Caltagirone, si apre domani in Cattedrale il Giubileo della Misericordia. Non muri ma porte aperte | ilsettemezzomagazine.it

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Caltagirone, si apre domani in Cattedrale il Giubileo della Misericordia. Non muri ma porte aperte | ilsettemezzomagazine.it.

porta santa cattedrale e ponte

Tutto è pronto per l’apertura del Giubileo della Misericordia nella diocesi di Caltagirone. Un evento che si svolgerà domani con una speciale celebrazione che, a partire dalle ore 16.30, muoverà dal Santuario diocesano di Maria SS.ma del Ponte per giungere in pellegrinaggio sino alla chiesa Cattedrale, dove mons. Calogero Peri aprirà la Porta Santa, in sintonia con tutta la Chiesa universale. Martedì 15 dicembre la Porta della Misericordia sarà aperta nell’antico Santuario diocesano della Madonna del Ponte alle ore 18.00. Il santuario – sorto nel luogo dove la tradizione vuole che in una fonte la Vergine si sia mostrata nel 1572 ai “poveri” di quel quartiere – è stato scelto per il peculiare richiamo alla misericordia che lo caratterizza.

Porta Santa - Cattedrale Caltagirone (ph. Il Sette e Mezzo)

Come è stabilito nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia voluto da papa Francesco, dopo l’apertura del Giubileo l’8 dicembre nella Basilica vaticana – anticipata in terra d’Africa, a Bangui, capitale del Centrafrica -, domani 13 dicembre si aprirà la Porta Santa nelle altre Basiliche romane e, in tutte le diocesi del mondo, nelle Cattedrali, oppure nella Concattedrale o in una chiesa di speciale significato. L’intento è di offrire a tutti la possibilità di vivere l’esperienza giubilare, dal centro sino alle periferie più lontane, come è nello spirito del pontificato bergogliano. Non si tratta di moltiplicare le Porte Sante, chiarisce la Bolla: quella che si apre, nelle basiliche romane o nelle cattedrali sparse in tutti i cinque continenti è «una uguale Porta della Misericordia» (Misericordiae Vultus, 3).

NON È UN RITO MAGICO – Il rito, semplice e insieme suggestivo, non ha nulla di magico: non è una sanatoria automatica dei peccati che si ottiene passando attraverso la porta: sarebbe questa un’interpretazione banalizzante e fuorviante. La portata del gesto, va letta invece nella sua dimensione penitenziale simbolica, antropologica e insieme teologica. La porta aperta dice accoglienza, quella chiusa rifiuto. La porta indica un “passaggio”: si entra lasciando un luogo esterno e andando verso l’interno. Si entra in uno spazio protetto, amico, intimo, che sa di famiglia e casa paterna. Antropologicamente la porta ti apre a un cammino verso l’interiorità, a una revisione di vita, possibile solo se cambi posizione. In questo simbolismo antropologico si inserisce quello teologico, che lo carica di ulteriori suggestioni. La valenza della Porta Santa è prettamente spirituale, non funzionale: non è una via di accesso o uscita dalla Chiesa: dalla Porta Santa si entra solamente, proprio a sottolinearne il profondo significato teologico. La porta è infatti Cristo: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). E il suo attraversamento richiama un movimento pasquale: dalla morte alla vita. Un tempo le chiese erano orientate in modo che chi entrava passasse da ovest verso est, dal tramonto all’alba, dalla notte al giorno, dalle tenebre alla luce, con chiaro riferimento a Cristo, sol oriens ex alto, sole che sorge dall’alto, come recita il Benedictus. Chi entra accetta orientare la propria vita a Cristo.

Ph. Il Sette e Mezzo

NON IL CROCIATO MA IL CIRENEO – L’anno santo straordinario, in fondo, serve a rammentare quello che dovrebbe essere ordinario nella vita del cristiano: la misericordia di Dio è una porta sempre aperta. «Entrare per quella Porta – scrive papa Francescosignifica scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. È Lui che ci cerca! È Lui che ci viene incontro! […] Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia».Bergoglio ci presenta non la Chiesa del crociato dalla forte identità, che brandisce la croce come una spada, ma quella dello straniero, dell’altro, del diverso: il cireneo, l’oriundo non originario di Gerusalemme, che prende su di sé la croce, e il samaritano, l’eretico, il lontano, che si fa prossimo, passa accanto all’uomo e si china a curarlo, mentre il sacerdote e il levita passano oltre, dall’altra parte della strada, per preservare la propria purità rituale. Non è il Giubileo della Chiesa che punta il dito, giudica e chiude le porte, ma quello della Misericordia, di una Chiesa che accoglie a braccia aperte con tutta la tenerezza di Dio. Misericordes sicut Pater (Lc 6,36): misericordiosi come il Padre, recita il motto del Giubileo. Un Padre a cui chiediamo di rimettere i nostri debiti come li rimettiamo ai nostri debitori.Un’immagine di Chiesa che forse disturberà il sonno di tanti presunti e presuntuosi cristiani che fanno della fede un’ideologia “contro”, escludente e supponente nelle proprie certezze granitiche. Nulla di più lontano dal vangelo, dono assolutamente gratuito,inclusivo e liberante.

PORTE APERTE, NON MURI – «Il Signore non cessa di provocare la nostra vita – afferma mons.Calogero Peri, Vescovo di Caltagirone – perché nel segno della Riconciliazione e della concordia universale, possiamo inaugurare “cieli e terra nuova” in un tempo drammaticamente ferito da eventi che mettono a dura prova la nostra storia». Nell’ottica di Bergoglio, il Giubileo vuole essere infatti un monito anche per il mondo laico: in questi tempi di muri che si alzano a dire no, negando la comune umanità, la porta aperta dice “sì”, invitando non solo i cristiani, ma tutti gli uomini a fare altrettanto.

Giacomo Belvedere

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