dissertatio…, Roma 1710, il B., lamentato il fatto che gli eterodossi sono “paene omnes bonis artibus imbuti”, sostiene la necessità di una maggiore preparazione nelle scuole cattoliche: ne deriva che anche l’eloquenza non deve essere diretta “ad inanem pompam”, ma divenire utile strumento per una chiara e dignitosa esposizione e interpretazione dei testi sacri: essa dev’essere perciò “mascula et robusta, non effaeminata”, non deve esaurirsi nelle esercitazioni retoriche, che possono al più essere utili a un generico oratore, ma trovare solidissime basi nello studio della storia ecclesiastica. Esplicita è a questo punto l’esaltazione del Mabillon e dei maurini in generale; mentre cauta è la condanna della teologia scolastica (“hoc quidem volumus: quod non est Scholasticam Theologiam extirpare, sed purgare…, non est, non est tandem Scholasticam Theologiam damnare, sed abusus in cam temere invectos corrigere”, p. 26); esplicitamente respinto è l’uso sofistico dell’eloquenza. In pratica, attenendosi ai più sobri modelli del Segneri, il B. dette due esempi oratori: In funere Leonis decimi Oratio ad serenissimum Ferdinandum Medicem Etruriae principem, Romae 1710; e In funere Leonis decimi Oratio altera ad E.mum et R.mum D. D. Ioannem Baptistam Spinula, Romae 1711.

Nel 1713, allettato da uno stipendio di 300 fiorini, il B. si trasferì all’università di Padova per insegnarvi metafisica, dedicando il primo corso alla storia della filosofia da Aristotele a Duns Scoto (vedi l’Oratio pro studiis primae philosophiae habita in Gymnasio Patavino anno 1713, Patavii s.d., lodata dal Muratori “per lo stile e per la destrezza e buon gusto”); dal marzo 1718, istituita la cattedra di storia ecclesiastica, insegnò anche questa materia percependo un supplemento di stipendio di 200 fiorini. A Padova il B, si distinse molto e fu apprezzato per la sua cultura forse più di quanto meritasse: in sostanza, infatti, fu un puro erudito, buon conoscitore di libri (oltre tutto la sua passione di bibliofilo e le sue stesse sostanze servirono ad arricchire notevolmente la Biblioteca Antoniana), amico degli uomini dotti (oltre al Muratori fu legato ad A. Vallisnieri e ad A. Zeno), ma sempre incapace di tradurre la sua dottrina in un’opera teologica e storica di ampio respiro. Intorno al 1715, richiesto dal governo sabaudo di un parere circa le controversie giurisdizionali concernenti l’immunità ecclesiastica e la legazia apostolica di Sicilia, passata a Vittorio Amedeo II, il B. compilava una Scrittura sovra le pendenze tra la corte di Roma e la Sicilia (Arch. di Stato di Torino, sez. I,Serie Sicilia, 4 cat., Materie ecclesiastiche, I inv., mazzo 7, n. 100), in cui, sfoggiando un’assoluta padronanzadella letteratura gallicana, tenta una mediazione tra le pretese curialistiche e i diritti regalistici. Forse per questo spirito di moderazione il nome del B. fu prescelto da Carlo VI il 21 nov. 1725 per il vescovato di Catania, su suggerimento di Apostolo Zeno. Prima restio, il B. accettò poi la nomina e fu consacrato a Roma da Benedetto XIII il 10 marzo 1726, che gli conferì il 10 maggio anche la dignità di assistente al soglio pontificio. Frattanto, partito da Roma il 2 maggio, attraverso Napoli e Messina il B. raggiunse Catania il 6 luglio; ma, pochi giorni dopo, vi morì il 20 luglio 1726.

Postuma fu pubblicata l’opera Institutionum theologicarum syntagma operis de studio theologico recte instituendo…, Venetiis 1727, dedicata dal curatore Ferdinando Giordani all’agostiniano F. Bellelli. Si tratta in sostanza di un’ampia bibliografia critica che nelle intenzioni del B. deve servire alla preparazione di un futuro teologo al quale è indispensabile una vasta cultura e l’approfondimento delle scienze “ausiliarie”: eloquenza, storia, diritto, filosofia. All’inizio in una breve storia della teologia è combattuto l’aristotelismo degli scolastici; secondo il B. le dottrine tomistiche e scotiste trionfavano ancora, perché i frati preferivano dedicarsi ai più lucrosi studi giuridici piuttosto che allo studio della teologia; comunque egli vede una linea di progresso negli studi che vanno da Giovanni Gerson (sec. XV), a J. Mabillon (sec. XVII). Tra gli autori consigliati per la polemica contro gli atei figurano Cartesio, Malebranche, Lamy, Fénelon e soprattutto il giansenista P. Nicole.

Fonti e Bibl.: Arch. Segr. Vaticano, Proc.Dat. 103. ff. 29-41; Bibl. Apost. Vat., Capponiano lat. 272, ff. 157, 176, 210, 217, 220, 238, 287, 346, 383, 458 (dieci lettere del B. dal 27 genn. 1719 al 27 dic. 1720); L. A. Muratori, Epistolario, a cura di M. Campori, IV, Modena 1902, p. 1552; VI, ibid. 1903, pp. 2336, 2379; VIII, ibid. 1905, p. 3660; A. Mongitore, Bibliotheca sicula…, Panormi 1707, p. 15; G. Carafa, De gymnasio romano et de eius professoribus, II, Romae 1751, p. 323; G. Facciolati, Fasti gymnasii patavini, II, Patavii 1757, pp. 265, 272; Novelle letter. di Firenze, XII (1751), col. 616; XXIII (1762), col. 137; G. M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, III, 4, Brescia 1763, pp. 2441-2444; F. M. Renazzi, Storia dell’univ. di Roma, IV, Roma 1806, p. 105; D. Scinà, Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel sec. XVIII, I, Palermo 1824, pp. 82 s., 187; II, ibid. 1825, p. 290; D. Sparacio, Frammenti biobibliografici di scritti ed autori minori conventuali dagli ultimi anni del ‘600a noi, in Misc. franc., XXVIII (1928), pp. 73-76; G. Abate, Series episcoporum ex ordine fratrum minorum conventualium assumptorum,ibid., XXXI (1931), p. 167; N. Papini, Minoritae conventuales lectores publici artium et scientiarum in academiis,universitatibus et collegiis extra ordinem…, ibid., III (1933), pp. 253 s.; N. Spano,L’univ. di Roma, Roma 1935, pp. 56, 338; G. G. Sbaraglia, Supplementum et castigatio ad scriptores trium ordinum s. Francisci a Waddingo aliisve descriptos…, III, Romae 1936, p. 172; G. Ermini, Storia della univ. di Perugia, Bologna 1947, p. 553; G. Catalano, Le ultime vicende della legazia apostolica di Sicilia…, Catania 1950, pp. 63, 166; M. Condorelli, Note su Stato e Chiesa nel pensiero degli scrittori giansenisti siciliani del sec. XVIII, in Il diritto ecclesiastico, LXVIII (1957), I, pp. 316, 326; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, V, Patavii 1952, p. 150.

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