Inaugurato l’Anno giudiziario 2013 del Tribunale Ecclesiastico Regionale Siculo | ViviEnna.it

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Inaugurato l’Anno giudiziario 2013 del Tribunale Ecclesiastico Regionale Siculo | ViviEnna.it.

Inserita da il Feb 16th, 2013 e archiviata in * Provincia Enna.

L’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia ha ospitato l’apertura dell’anno giudiziario 2013 del Tribunale Ecclesiastico Regionale Siculo presieduto dal sacerdote ennese Vincenzo Murgano, Vicario Giudiziale.
Ad aprire i lavori il cardinale Paolo Romeo, moderatore del Tribunale, il quale alla presenza degli arcivescovi e vescovi di Sicilia, ha espresso “apprezzamento e riconoscenza al Vicario Giudiziale don Vincenzo Murgano che in questo primo anno di reggenza ha profuso tutte le sue migliori energie in un servizio competente ed efficace”. Nell’elencare i dati statistici del 2012, don Enzo Murgano ha parlato della famiglia come “scuola di arricchimento umano e cellula fondante della società”. Dati che, spiega don Enzo Murgano, “esprimono una problematicità e interpellano la comunità ecclesiale e la società tutta su quali siano le dinamiche strutturanti il fidanzamento e il matrimonio e su quali siano le problematiche che ineriscono le giovani coppie”. Il dato più inquietante proviene dalla constatazione della grande fragilità che le coppie sperimentano nei primi anni di matrimonio. Su 267 cause introdotte nel 2012, in ben 179 la convivenza coniugale si è interrotta entro il primo quinquennio. Il dato che più colpisce scaturisce dall’alta percentuale dei matrimoni che falliscono entro i primi 5 anni, ma è ancora più preoccupante vedere come vi sono ben 7 casi di matrimoni durati meno di 3 mesi e 58 meno di un anno. Le 267 cause si sono aggiunte alle 894 pendenti al 1° gennaio 2012 e pertanto ne sono state trattate 1161; sono state pubblicate 341 sentenze, cui vanno aggiunte le 21 in attesa di pubblicazione. Analizzando i dati di riferimento delle due diocesi della provincia emerge che nella diocesi di Piazza Armerina le cause trattate nel 2012 sono state 46 di cui 12 introdotte nel 2012 e 34 negli anni precedenti. Per la diocesi di Nicosia i casi sono stati 4, di cui uno nel 2012 e tre negli anni precedenti. Le cause concluse con sentenza sono state 14 nella diocesi armerina (10 affermative, 4 negative), mentre per Nicosia c’è stato un caso con esito affermativo.

Ecco nel dettaglio gli interventi del cardinale Romeo, del Vicario Giudiziale, don Vincenzo Murgano, ed i dati statistici del 2012 del Tribunale Ecclesiastico Regionale Siculo.

Saluto del Cardinale Paolo Romeo.
Esprimo a tutti voi il mio più cordiale benvenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 del nostro Tribunale Ecclesiastico Regionale Siculo.
La vostra presenza onora questo importante evento ed è segno che, seppure in ambiti diversi e con differenti ruoli, Chiesa e comunità civile, nel nostro territorio, intendono entrare in dialogo per individuare cammini rispettosi della verità dell’uomo e delle sue legittime aspirazioni nel loro impegno di servizio nella promozione del bene comune e della dignità della persona umana. Tutto questo come ampiamente auspicato dal Concilio Vaticano II. Un cordiale benvenuto va a Mons. Erasmo Napolitano, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Campano, che è nello stesso tempo Tribunale di Appello per la Sicilia: la sua presenza è segno di considerazione e di comunione nei confronti del nostro Tribunale. Con lui rivolgo il benvenuto al Dott. Sergio Marrama, Cancelliere del medesimo Tribunale. Mi è particolarmente gradito rivolgere, anche a nome dei miei Confratelli Vescovi, un saluto colmo di apprezzamento e di riconoscenza a tutti gli Operatori del Tribunale: al Vicario Giudiziale don Vincenzo Murgano, ai Giudici tutti, ai Difensori del Vincolo, a tutto il Personale dipendente. A lui il più cordiale ringraziamento per quanto ha fatto, con dedizione e sacrificio, negli anni in cui ha ricoperto questo delicato e complesso ruolo, e l’ulteriore riconoscenza per la disponibilità manifestata nel rimanere nell’organico del Tribunale come Giudice. Al suo successore, Don Vincenzo Murgano, che in questo primo anno di reggenza ha profuso tutte le sue migliori energie in un servizio competente ed efficace, auguro di continuare a spendersi con quella stessa generosità dimostrata finora al servizio delle nostre Chiese. L’inaugurazione dell’Anno giudiziario è sempre occasione di verifica e nello stesso tempo di ripresa di nuovo slancio nello svolgimento del delicato compito della ricerca della verità sul vincolo coniugale: “L’oggetto del processo è […] dichiarare la verità circa la validità o l’invalidità di un concreto matrimonio, vale a dire circa una realtà che fonda l’istituto della famiglia e che interessa in massima misura la Chiesa e la società civile. Di conseguenza si può affermare che in questo genere di processi il destinatario della richiesta di dichiarazione è la Chiesa stessa” (Benedetto XVI, Discorso al Tribunale della Rota Romana, 28 febbraio 2006).
Il criterio fondamentale della ricerca della verità non può essere slegato dal valore pastorale del procedimento canonico. Più volte il Beato Giovanni Paolo II ha ribadito con forza il legame intrinseco tra la dimensione giuridica e la dimensione pastorale nella continua ed incessante ricerca della verità: “La dimensione giuridica e quella pastorale sono inseparabilmente unite nella Chiesa pellegrina su questa terra. Anzitutto, vi è una loro armonia derivante dalla comune finalità: la salvezza delle anime. Ma vi è di più. In effetti, l’attività giuridico-canonica è per sua natura pastorale. Essa costituisce una peculiare partecipazione alla missione di Cristo Pastore, e consiste nell’attualizzare l’ordine di giustizia intraecclesiale voluto dallo stesso Cristo” (Giovanni Paolo II, Discorso al Tribunale della Rota Romana, 18 gennaio 1990).
Tuttavia, tale ricerca della verità sul fondamento dell’istituto familiare, per quanto legata a rapporti di giustizia intraecclesiali, appare anche necessariamente connessa con i nuovi fronti delle sfide antropologiche, culturali e sociali della nostra contemporaneità. Senza tema di smentita questo servizio della Chiesa nei confronti dei suoi figli è anche un servizio reso all’uomo del nostro tempo.
Il processo, infatti, ha lo scopo di ricercare la verità nella vicenda storica di un uomo e di una donna che hanno celebrato il matrimonio e sul quale si chiede una sentenza declaratoria. Ma non si tratta di una ricerca astratta e avulsa dal bene delle persone, anzi è l’amore il vero punto di convergenza tra la ricerca processuale e il servizio pastorale.
È ministero di carità riconoscere la sofferenza delle persone che si rivolgono al Tribunale, dove debbono trovare accoglienza, rispetto, considerazione, risposte in tempi ragionevoli, e ciò deve essere impegno di tutti.
È ministero di giustizia ricercare la verità, per mezzo di una fedele applicazione del diritto sostanziale e processuale, celebrando il processo nell’assoluta fedeltà alla normativa canonica, e sancire tale iter processuale con una sentenza che possa fornire la risposta al dubbio sulla validità o meno del loro matrimonio e così donare alle persone la pace circa la propria situazione vissuta. Il compito dei Giudici – e con loro di quanti svolgono un ministero a servizio del Tribunale – è dunque coniugare giustizia e carità nella fedele ricerca della verità. Oggi, molto spesso, un grave malinteso porta a contrapporre giustizia e carità. In vero, esse sono due virtù che non possono essere separate, né contrapposte: “Primae partes attribuendae profecto sunt caritati; sed caritas sine iustitia, quae legibus exprimitur, consistere non potest. Ambae simul incedere atque inter se compleri debent, cum ex unico fonte profluant, qui est Deus. Ceterum, ut ait S. Paulus, regnum Dei est «iustitia, et pax, et gaudium in Spiritu Sancto» (Rom. 14, 17)” (Paolo VI, Discorso ai partecipanti al III corso di aggiornamento canonico per giudici, 14 dicembre 1973).
Il Beato Giovanni Paolo II ha autorevolmente affermato: “L’Autorità ecclesiastica […] prende atto, da una parte, delle grandi difficoltà in cui si muovono persone e famiglie coinvolte in situazioni di infelice convivenza coniugale, e riconosce il loro diritto ad essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale. Non dimentica però dall’altra, il diritto, che pure esse hanno, di non essere ingannate con una sentenza di nullità che sia in contrasto con l’esistenza di un vero matrimonio. Tale ingiusta dichiarazione di nullità matrimoniale non troverebbe alcun legittimo avallo nel ricorso alla carità o alla misericordia. Queste, infatti, non possono prescindere dalle esigenze della verità. Un matrimonio valido, anche se segnato da gravi difficoltà, non potrebbe essere considerato invalido, se non facendo violenza alla verità e minando, in tal modo, l’unico fondamento saldo su cui può reggersi la vita personale, coniugale e sociale. Il giudice pertanto deve sempre guardarsi dal rischio di una malintesa compassione che scadrebbe in sentimentalismo, solo apparentemente pastorale. Le vie che si discostano dalla giustizia e dalla verità finiscono col contribuire ad allontanare le persone da Dio, ottenendo il risultato opposto a quello che in buona fede si cercava” (Giovanni Paolo II, Discorso al Tribunale della Rota Romana, 18 gennaio 1990).
In questa prospettiva anche il Santo Padre Benedetto XVI ha messo più volte in guardia dal pericolo di una forma errata di pastorale che porterebbe a soluzioni accomodanti in contrasto con la verità: “Occorre rifuggire da richiami pseudopastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che conta è soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Il bene altissimo della riammissione alla Comunione eucaristica dopo la riconciliazione sacramentale, esige invece di considerare l’autentico bene delle persone, inscindibile dalla verità della loro situazione canonica. Sarebbe un bene fittizio, e una grave mancanza di giustizia e di amore, spianare loro comunque la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale” (Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 2010).
Solo la verità “renderà liberi”. Questo vale per tutti gli uomini di ogni cultura, popolo e nazione, ma è valido in special modo per coloro che, nella comune fede cattolica, si rivolgono ai Tribunali della Chiesa per trovare quella giustizia necessaria a riprendere in mano gli orientamenti della propria vita.
Con questi convincimenti, in accordo all’armonia fra difesa della verità e garanzia della giustizia, ci auspichiamo di essere tutti, nell’ambito dei vari uffici ricoperti, maggiormente responsabili nel rendere, un servizio delicato e fondamentale ai fedeli tutti delle nostre Chiese.
Nel dichiarare aperto il Nuovo Anno Giudiziario del nostro Tribunale Ecclesiastico Regionale, ci disponiamo ad ascoltare la relazione sull’attività dell’anno trascorso, preparata dal Vicario Giudiziale, don Vincenzo Murgano, e la Prolusione di S.E. Mons. Pio Vito Pinto.
E, mentre rinnovo a tutti il mio vivo ringraziamento per la vostra presenza, porgo gli auguri più affettuosi di “buon lavoro” a tutti e, assieme ai miei Confratelli Vescovi, invoco su tutti voi e sulla vostra nascosta ma preziosa fatica, le più ampie benedizioni del Signore”.

Mons. Vincenzo Murgano.
“Sento il bisogno, in questa prima inaugurazione cui partecipo come Vicario Giudiziale, di rinnovare i sentimenti di gratitudine nei confronti degli Eccellentissimi Vescovi di Sicilia che l’8 febbraio dello scorso anno mi hanno chiamato ad assumere la presidenza del Tribunale ed in modo particolare di ringraziare l’Eminentissimo Moderatore per il continuo sostegno con il quale mi ha accompagnato in questo mio primo anno di ministero a servizio del Tribunale. Mi è caro ringraziare il mio Vescovo Mons. Michele Pennisi per la sua disponibilità ed il suo incoraggiamento. Un grazie particolarmente sentito al mio predecessore, Mons. Ludovico Puma, per il cordiale, sincero e fraterno sostegno. Si rinnova una consolidata prassi di tenere l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. Ringrazio il Preside, Prof. Don Rosario La Delfa, per la cordiale disponibilità e la cortese accoglienza e con lui ringrazio le Autorità Accademiche e l’intero corpo dei Docenti. Ho scelto di iniziare questa relazione, che vuole unire il dato tecnico al dato più squisitamente umano e pastorale, partendo dai dati statistici del 2012.
Non farò certamente la lettura di tutti i dati, ma i numeri esprimono una problematicità e interpellano la comunità ecclesiale e la società tutta su quali siano le dinamiche strutturanti il fidanzamento e il matrimonio e su quali siano le problematiche che ineriscono le giovani coppie.
La prima riflessione riguarda l’effettiva durata della convivenza matrimoniale: il dato più inquietante proviene dalla constatazione della grande fragilità che le coppie sperimentano nei primi anni di matrimonio. Infatti, su 267 cause introdotte nel 2012, in ben 179 (67%) la convivenza coniugale si è interrotta entro il primo quinquennio. In 59 casi la convivenza coniugale si è interrotta tra i 6 e i 10 anni (22%), in 15 casi si è interrotta tra gli 11 e i 15 anni (5,7%), in 8 casi tra i 16 ai 20 anni (3%), in 5 casi tra i 21 e i 25 anni (1,9%) e in 1 caso oltre i 25 anni (0,4%). Il dato che più colpisce scaturisce dall’alta percentuale dei matrimoni che falliscono entro i primi 5 anni, ma è ancora più preoccupante vedere come vi sono ben 7 casi di matrimoni durati meno di 3 mesi e 58 meno di un anno.
La semplice lettura dei numeri apre l’orizzonte ad una riflessione che diventa preoccupata, perché evidenzia la grande fragilità dei matrimoni. A ciò si aggiunge la constatazione che questi dati sono alquanto relativi, perché riguardano solo le richieste di processi per la dichiarazione di nullità, ma i fallimenti dei matrimoni e le conseguenti separazioni, sono più numerosi.
Come comunità ecclesiale e come società civile non possiamo non interrogarci con seria preoccupazione e chiederci cosa sta alla base di tanta fragilità.
Entrambe le società, quella ecclesiale e quella civile, riconoscono il ruolo fondamentale del matrimonio come realtà fondante quella cellula primaria che è la famiglia.
La Gaudium et spes, nel riflettere sul matrimonio e sulla famiglia, evidenzia, non solo i valori intrinseci alla famiglia stessa, come il bene dei coniugi e della prole, ma anche i valori inerenti la vita sociale: “La famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società”. La conseguenza di questa affermazione riguarda coloro che hanno delle pubbliche responsabilità: “Tutti coloro che hanno influenza sulla società e sulle sue diverse categorie, quindi, devono collaborare efficacemente alla promozione del matrimonio e della famiglia; e le autorità civili dovranno considerare come un sacro dovere conoscere la loro vera natura, proteggerli e farli progredire, difendere la moralità pubblica e favorire la prosperità domestica. In particolare dovrà essere difeso il diritto dei genitori di generare la prole e di educarla in seno alla famiglia”.
Questa cellula della società oggi è in crisi, in crisi perché molti ne disconoscono il valore; in crisi per la mentalità egocentrica ed edonistica nella quale i giovani di oggi stanno crescendo, in un contesto culturale contrassegnato “da un accentuato soggettivismo e relativismo etico e religioso”2; in crisi perché viene meno nei giovani l’orientamento a scelte che siano “per sempre”. I giovani di oggi, molto spesso, rifiutano di assumere responsabilità e impegni che siano per tutta la vita e preferiscono scelte meno impegnative e di più facile soluzione, ritenendole più coerenti alla propria libertà e realizzazione. La dimensione egocentrica rimane molto spesso fondante e viene meno, sempre più, la dimensione oblativa che è quella che dà forza e struttura a ogni vera scelta di vita. La famiglia da realtà stabile, a livello personale e sociale, diviene una realtà quanto mai fragile3. Non a caso il 72% dei motivi di nullità addotti nelle cause concluse con sentenza nel 2012 riguarda l’esclusione della prole e l’esclusione dell’indissolubilità.
Nello stesso tempo, assistiamo anche a segnali incoraggianti che ridanno speranza alla comunità ecclesiale e civile. Oggi, infatti, molti giovani vanno recuperando il senso del matrimonio come esperienza di fede e come donazione totale e senza riserve, affrontando talvolta problemi e difficoltà di ogni genere, ma mantenendosi costantemente fermi come “casa fondata sulla roccia”. Il Santo Padre nel recente discorso al Tribunale della Rota Romana ci ha ricordato: “A nessuno sfugge come sulla scelta dell’essere umano di legarsi con un vincolo che duri tutta la vita influisca la prospettiva di base di ciascuno, a seconda cioè che sia ancorata a un piano meramente umano, oppure si schiuda alla luce della fede nel Signore. Solo aprendosi alla verità di Dio, infatti, è possibile comprendere, e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare, la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo”.
La sofferenza di quanti si rivolgono al Tribunale Ecclesiastico, avviando il processo canonico per la dichiarazione di nullità del proprio matrimonio, e la sofferenza di quanti vengono chiamati in causa sono, per noi operatori, motivo di profonda riflessione e di rinnovata consapevolezza dell’alto e delicato ufficio che i nostri Pastori ci hanno affidato”.

L’attività del Tribunale nel 2012
L’attività del Tribunale riguarda i matrimoni canonici e concordatari contratti da fedeli sottoposti alla giurisdizione della Regione Ecclesiastica Sicilia, che comprende 18 diocesi.
Nell’anno 2012 sono state introdotte 267 cause che si sono aggiunte alle 894 pendenti al 1° gennaio 2012 e pertanto ne sono state trattate 1161.
Nello stesso anno si sono concluse con sentenza 297 cause – di cui 255 con sentenza affermativa e 42 con sentenza negativa- 18 sono state archiviate e 9 sono state dichiarate perente, per un totale di 324 cause concluse.
A queste si aggiungono 16 cause per le quali il Collegio ha ritenuto necessario un dilata, per l’acquisizione di nuove prove, al fine di poter raggiungere la certezza morale.
Nell’anno trascorso è stata reimpostata la formazione dei Collegi, attuando quando stabilito dal can. 1429 del C.D.C. e dall’art. 47 della Dignitas Connubii, che prescrivono la nomina del Ponente e l’ambito di azione dello stesso, inserendo nel collegio un Giudice che abita nella sede più vicina alle parti in causa o dove bisogna raccogliere il maggior numero di prove, al fine di favorire una più celere istruttoria e nello stesso tempo ridurre i costi di trasferte sia per il Tribunale e sia per le stesse parti.
Inoltre, si è cercato di razionalizzare le presenze dei Giudici nella sede del Tribunale e nelle Sedi periferiche, con particolare attenzione alle sedi dove si tengono il maggior numero di cause. Ciò è stato fatto chiedendo ai Giudici P. Salvatore Corsaro e Mons. Franco Pisciotta di svolgere il loro ministero presso la Sede periferica di Messina, onde alleggerire l’enorme carico di lavoro che gravava sulle spalle di Mons. Antonio Sofia, e chiedendo a Don Giacomo Montes e a P. Giuseppe Gurciullo di svolgere il loro ministero presso la Sede periferica di Catania in aiuto a Don Salvatore Lo Cascio e Mons. Antonino Legname.

Relazioni di sentenze
Nell’anno 2012 sono state pubblicate 341 sentenze, cui vanno aggiunte le 21 in attesa di pubblicazione alla data del 31 dicembre e sono state inviate al Tribunale di Appello 269 cause.
Al 31 dicembre 2012 avevamo 58 relazioni pendenti, così suddivise: 17 relative alla sessione di dicembre, 19 relative alla sessione di novembre; 11 relative alla sessione di ottobre e le rimanenti 11 relative alle sessioni del trimestre precedente.
La lettura di questi dati evidenzia la mole di lavoro portato avanti con dedizione ed impegno dai Giudici e dagli Operatori del Tribunale, ai quali sento il dovere di esprimere il sentito ringraziamento e l’apprezzamento per il lavoro compiuto.

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