la Repubblica.it | Palermo, è morto il cardinale Pappalardo simbolo della lotta contro la mafia

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CRONACA 

Aveva 88 anni. Fece scalpore la sua omelia al funerale di Dalla Chiesa
Leoluca Orlando: “Un esempio umano ed etico per tutti”

Palermo, è morto il cardinale Pappalardo
simbolo della lotta contro la mafia

PALERMO – Il cardinale Salvatore Pappalardo, 88 anni, arcivescovo emerito di Palermo, è morto oggi nell’oasi di Baida, dove risiedeva. Da sempre era impegnato in prima linea nella lotta alla mafia, contro la quale aveva scagliato più volte le proprie omelie. I suoi funerali saranno celebrati nella Cattedrale di Palermo dal cardinale De Giorgi. L’arcivescovo emerito di Palermo, nato a Villafranca Sicula, diocesi di Agrigento, il 23 settembre 1918, per le sue benemerenze nell’impegno sociale e nella lotta alla criminalità mafiosa, era stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana. Fece scalpore pronunciando, durante l’omelia al funerale di Carlo Alberto Dalla Chiesa, la frase di Tito Livio “mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”.

Fu ordinato sacerdote il 12 aprile 1941 è incardinato alla diocesi di Catania. Nel 1947 fu chiamato in Segreteria di Stato dove fu Addetto alla sezione degli affari ecclesiastici straordinari, nella quale rimase fino al 1965. Negli stessi anni Pappalardo fu professore di diplomazia ecclesiastica nella Pontificia Accademia Ecclesiastica e di diritto nella Facoltà Lateranense, esercitando contemporaneamente il ministero sacerdotale nelle parrocchie romane di San Giovanni Battista dè Rossi e di Santa Lucia, dove si occupò in particolare modo delle organizzazioni giovanili cattoliche. Paolo VI lo nominò Pro-Nunzio apostolico in Indonesia il 7 dicembre 1965, assegnandogli la Chiesa titolare Arcivescovile di Mileto dove rimase per quattro anni. Il 17 ottobre 1970 fu nominato arcivescovo di Palermo, il 4 aprile ’96 divenne Arcivescovo emerito di Palermo.

“Il Cardinale Salvatore Pappalardo è stato per tanti un esempio umano ed etico. E’ stato, nel suo essere uomo di Chiesa e pastore di fede, un esempio di laicità, di attento rispetto per le istituzioni e di grande sensibilità ed attenzione nei rapporti fra Chiesa e Stato”. Leoluca Orlando commenta con queste parole la morte dell’Arcivescovo emerito di Palermo, che da anni era anche componente dell’Istituto per il rinascimento siciliano, la fondazione nata dopo la fine dell’esperienza di Sindaco di Orlando.

“Il Cardinale Pappalardo – prosegue Orlando – è stato soprattutto il protagonista ed il motore di una stagione di grandi cambiamenti in Sicilia, avendo chiaramente indicato come un cammino di fede sia del tutto incompatibile con un comportamento di incertezza, di silenzio o peggio di connivenza con il sistema di potere mafioso e la sua cultura. Oggi – conclude – la Sicilia ha perso un uomo che fino all’ultimo è stato un punto di riferimento per tantissime cittadine e cittadini, per tanti credenti e non credenti”.

Condoglianze anche da parte del capogruppo del Prc al Senato Giovanni Russo Spena: “Esprimo a nome di tutto il gruppo di Rifondazione al Senato profondo cordoglio per la morte di Salvatore Pappalardo, un uomo di chiesa che ha significato molto per tutti i siciliani impegnati a combattere la mafia”.

(10 dicembre 2006)


Omelia del Card. Salvatore De Giorgi

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/142/2006-12/28-36/FUNERALI%20CARD.%20PAPPALARDO.doc:

MESSA ESEQUIALE DI S.E. CARD. SALVATORE PAPPALARDO

ARCIVESCOVO EMERITO DI PALERMO
OMELIA DEL CARD. SALVATORE DE GIORGI
ARCIVESCOVO DI PALERMO

Cattedrale di Palermo, 12 dicembre 2006

Eminenza Reverendissima,
Venerati Fratelli nell’Episcopato, nel Presbiterato e nel Diaconato,
Onorevoli e distinte autorità,
Carissimi fratelli e sorelle amati dal Signore.

  1. Sale spontaneo dal cuore il rendimento di grazie al Signore, che nel Card. Salvatore Pappalardo ha donato alla Chiesa, e in particolare alla Chiesa di Palermo, un pastore secondo il suo cuore, la cui memoria resterà grata e incancellabile in quanti lo hanno conosciuto, apprezzato ed amato. Questa celebrazione eucaristica è anzitutto il grazie della Chiesa palermitana a Dio per tanto dono, per un così grande pastore del quale celebriamo la Pasqua, il passaggio da questo mondo al Padre nell’attesa della risurrezione, vero epilogo della morte che non distrugge la vita.

Al ringraziamento al Signore si aggiunge doverosamente il grazie al Santo Padre, Benedetto XVI, che ha voluto rendersi presente non solo con il telegramma a me inviato per esprimere le sue vive condoglianze e impartire la sua confortatrice benedizione apostolica alla nostra Arcidiocesi, ma anche e soprattutto per aver voluto inviare Sua Eminenza il Card. Angelo Sodano, Decano del Sacro Collegio, a presiedere come suo rappresentante personale questa Divina Liturgia.

A Lei, Sig. Cardinale, che rappresenta anche tutti i Cardinali di S. Romana Chiesa, il benvenuto grato, deferente e affettuoso da parte mia,  della Chiesa palermitana e delle Chiese sorelle di Sicilia, rappresentate qui dai loro pastori che saluto e ringrazio fraternamente, a cominciare dal Nunzio Apostolico Mons. Paolo Romeo.

  1. Pastore secondo il cuore di Dio. Questo è stato il Card. Pappalardo. E solo in questa luce è possibile comprendere la sua “feconda e molteplice attività apostolica” che il Papa ha ricordato con ammirazione e che tanta l’ammirazione ha destato non solo della Chiesa palermitana e nelle Chiese che sono in Italia, ma nell’intera società italiana, se un Presidente della Repubblica lo ha voluto insignire di alta onorifenza.

Pastore secondo il suo cuore lo ha voluto il Signore, scegliendolo fin dalla sua nascita il 23 settembre 1918 e dotandolo di una brillante intelligenza e di una ricca umanità: doti manifestatesi sin dagli anni degli studi, prima al liceo Nicola Spedalieri di Catania e successivamente nel Seminario Romano Maggiore e nella Pontificia Università Lateranense, che hanno favorito in lui una solida formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale in preparazione al sacerdozio ministeriale, ricevuto con l’Ordinazione presbiterale il 12.4.1941 e in pienezza con quella episcopale il 16 gennaio 1966, nominato Arcivescovo titolare di Mileto dal Servo di Dio Paolo VI, che lo aveva conosciuto personalmente nel lungo servizio presso la Segreteria di Stato.

In questo servizio diplomatico, prima come Pronunzio apostolico in Indonesia e poi come Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, l’Arcivescovo Pappalardo rivelò le notevoli capacità di pastore, tanto apprezzate da Paolo VI, che a succedere al mio venerato predecessore Card. Francesco Carpino, nel 1970, scelse lui, con attestati di singolare e ben meritata stima e benevolenza. Ho avuto modo di leggere le due lettere scritte a mano da Paolo VI, una del 10 dicembre 1965 per la sua nomina a Pronunzio apostolico, l’altra del 18 ottobre 1970 in occasione della sua nomina ad Arcivescovo della “santa e gloriosa Chiesa Palermitana”.

In questa ultima lettera Paolo VI esprime fiducia e affetto a Mons. Pappalardo e conclude con un fervido augurio per la Chiesa di Palermo e per il suo nuovo Arcivescovo.

Per la Chiesa di Palermo auspica “una fedeltà e un incremento da cui tutta la Sicilia possa trarne esempio e sostegno di cristiane e civili virtù”.

Al nuovo Arcivescovo augura che “Gesù Cristo nostro Signore e Maestro renda valido e fecondo di opere sante il suo ministero, quale l’eredità dei secoli cristiani e le necessità dei tempi nuovi attendono da un vescovo, onorato e onerato dall’ufficio metropolitano”.

  1. L’augurio di Paolo VI è stato vissuto come il programma, l’impegno pastorale del nuovo Arcivescovo di Palermo, che il 5 marzo 1973 veniva creato Cardinale di S. Romana Chiesa col titolo di S. Maria Odigitria dei Siciliani. E si è trattato di un impegno portato a traguardi sempre più alti alla luce del Concilio Vaticano II al quale si è costantemente ispirato e che egli ha promosso lucidamente, con coraggio e lungimiranza, con pazienza e con tenacia, con gradualità e con perseveranza, in tutti i settori della vita pastorale per costruire, insieme con tante chiese materiali, la chiesa viva che è il popolo di Dio. Col suo motto “Semper inhaerere mandatis” ha insegnato che non si è fedeli a Cristo, se non si è fedeli alla Chiesa e al suo Vicario in terra. Egli, che ha avuto la grazia di partecipare a due Conclavi, non si stancava di esortare alla fedeltà e alla comunione col Papa.

Scrisse, appena eletto Arcivescovo: “Tutte le mie, se pur limitate, capacità saranno dedicate e impiegate ad un ordinato governo dell’Arcidiocesi palermitana, secondo le esigenze di una moderna ed efficiente attività pastorale nei suoi vari campi ed aspetti. Conforme al modello offertoci da Gesù, vengo quale pastore tra voi non per essere servito ma per servire”. In realtà, come amava dire, la sua è stata una presenza per servire.

  1. Il primo servizio del Vescovo è quello di annunciare il Vangelo. Ce lo ha ricordato anche S. Paolo nella seconda lettura scrivendo a Timoteo: “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina”.

È quanto ha fatto il Card. Pappalardo. Lo ha notato anche il Santo Padre nel ricordare in lui “il desiderio di annunciare Cristo e di accompagnare con il suo illuminato magistero il cammino di crescita morale e culturale della società palermitana”. Ma lo ha attestato egli stesso: “Ho cercato di essere anzitutto Vescovo, cioè pastore del gregge che il Signore mi ha affidato. Ho voluto che la mia azione pastorale fosse principalmente evangelizzatrice”.

Si spiega così il suo impegno non solo per il rinnovamento della catechesi, per l’azione missionaria alle parrocchie, per l’incremento della cultura, ma anche i richiami, forti come quelli dei profeti, alle responsabilità di quanti reggono le sorti della Città e del Paese, e, in modo particolare la denuncia costante, vigorosa e indomita, dei mali di Palermo, a cominciare da quello antievangelico, anticristiano e antiumano della mafia, che egli ha combattuto con le armi proprie del pastore e sempre all’insegna della speranza nella possibilità della conversione e del riscatto per il rinnovamento morale, civile, politico e sociale della Città.

Si! Annunziatore e testimone di speranza è stato il Card. Pappalardo, soprattutto negli anni più bui della nostra Città, quando, bagnata dalle lacrime e dal sangue di tanti servitori dello Stato e di uno dei migliori sacerdoti, P. Pino Puglisi, sembrava condannata a un futuro senza speranza. Egli confidava, come il profeta Isaia, nella salvezza del Signore che asciuga le lacrime  su ogni volto e fa scomparire la condizione disonorevole del suo popolo. Ma sollecitava anche la mobilitazione delle coscienze, per un cambiamento di mentalità. Per questo è diventato per Palermo e per la Sicilia un punto di riferimento, da tutti riconosciuto, anche se non da tutti ascoltato, e ha impresso alla Chiesa palermitana la capacità di reagire più decisamente ai mali che affliggono la Città e di far emergere i valori che la onorano. Una eredità preziosa, questa, che io ho accolto con gratitudine e, che anche nel suo ricordo, mi sforzo di valorizzare.

Icona sacramentale di Cristo buon pastore, che abbiamo contemplato nel salmo responsoriale, nel suo nome e con la sua grazia, ha cercato di far riposare il popolo palermitano  sui pascoli erbosi della verità, sottraendolo alle erbe avvelenate della menzogna, della illegalità, della violenza e della sopraffazione; lo ha condotto alle acque tranquille della grazia, della santità e dell’amore. Soprattutto quando la nostra Città ha dovuto camminare nella valle oscura dei più atroci delitti, il suo pastorale ha sempre dato fiducia e sicurezza.

  1. Nella stessa prospettiva va anche considerato l’incremento che egli ha dato al rinnovamento liturgico delle parrocchie, che nella celebrazione eucaristica domenicale trovano la forma plasmatrice della comunione e dell’unità, e la forza propulsiva della missione e della carità.

Per consolidare la comunione, cuore della Chiesa, ha dato vita ai diversi organismi pastorali voluti dal Concilio, espressivi e promotori della corresponsabilità di tutte le componenti del popolo di Dio.

Per favorire la formazione e la promozione del laicato ha voluto tenacemente e ottenuto dalla Santa Sede l’istituzione della Facoltà Teologica di Sicilia, ha istituito la Scuola di Teologia di Base, ha incoraggiato la Consulta delle Aggregazioni laicali e il rinnovamento delle Confraternite.

Per rendere sempre più operosa la carità, soprattutto a vantaggio degli ultimi, ha istituito la Caritas Diocesana con iniziative aperte ai diversi bisogni spirituali e materiali non solo del suo popolo, come la Missione a Palermo, ma anche degli stranieri e degli immigrati.

Pastore di notevoli capacità relazionali, che ha messo a servizio anche del dialogo ecumenico e interreligioso, ha dato un notevole contributo sia alla Conferenza Episcopale Italiana della quale è stato per undici anni Vicepresidente (e mi sono giunti messaggi del Card. Ruini e di Mons. Betori), sia alla Conferenza Episcopale Siciliana, della quale è stato per venticinque anni Presidente, circondato dall’affetto, dalla stima e della collaborazione dei confratelli, come stanno a testimoniare, fra l’altro, i tre Convegni Regionali delle Chiese di Sicilia. Ed è stato lui a volere a Palermo il terzo Convegno delle Chiese d’Italia.

  1. Davvero il Card. Pappalardo è stato l’amministratore fedele e saggio del quale ci ha parlato Gesù nel Vangelo. “Pastore saggio e operoso”, volle definirlo il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Posto a capo della sua famiglia, l’ha servita con generosa e instancabile carità pastorale, sino all’ultimo giorno. L’otto dicembre scorso, solennità dell’Immacolata a lui come a tutti i siciliani particolarmente cara, ha celebrato la sua ultima Messa in una parrocchia, felice di stare con la gente, per onorare Maria.

Avvertiva negli ultimi tempi che giungeva anche per lui, come per l’Apostolo Paolo, il momento di sciogliere le vele e, come lui, ha potuto dire: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.

E domenica scorsa, 10 dicembre, giorno del Signore e memoria della Vergine di Loreto, data per lui particolarmente importante perché in essa amava celebrare l’anniversario del suo ingresso nella Chiesa palermitana, la sua corsa è terminata.

  1. È terminata nel pianto della Chiesa palermitana, che si è stretta come non mai davanti al suo corpo senza vita per dire un grazie di popolo sentito, sincero, commosso, a chi è stato l’immagine viva e credibile di Gesù Buon Pastore, un padre, un fratello, un amico, che ha saputo comprendere e far sue le ansie, le attese, le speranze e le delusioni di un popolo e di una città che hanno bisogno di lui.

Ma il pianto è illuminato dalla certezza che egli ha ricevuto la corona di giustizia che il Signore gli ha consegnato in quel giorno, introducendolo per sempre con sé nella Casa del Padre e nella quale ci attende, accompagnandoci con la luce del suo esempio e con la forza della sua intercessione nel cammino della vita terrena.

Si! Amatissimo padre e fratello. A nome dei Vescovi qui presenti, a nome dei sacerdoti, dei diaconi, dei seminaristi, dei religiosi e delle religiose, dei laici e di quanti ti hanno conosciuto, apprezzato e amato; a nome di quanti hai servito con intensa carità pastorale e guidato sulle vie della salvezza nel nome e col cuore del Buon Pastore, ora mi rivolgo a Te con l’affetto e la fiducia di chi si è sentito onorato della Tua amicizia, sin dagli anni ’70, i primi del mio episcopato.

Ora che sei associato più intimamente e per sempre a lui, il Buon Pastore, unico intercessore presso il Padre, implora su tutti  noi la grazia dello Spirito Santo, perché possiamo camminare fedelmente alla sua sequela all’insegna della Croce, fino al giorno in cui anche noi ti raggiungeremo nella Casa del Padre, dove il Risorto ci ha preparato il posto e insieme a te, uniti alla nostra Odigitria e ai nostri Santi, contempleremo faccia a faccia il suo volto e celebreremo nella gioia perfetta la liturgia celeste senza fine.

Grazie, Eminenza. ‘Arrivederci in Paradiso’.

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