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Diploma vaticano per Kiko e Carmen. Ma gli esami non sono finiti

Il Cammino neocatecumenale ha avuto approvati gli statuti. Ma non tutti i vescovi sono d´accordo. Ecco l´atto d´accusa di monsignor Bommarito

di Sandro Magister


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Dopo anni di defatiganti negoziati, i neocatecumenali sono riusciti a strappare l´Ok al Vaticano. Venerdì 28 giugno 2002 il cardinale James Francis Stafford, presidente del Pontificio consiglio per i laici, ha consegnato il decreto di approvazione dello statuto del Cammino neocatecumenale all’équipe responsabile internazionale del medesimo, composta dai due fondatori, Francisco Kiko Argüello e Carmen Hernández (v. foto), e dal prete Mario Pezzi.

Il Cammino neocatecumenale è uno dei nuovi movimenti cattolici in più forte espansione in tutto il mondo. Ma anche uno dei più discussi. Oggetto di esaltazioni e nello stesso tempo di critiche feroci.

Tra i critici vi sono anche importanti vescovi e cardinali. Più sotto è riportato per intero l´atto d´accusa scritto lo scorso inverno dall´arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito.

Sono state proprio queste critiche a ritardare l´approvazione degli statuti. Il Vaticano ha preteso una serie di garanzie sui punti più contestati.

E il negoziato prosegue ora su un altro punto controverso: quello del “Direttorio catechistico neocatecumenale”. I dirigenti del Cammino hanno sempre rifiutato di rendere pubblici, anche tra gli stessi seguaci, i testi dei catechismi da loro scritti. Mentre il Vaticano vuole che siano pubblicati con il suo imprimatur, dopo aver controllato ogni riga.

Il Vaticano vuole scongiurare il pericolo che il Cammino neocatecumenale agisca come una sorta di Chiesa parallela. Per questo lo statuto fa obbligo al movimento d´operare «sotto la direzione del vescovo del luogo».

E lo stesso obbligo vincola i 46 seminari “Redemptoris Mater” fondati dai neocatecumenali in tutti i continenti. Da essi sono già usciti 731 nuovi preti e altri 1457 sono vicini a essere ordinati.

Il Cammino neocatecumenale è anche attivissimo in terra di missione. In Asia, ad esempio, ha dato vita a 750 comunità in 307 parrocchie di 74 diocesi di 16 nazioni.

Per avere un´idea della forza di penetrazione di questo movimento, basti citare il caso della diocesi giapponese di Takamatsu. Nel 1990 il vescovo, Joseph Fukahori, poteva contare solo su 5 preti, dei quali 4 con più di 65 anni, e su due seminari vuoti. Ma quell´anno arrivarono a dargli man forte un prete italiano, Antonello Iapicca, e 17 seminaristi di 15 nazioni, tutti neocatecumenali. Nessuno di loro sapeva una parola di giapponese. Eppure da allora sono sorte in diocesi 25 comunità e sono stati ordinati 27 nuovi preti. Cifre strabilianti per un Paese nel quale i cattolici sono meno di un milione, per più della metà immigrati dalle Filippine e dal Sudamerica.

Lo scorso aprile, a Kota Kinibalu in Malesia, Kiko Argüello e Carmen Hernández hanno tenuto un corso di cinque giorni a 120 vescovi dell´Asia, col patrocinio del cardinale Crescenzio Sepe, prefetto della congregazione De Propaganda Fide.

Il successo è stato travolgente. «In certi momenti ci siamo trovati a vivere come nell’eternità, dove il tempo non conta più», ha dichiarato all’agenzia vaticana “Fides” il vescovo di Poona, Valerian D’Souza.

Ma, rimettendo i piedi in terra, ecco qui sotto l´altra faccia del fenomeno neocatecumenale. Quella sottoposta a severa critica dall´arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito. Il testo è apparso sulla rivista “Il Regno”.

“Hanno proprio torto coloro che pensano che siete una Chiesa parallela?”

di Luigi Bommarito, arcivescovo di Catania

Ai fratelli e alle sorelle delle Comunità neocatecumenali della Chiesa che è in Catania. Per conoscenza ai presbiteri dell’arcidiocesi.

Carissimi nel Signore Gesù,

lungo il mio servizio episcopale svolto per circa quattordici anni nella santa Chiesa di Dio che è in Catania, non ho mai cessato di ringraziare il Signore per la ricchezza, la varietà e la vivacità pastorale incontrate non solo nelle comunità parrocchiali e nella vita religiosa, ma anche nelle associazioni, nei movimenti e nelle varie aggregazioni ecclesiali di cui è ricca la nostra diocesi catanese.

In sintonia con il santo padre Giovanni Paolo II e con l’episcopato italiano, reputo un grande “dono di Dio”, una vera e propria “ondata di grazia” le varie forme di aggregazione di fedeli, da quelle più antiche a quelle più recenti, che nella loro molteplicità sono segni “della ricchezza e della versatilità delle risorse che lo Spirito del Signore Gesù alimenta nel tessuto ecclesiale” (“Christifideles laici”, n. 29; Ev 11/1720), tanto da essere accolte con gratitudine e responsabilmente valorizzate, come sottolinea nell’Introduzione la nota pastorale della Cei “Le aggregazioni laicali nella Chiesa” (29.4.1993; Ecei 5/1547).

In verità in questo prezioso contesto di grazia, come pastore di tutto il gregge affidatomi da Dio, quando mi è stato possibile, sono stato gioiosamente presente per incoraggiare, benedire, stimolare e promuovere, ma contemporaneamente – come era ed è mio preciso dovere – anche per correggere quegli aspetti che, a volte, nelle loro espressioni si sono manifestati in maniera piuttosto “problematica”, ora per difetto ora per eccesso.

È stato ed è anche il caso delle comunità neocatecumenali che ho seguito con stima, affetto e – come tutti sapete – con alcune perplessità. Ho avuto modo di discuterne con responsabili del Cammino dentro e fuori la nostra diocesi.

Posso confermare che le mie perplessità di tipo teologico-pastorale che sto per comunicarvi hanno incontrato dappertutto – a partire da molti miei confratelli vescovi – una perfetta consonanza, sia sul piano delle idee come su quello delle esperienze concrete vissute con una certa sofferenza nell’ambito di molte Chiese locali italiane e non solo italiane.

Mi sono chiesto tante volte, e nel contempo sento di chiedere anche a voi, se non sia opportuno far luce e dare precise risposte a delle richieste di chiarimento che fino a oggi purtroppo sono rimaste inevase, col rischio che si possano continuare a fomentare ancora di più perplessità e insofferenze varie in mezzo al popolo di Dio. Credo opportuno, pertanto, elencare alcuni aspetti del vostro Cammino che mi sembrano bisognosi di necessarie, pertinenti e urgenti chiarificazioni.

Se non l’ho fatto prima – mai però ho nascosto le mie perplessità anche se unite a sentimenti di ammirazione – è perché ho atteso l’approvazione del Cammino da parte del santo padre. Ritardando ancora tale approvazione, vi confido le ragioni che, da sempre, cioè da quando, a Monreale, da sacerdote ho frequentato la catechesi del Cammino, mi hanno lasciato perplesso.

1. Si nota che in molte comunità neocatecumenali al presbitero viene di solito riconosciuta o quasi “concessa” solo la dimensione cultuale e funzionale dell’ordine sacro, mortificandolo se non addirittura privandolo della sua connaturale dimensione giurisdizionale che – come ben sappiamo – è parte integrante e costitutiva dell’ordine stesso. Spesso, infatti, è il catechista che si appropria indebitamente della potestà giurisdizionale propria del sacerdozio ministeriale.

Ci si chiede: quale consonanza c’è con la “Lumen Gentium”, la quale precisa che i sacerdoti “nelle singole comunità locali di fedeli rendono, per così dire, presente il vescovo, (…) santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata” (n. 28; Ev 1/355)?

Un presbitero, a me carissimo, mi ha confidato che dopo oltre 20 anni non ha chiaro ancora il suo ruolo di presbitero nell’équipe dei catechisti.

2. Lungo l’iter catechetico del Cammino viene rigidamente e pesantemente sviluppata la situazione della nullità dell’uomo anche se battezzato e quindi l’incapacità dello stesso cristiano di aprirsi – senza l’apporto della comunità neocatecumenale – alla grazia redentiva di Cristo, come se l’evento storico della risurrezione non avesse risolto e provocato i benefici dell’alleanza di tutti e di ciascuno con Dio. In altre parole: come se la virtù teologale della speranza – virtù infusa dallo Spirito in ciascun battezzato col battesimo – rimasta impoverita e defenestrata, non avesse più nessuna voce in capitolo. Ma la fede cristiana corredata dalla preghiera e dai sacramenti non è già in se stessa portatrice di luce, di pace, di forza, di gioia, di vittoria sul male? A cosa si riduce il cristianesimo se viene a mancare la teologia della speranza?

3. Con molti vescovi di mia conoscenza – di cui accludo interventi e testimonianze che fanno molto pensare – faccio osservare che va provocando confusione, malumori e disagi pastorali il fatto che ancora da parte delle comunità neocatecumenali si continua a celebrare in forma riservata e privata l’eucaristia del sabato sera e addirittura la veglia della Pasqua del Signore, evento strepitoso dell’amore di Dio teso per natura sua a radunare insieme tutto il popolo di Dio in un’unica grande famiglia.

Si divide il popolo di Dio in due, come blocchi composti in classi e categorie diverse, l’uno di serie A e 1’altro di serie B, come fossero cioè schieramenti separati e contrapposti, incapaci di riconoscersi tutti fratelli. Hanno proprio torto coloro che pensano che le comunità neocatecumenali costituiscono una Chiesa parallela?

Non dobbiamo accogliere in un’unica comunità anche i più poveri e i più deboli, i meno catechisticamente preparati che spesso, senza volerlo né saperlo, sono ritenuti fuori del recinto o forse sono rimasti “fuori” per colpa di noi stessi che ci riteniamo i più vicini, più praticanti e osservanti?

Qualcuno può pensare: ma il sacramento non agisce proficuamente già ex opere operato? Perché allora dare tanta importanza solamente alla partecipazione del gruppo dei più qualificati? Forse che l’ex opere operantis (inteso anche come azione di comunità di prescelti) per merito della sua modalità di “cammino”, e solo perché diversa da altri “cammini”, riesca a rendere più meritevole ed efficace il sacramento?

4. Sappiamo da san Paolo che lo Spirito affida i suoi carismi ai singoli battezzati – e di conseguenza anche ai singoli gruppi ecclesiali – per il bene comune (cf. 1 Cor 12, 7), per esempio per il bene comune dell’intero popolo di Dio presente in ogni parrocchia. La comunità neocatecumenale, come pure qualche altro movimento ecclesiale, impongono invece esattamente il percorso inverso, comportandosi in modo tale da strumentalizzare il bene comune per garantire il loro proprio carisma, assolutizzando le loro scelte e imponendo il loro metodo come fosse insuperabile, unico rispetto a tutti gli altri e, per qualcuno addirittura, l’unico salvifico.

5. Di conseguenza, non di rado capita di constatare che nelle parrocchie ove sono presenti in maniera consistente le comunità neocatecumenali, non sempre è facile la convivenza né tanto meno la collaborazione con le altre realtà ecclesiali operanti in loco.

Con coloro che mi hanno accompagnato, durante la visita pastorale, in una parrocchia, ne abbiamo fatto amara constatazione.

Penso che una maggiore sintonizzazione con il piano e gli indirizzi pastorali del pastore della diocesi potrebbe ridimensionare la presunta convinzione che il proprio metodo sia il più perfetto fino ad avere la precedenza su tutti gli altri, come se avesse l ‘imprimatur dello Spirito.

6. Sappiamo dal Vangelo che il messaggio di Gesù procede dolcemente sul versante libero e liberante del “Si vis…” (se vuoi…) e si evidenzia fino a svilupparsi chiaramente e amichevolmente su di un piano di amore la cui espressione emblematica è la parabola del figliol prodigo: un padre che attende il figlio perduto, gli va incontro, lo abbraccia, lo perdona per lo sbaglio commesso, lo riveste, gli mette l’anello al dito, fa festa, lo scusa persino di fronte al fratello maggiore che non la pensa come lui!…

Il Cammino neocatecumenale a volte sembra invece camminare sul versante intransigente del “tu devi”, sul filo di un imperativo categorico di kantiana memoria, col rischio molto facile di cadere in una sorta di fondamentalismo integralista destinato, come purtroppo accade, a fomentare divisioni e separatismi vari, creando inevitabilmente piccoli ghetti o pericolose chiesuole nell’ambito della stessa Chiesa di Dio nata invece per essere un’unica grande famiglia del Padre.

7. Non vorrei parlare degli scrutini che, spesso, scarnificano le coscienze con domande che nessun confessore farebbe. Ma come ciò può essere permesso a un laico, sia pure catechista?

Non vorrei parlare neppure delle confessioni pubbliche… Ma chi può autorizzare uno stile che la Chiesa, nella sua saggezza e materna prudenza, ha abolito da secoli?

8. Ho letto con attenzione e interesse la lettera che recentemente (Roma, 5 aprile 2001) il santo padre ha rivolto al cardinale Francis Stafford, presidente del Pontificio consiglio per i laici: una lettera molto significativa e oltremodo importante. Il sommo pontefice chiede un giudizio definitivo sul Cammino neocatecumenale proponendo un attento e accurato discernimento da parte dello stesso Consiglio pontificio alla luce degli indirizzi teologico-pastorali del magistero.

In realtà, non essendoci stata fino ad ora – dopo decenni di presenza delle vostre comunità in vari paesi del mondo – una vera e ufficiale approvazione dello statuto alla luce delle norme emanate dalla Santa Sede e dalla Cei, i giudizi sulla bontà del vostro Cammino non sono sempre concordi perché di fatto variano da diocesi a diocesi e da parrocchia a parrocchia, in base a comportamenti ed esperienze locali. Vi si chiede pertanto molta riflessione prima di continuare il cammino in maniera sicura e definitiva. La sottomissione al giudizio della Chiesa è il biglietto di presentazione più credibile, valido e decisivo.

Carissimi, come vedete – lo dicevo già all’inizio – le parole che vi scrivo. invocano semplicemente chiarezza su alcuni punti rimasti ancora in zona d’ombra e di conseguenza attendono adeguati cambiamenti di prassi pastorale, per i1 bene delle nostre comunità parrocchiali.

Sono certo che l’amore che vi lega all’ascolto della Parola, all’eucaristia, al servizio della carità e al giudizio della Chiesa, riuscirà a modificare ciò che è modificabile e a correggere ciò che è opportuno e urgente correggere, allo scopo di vivere serenamente, insieme con tutti i fedeli delle nostre parrocchie, quell’unità e quella comunione che fu e che è il grande anelito di Gesù: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21).

Posso attestare comunque di vedere, senza ombra di dubbio – nel vostro “Cammino”, nelle vostre comunità, come in ciascuno di voi – la presenza vivificante dello Spirito di Gesù che vi ha portati e vi porta a compiere opere pastorali degne di ammirazione, perché realizzate con sacrifici di tempo, di affetti, di denaro e di gesti di zelo missionario anche fuori il nostro paese. Adesso occorre però riesaminare i passi compiuti e rivedere e verificare – alla luce della ecclesiologia conciliare, del Catechismo della Chiesa cattolica, degli orientamenti del piano pastorale dell’Episcopato italiano e del piano pastorale del proprio pastore – quanto le nostre comunità parrocchiali attendono dal carisma che vi è stato affidato dal Signore e che speriamo venga riconosciuto quanto prima dallo Spirito attraverso l’approvazione dello statuto da anni presentato alla Santa Sede.

Il Signore Gesù e la Vergine santa benedicano e assistano il vostro Cammino perché sia illuminato dalla Scrittura santa da voi meditata e perché viva in stretta comunione col vescovo, con i parroci e con tutte le realtà ecclesiali che lo Spirito suscita per il cammino di santità di tutto il popolo di Dio.

Con larga cordiale benedizione anche per l’Avvento e per il Natale del Signore nostro Gesù, vostro

Luigi Bommarito arcivescovo

Avvento 2001


(s.m.) I vescovi critici del Cammino neocatecumenale, citati da monsignor Luigi Bommarito in allegato a questa sua nota, sono nell´ordine, con la data del rispettivo documento:
Conferenza episcopale umbra, 2 marzo 1986;
Mervyn A. Alexander, vescovo di Clifton, 15 marzo 1994;
Cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, 22 febbraio 1996;
Conferenza episcopale pugliese, 1 dicembre 1996;
Pietro Nonis, vescovo di Vicenza, 18 dicembre 1996;
Conferenza episcopale della Basilicata, 1 marzo 1998.
Ma di vescovi che hanno criticato il Cammino neocatecumenale ve ne sono numerosi altri, di tutto il mondo. Tra essi i cardinali Carlo Maria Martini e Silvano Piovanelli. L´ultimo, all´inizio del 2002, è stato l´arcivescovo di Modena, Benito Cocchi.
Nell´arcidiocesi di Catania il Cammino neocatecumenale è presente in 25 parrocchie, con 120 comunità e 3.900 seguaci.


Ecco il link al sito ufficiale, con il testo dei nuovi statuti, del

> Cammino neocatecumenale


Vai alla copertina della sezione > Chiesa.

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